DAVID HEWSON.
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IL SETTIMO SACRAMENTO.
Parte 1.
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Titolo originale: The Seventh Sacrament. 2007.
Traduzione di: Sara Brambilla Chimi.
2012. Fanucci Editore, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Roma. Durante un'estate torrida un bambino di sette anni, Alessio Bramante, figlio di un celebre professore di archeologia, scompare misteriosamente nelle catacombe che tagliano le viscere della citt. L'uomo indagato per il supposto omicidio del bambino viene inspiegabilmente lasciato alla merc della furia del padre di Alessio, che lo uccide senza esitazione: il solo ad andare in carcere, per un amaro scherzo del destino, sar dunque Giorgio Bramante.
Quattordici anni dopo qualcuno aggredisce Leo Falcone, collega dell'ispettore Nic Costa, che all'epoca aveva lavorato al caso senza riuscire a risolverlo.
Bramante, nel frattempo, viene rilasciato, mentre in prossimit di Castel Sant'Angelo, all'interno di un museo dedicato alle anime del Purgatorio, viene rinvenuta una maglietta appartenuta al piccolo Alessio. Sulla stoffa, incredibilmente, vi sono tracce fresche di sangue. Ben presto, Costa e i suoi collaboratori si trovano a dover risolvere un atroce mistero legato all'antico culto di Mitra, e a una vendetta che sembra non essersi ancora pienamente consumata...
Torna lo scrittore best seller David Hewson, con un nuovo avvincente volume della serie di crime (made in Italy) che hanno per protagonista l'ispettore Nic Costa e i suoi formidabili collaboratori Peroni e Falcone.
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L'AUTORE.
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David Hewson  nato nello Yorkshire nel 1953. Ha collaborato come giornalista con il Times e il Sunday Times prima di dedicarsi interamente alla scrittura.
Il settimo sacramento  il quinto volume della serie incentrata sul personaggio del detective Nic Costa da cui verr tratta, tra il 2012 e il 2013, una serie televisiva ambientata a Roma. I precedenti quattro titoli, Il sangue dei martiri (2006), La villa dei misteri (2007), Il rituale sacro (2010) e Il morso della lucertola (2011), sono stati pubblicati da Fanucci Editore. David Hewson vive e lavora nei pressi di Wye, nel Kent.
Ho passato talmente tanto tempo a Roma che credo sia difficile che le mie descrizioni sembrino esotiche. In effetti, ai giorni nostri  quasi impossibile mostrare l'esotismo in letteratura. La gente viaggia molto di pi di una volta e, grazie a Internet, ha ormai accesso a migliaia di informazioni. Quello che
cerco di fare nei miei libri  mostrare Roma cos come nella realt. 
David Hewson.
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IL SETTIMO SACRAMENTO.
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PARTE PRIMA.
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UN BAMBINO NELL'OSCURIT.
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Capitolo 1.
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Il bambino si trovava dove stava ogni mattina a quell'ora.
In piazza dei Cavalieri di Malta, in cima all'Aventino, non
lontano da casa. Alessio Bramante portava gli occhiali giocattolo
che gli avevano regalato il giorno precedente alla sua festa
di compleanno e guardava nel buco segreto della serratura
nel tentativo di dare un senso a ci che vedeva.
La piazza si trovava a due passi sia dal portone d'ingresso
di casa sua che dall'entrata della scuola elementare di Santa
Cecilia, quindi si trattava di un tragitto che percorreva tutti i
giorni, sempre con il padre, un uomo serio e preciso che dopo
essere uscito dalla scuola avrebbe rifatto lo stesso percorso fino
a tornare all'ingresso dell'universit, ovvero al suo ufficio.
Ormai questa consuetudine gli risultava cos familiare che
Alessio sapeva di poter fare quella strada a occhi chiusi.
Adorava la piazza, che gli era sempre sembrata appartenere
a un luogo fiabesco, non all'Aventino, un colle per uomini
e donne comuni e mediocri.
Palme e grandi conifere, simili ad alberi di Natale, fiancheggiavano
le pareti bianche che correvano intorno a tre lati
della piazza, adornata a intervalli regolari da obelischi egizi
e stemmi di importanti famiglie. Suo padre gli aveva detto
che erano opera di un famoso artista chiamato Piranesi
che, come tutti i suoi pari della Roma del passato, era sia un
architetto che un disegnatore provetto.
Ad Alessio sarebbe piaciuto conoscere Piranesi. Si era fatto
un'idea precisa di lui: un uomo esile, sempre pensoso, con
la pelle scura, gli occhi penetranti e sottili baffi impomatati
che sembravano dipinti sopra il labbro superiore. Era un intrattenitore,
un pagliaccio che faceva ridere giocando con
l'aspetto delle cose. Quando fosse cresciuto, Alessio avrebbe
organizzato degli spettacoli nella piazza, dirigendoli in prima
persona con addosso un austero abito scuro, come suo
padre. Pens che ci sarebbero stati degli elefanti e piccole sfilate
di ballerine e uomini con costumi della commedia dell'arte
che avrebbero fatto giochi di destrezza con palle e birilli
al ritmo vivace di un'orchestrina di ottoni.
Tutto questo sarebbe successo a un certo punto in quel luogo
indistinto chiamato futuro, che si mostrava poco alla volta
giorno dopo giorno, come una sagoma che emergeva dalla
nebbia divorante che ogni tanto avvolgeva l'Aventino d'inverno,
trasformandolo in un territorio spettrale, sconosciuto,
pieno di rumori nascosti e furtivi e di creature invisibili.
Pens che in quella sorta di bruma avrebbe potuto nascondersi
un elefante. O una tigre, o una specie di animale
che nessuno, tranne Piranesi nei suoi momenti pi cupi,
avrebbe potuto immaginare. Poi si ricord di una cosa che
suo padre gli aveva detto solo pochi giorni prima, quasi arrabbiato.
Una fantasia troppo fervida non fa bene a nessuno.
E nessuno aveva bisogno di una cosa simile in un giorno
come quello. Era met giugno, una bella mattina calda e assolata
che non lasciava minimamente presagire l'inferno torrido
che sarebbe sceso dal cielo azzurro e limpido molto prima
dell'inizio di agosto. In quel momento, nella sua testa c'era
spazio solo per un'unica meraviglia, che aveva voluto vedere
a tutti i costi prima di recarsi a Santa Cecilia e di iniziare la giornata.
Alessio ripet Giorgio Bramante, un tantino bruscamente.
Sapeva a cosa stava pensando suo padre. A sette anni, alto
e robusto per la sua et, era troppo grande per quei giochi.
E anche un tantino - che parola gli aveva sentito dire una volta? - testardo.
Alessio non sapeva quanti anni avesse quando il padre gli
aveva mostrato il buco della serratura per la prima volta.
Aveva capito subito che si trattava di un segreto condiviso.
Di tanto in tanto, altre persone si avvicinavano alla porta verde
e davano una sbirciatina. Saltuariamente, dei taxi si fermavano
nella piazza e per un attimo facevano scendere alcuni
turisti perplessi, il che gli sembrava un peccato. Era un
rituale privato che doveva essere custodito da poche persone,
quelle che vivevano sull'Aventino, pensava. Non spartito con chiunque.
Si trovava sul lato della piazza vicino al fiume, al centro di
un edificio di marmo bianco, elaborato e fantasioso, uno dei
progetti preferiti, non aveva dubbi, dell'uomo con i baffi che
continuava a vivere nella sua mente. La parte superiore della
struttura era ricoperta di edera che ricadeva su quelle che
sembravano quattro finestre, anche se erano murate... "Cieche"
era la parola usata da Giorgio Bramante, che era appassionato
di architettura e tecniche di costruzione. Adesso che
era pi grande, Alessio capiva che lo stile non era diverso da
quello di uno dei mausolei che il padre gli aveva mostrato
quando erano andati insieme agli scavi e alle mostre in giro
per la citt. La differenza era che, al centro, aveva una porta
pesante a due battenti, vecchia, robusta ed evidentemente
molto usata, una struttura che sussurrava a voce bassa e ferma:
"State alla larga".
I mausolei erano destinati ai morti, che non avevano bisogno
di porte che si aprissero e si chiudessero spesso. Questo
posto, gli aveva spiegato il padre tutti quegli anni addietro,
era l'ingresso del giardino della villa del gran maestro dei
Cavalieri di Malta, il capo di un ordine antico e onorato, con
membri sparsi in tutto il mondo, alcuni dei quali erano cos
fortunati da fare di tanto in tanto un pellegrinaggio proprio
in quel posto.
Riusciva ancora a ricordare la prima volta che aveva saputo
che l vicino vivevano dei cavalieri. Quella sera era rimasto
sveglio a letto a chiedersi se avrebbe sentito nitrire i cavalli nella
tiepida brezza estiva o cozzare le spade contro le armature
mentre giostravano nel giardino segreto al di l della piazza di
Piranesi. Tenevano dei ragazzi come paggi, c'erano apprendisti
cavalieri? C'era una tavola rotonda? Un giuramento di sangue
che li legava in una fratellanza silenziosa e duratura? Un
libro in cui le loro buone azioni venivano annotate in una lingua
segreta, incomprensibile per chiunque non facesse parte
dell'ordine?
Perfino adesso, Alessio non ne aveva idea. Non entrava o
usciva quasi nessuno da quel posto. Aveva rinunciato a tenerlo
d'occhio. Forse sbucavano fuori solo al buio, quando lui era
a letto completamente sveglio e si chiedeva cos'avesse fatto per
essere espulso senza una buona ragione dal mondo dei vivi.
Un'auto dei carabinieri era appostata quasi sempre davanti
all'edificio: due agenti dall'aria annoiata fissavano con
ostentazione i visitatori per accertarsi che nessuno diventasse troppo
curioso, la qual cosa uccideva gran parte del fascino dei Cavalieri
di Malta. Era difficile immaginare che un ordine dal valore
indiscutibile potesse aver bisogno di uomini in divisa, con
grossi fucili, per sorvegliare la porta della sua splendida villa.
Ma l c'era un miracolo, con cui sentiva di essere cresciuto.
Riusciva ancora a ricordare i giorni in cui il padre era solito
prenderlo, con le braccia ferme sotto le sue deboli, e sollevarlo
delicatamente finch il suo occhio non raggiungeva il buco
della serratura, con la vernice verde che si era scrostata nel
corso dei secoli fino a mostrare qualcosa di simile al piombo
o all'argento opaco.
Piranesi - doveva essere stato lui, perch nessun altro ne
avrebbe avuto l'ingegno o il talento - aveva escogitato un ultimo
trucco nella piazza. In qualche modo, era riuscito ad allineare
il buco della serratura della villa dei Cavalieri direttamente
alla basilica di San Pietro, che si trovava a un paio di
chilometri di distanza al di l del Tevere. Sbirciando attraverso
il piccolo foro della porta si scorgeva un'immagine simile
a un quadro. Il sentiero di ghiaia puntava dritto verso la riva
opposta del fiume in direzione del suo soggetto, avvolto su
entrambi i lati da una galleria di fitti cipressi, punti esclamativi
verde scuro cos alti da elevarsi oltre la portata del buco
della serratura, a formare una volta nascosta sopra tutto ci
che riusciva a vedere. In fondo a questo corridoio naturale,
incorniciata durante le belle giornate da un luminoso rettangolo
verticale di luce, si ergeva la grande cupola della basilica,
che sembrava sospesa nell'aria come per magia.
Conosceva gli artisti. La cupola era opera di Michelangelo.
Magari, una volta, lui e Piranesi si erano incontrati e avevano
fatto un patto: "Tu costruisci la chiesa, io la serratura e un giorno
qualcuno scoprir il trucco."
Alessio riusciva a immaginare Piranesi arricciarsi i baffi a
quell'idea. Riusciva anche a immaginare che ci fossero altri
enigmi, altri segreti che nessuno aveva mai scoperto nel corso
dei secoli e che attendevano che lui nascesse e si mettesse sulle
loro tracce.
Riesci a vederla?
Era un rito, piccolo ma importante, che dava il via a tutti i
giorni di scuola e a tutte le passeggiate dei fine settimana che
lo conducevano nella piazza di Piranesi. Quando Alessio sbirciava
nel buco della serratura della villa dei Cavalieri di Malta,
quanto vedeva attraverso i filari degli alberi, splendido al di l
del fiume, era la prova che il mondo era intatto e che la vita
continuava. Ci che Alessio aveva capito solo di recente era
che suo padre aveva bisogno di quell'incoraggiamento tanto
quanto lui. Quella piccola liturgia rinnovava ogni giorno il loro legame.
S.  ancora l.
La giornata poteva iniziare. La scuola, la musica, i giochi.
Le rassicuranti abitudini della vita familiare. E gli altri riti. La
sua festa di compleanno era una specie di cerimonia. Il suo
ingresso in quell'et speciale - sette, il numero magico - camuffato
da festa per bambini. Una festa durante la quale suo
padre aveva pescato a sorte quello stupido regalo, una cosa
che dalla confezione ad Alessio era sembrata interessante,
ma che adesso che la provava lo lasciava perplesso.
Gli occhiali da mosca erano un giocattolo di plastica sottile,
grosso e ingombrante, e anche malfatto, con stanghette cos allentate
da sbatacchiargli contro le orecchie quando ne sistemava
con cura le estremit sotto i lunghi capelli corvini nel
tentativo di tenerli fermi sul volto. Quel giocattolo avrebbe dovuto
permettergli di vedere la realt con gli occhi di una mosca.
I loro occhi sfaccettati hanno lenti che, a loro volta, contengono
molte altre lenti, forse centinaia, come caleidoscopi senza
frammenti di carta colorata, e producono un universo di visuali
associate della stessa scena, tutte identiche, tutte diverse,
tutte collegate, tutte separate. Ciascuna  convinta di essere
reale e che la sua vicina sia immaginaria, ciascuna, forse, in balia
della massima illusione, perch Alessio Bramante non era,
si disse, uno sciocco. Tutto ci che vedeva poteva essere irreale,
tutti i fiori che toccava, tutti i respiri che traeva non erano
nient'altro che minuscoli frammenti precipitati dai sogni in
continuo mutamento di qualcun altro.
Accovacciato contro la porta, nel tentativo di ignorare la voce
ferma e impaziente del padre, aveva avuto un altro pensiero
da adulto, uno dei molti che, negli ultimi tempi, continuavano
ad affacciarsi alla sua mente. Non era solo il modo di
vedere delle mosche. Era anche quello di dio. Un dio lontano
e impersonale, da qualche parte lass nel cielo, in grado di
spostare di un solo millimetro la sua visuale, di chiudere un
grande occhio, di guardare socchiudendone un altro e di vedere
le sue creature in una miriade di maniere diverse nel tentativo
di capirle meglio.
Alessio sbirci pi attentamente e si chiese: il mondo 
uno solo diviso in tanti altri, oppure possediamo una speciale
visione personale, una capacit che, per motivi di bont o
comodit, non sapeva quale delle due ipotesi, riduceva quella
moltitudine a una cosa sola?
Erano i pensieri stravaganti di un bambino troppo fantasioso.
Riusc a sentire il padre ripetere quelle parole sebbene non
gli fossero mai uscite di bocca. Invece, Giorgio Bramante stava
dicendo una cosa completamente diversa.
Alessio, protest, per met impartendogli un ordine e
per met implorandolo dobbiamo andare. Subito.
Perch?
Che importanza aveva essere in ritardo? La scuola non finiva
mai. Che cos'erano pochi minuti persi quando si sbirciava
nel buco della serratura dei cavalieri in cerca della cupola
di San Pietro, per capire chi avesse ragione, gli esseri umani
o le mosche?
Perch oggi non  un giorno qualsiasi!
Distolse il viso dal buco della serratura, poi si lev con cura
gli occhiali fragili e se li ficc nella tasca dei pantaloni.
No?
Il padre diede un'occhiata furtiva all'orologio, un gesto in
realt superfluo. Giorgio Bramante sapeva sempre che ora
era. I minuti e i secondi sembravano scorrere nella sua mente
lasciando sempre il segno.
C' una riunione a scuola. Non si pu entrare fino alle
dieci e mezzo a...
Ma...
Avrebbe potuto restare a casa a leggere e sognare.
Ma niente!
Il padre era un tantino teso e a disagio, con s stesso, non
con il figlio.
Allora cosa facciamo?
Giorgio Bramante sorrise.
Una cosa nuova disse, sorridendo all'idea di una notizia
che non gli aveva ancora comunicato. Una cosa divertente.
Alessio rimase silenzioso, in attesa.
Continui a chiedermi del posto che ho trovato prosegu
il padre.
Il respiro del bambino si mozz per un attimo. Era un segreto.
Pi grande di qualsiasi cosa potesse scorgere attraverso il
buco di una serratura. Aveva sentito suo padre sussurrare al
telefono, aveva notato i numerosi ospiti che continuavano a recarsi
a casa sua e il modo in cui veniva portato fuori dalla stanza
non appena gli adulti iniziavano a parlare.
S. Si interruppe, chiedendosi cosa significasse tutto ci.
Ti prego.
Be'. Giorgio Bramante esit stringendosi con noncuranza
nelle spalle e ridendo di lui nel modo familiare a entrambi.
Non posso dirtelo.
Ti prego!
No.
Scosse il capo con fermezza.
 troppo... importante per parlarne. Devi vederlo!
Si abbass sorridendo e scompigliando i capelli ad Alessio.
Sul serio? chiese il bambino, quando riusc a pronunciare
una parola.
Sul serio. E... picchiett l'inutile orologio adesso.
Oh sussurr Alessio, mentre tutti i pensieri su Piranesi e i
suoi trucchi gli passavano di mente.
Giorgio Bramante si protese ancor pi verso il basso e gli
diede un bacio sulla testa, un gesto insolito e inaspettato.
 ancora l? chiese pigramente, senza aspettarsi davvero
una risposta, afferrando il braccino forte di Alessio come se
avesse fretta, not subito il figlio.
No disse, sebbene, in realt, il padre non lo stesse pi
ascoltando.
Semplicemente non esisteva in nessuno delle centinaia di
minuscoli mondi in continuo mutamento che aveva visto
quel mattino. La cupola di Michelangelo era nascosta, smarrita
da qualche parte nella nebbia al di l del fiume.
...
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Capitolo 2.
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...
Pino Gabrielli non era sicuro di credere al purgatorio ma,
perlomeno, sapeva dove avrebbe dovuto essere. Da qualche
parte tra il paradiso e l'inferno, un luogo di passaggio per anime
in pena, in un limbo, in attesa che una persona viva, una
persona che probabilmente conoscevano, facesse la cosa giusta,
premesse l'interruttore giusto per mandarle sulla retta
via. E anche da un'altra parte, molto pi vicino. Sulla parete
di una sacrestia del suo amato Sacro Cuore del Suffragio, la
chiesa che era diventata il passatempo principale di Gabrielli
da quando era andato in pensione abbandonando il dipartimento
di Architettura della Sapienza quasi dieci anni prima.
Non che fosse pi un gran segreto. In quella gelida mattina
di febbraio, con volute di nebbia che aleggiavano nell'aria
ghiacciata sopra il Tevere, Pino Gabrielli vide che c'era gi un
visitatore alle 7,20, dieci minuti prima che aprisse le porte. Un
uomo era in piedi davanti all'entrata sotto il piccolo rosone,
intento a battere i piedi per il freddo. Quando Gabrielli lanci
un ultimo sguardo in direzione del fiume, dove un cormorano
solitario rasentava pigramente la caligine grigia comparendo
e scomparendo, si chiese cos'avesse portato qualcuno
l a quell'ora, un tipo anonimo di mezz'et, all'apparenza non
il solito giovane in cerca di emozioni, anche se era difficile dirlo
dal momento che l'uomo era stretto in un pesante cappotto
nero, e aveva un cappello di lana calcato sulle orecchie.
Gabrielli super il traffico dell'ora di punta, avanz verso
la chiesa, sfoder il suo miglior sorriso di benvenuto e rivolse
un rapido buongiorno al visitatore, che mormor qualcosa
in risposta; sembrava comunque italiano, anche se le parole
giunsero attraverso una spessa sciarpa che gli arrivava
fino al naso. Questo avrebbe spiegato perch aveva freddo,
anche se il tempo non era cos brutto come certe mattine di
febbraio di cui si ricordava Gabrielli.
Poi, tutt'a un tratto, il visitatore gli pose la solita domanda: 
ancora l? E il morale di Gabrielli croll. Nonostante le apparenze,
era soltanto l'ennesimo ficcanaso in cerca di qualcosa,
qualsiasi cosa, che gli facesse venire i brividi lungo la schiena.
Il custode soffoc un borbottio, estrasse la vecchia chiave
che apriva la porta principale, fece entrare l'uomo e indic la
navata centrale, semilluminata dalla luce persistente del
mattino. Lo osserv avviarsi, poi si rec nel suo piccolo ufficio,
si scald le mani su un cappuccino e divor l'unico cornetto
alla marmellata concesso dalla sua dieta, sentendosi
un po' a disagio. Era abituato a trascorrere un'ora abbondante
da solo prima che arrivasse qualcuno, tempo che dedicava
alla lettura e alla riflessione, vagando per una chiesa che
aveva finito per considerare il suo piccolo universo per alcune
ore al giorno.
Gabrielli prese un opuscolo e si chiese se fosse il caso di
portarlo al visitatore. Ormai i dpliant avevano pi di vent'anni
e odoravano un tantino di muffa perch erano conservati
in un armadio umido, impilati uno sull'altro. Quando ne
porgeva uno, la gente scuoteva sempre il capo e diceva:
No. Ma Gabrielli non voleva denaro. Era felice di distribuirli
gratis. Si sarebbe soltanto sentito pi felice se pi gente
avesse apprezzato la chiesa di cui era custode per ci che
era, invece di precipitarsi a vedere della roba che era perlopi
ciarpame, pens.
In una citt strapiena di opere d'arte barocche e classiche, il
Sacro Cuore era un piccolo baluardo luminoso delle austere linee
architettoniche del neogotico settentrionale. La chiesa veniva
a malapena notata dalle folle che sgomitavano imprecando
e sospirando sul lungotevere a ovest di Castel Sant'Angelo.
Ma Gabrielli conosceva ogni centimetro dell'edificio, ogni pilastro
e ogni colonna decorativa, ogni minima curva dell'elegante
soffitto a volta, e capiva, sia in qualit di laico che di tiepido
uomo di chiesa, quanto fosse prezioso.
Quelli che conoscevano l'italiano potevano leggere sulla
guida che un architetto di Bologna, Giuseppe Gualandi, aveva
costruito una perfetta cattedrale in miniatura su ordine di
un prete francese intenzionato a dare a Roma una Chartres
versione ridotta, sebbene con del vetro istoriato un po' meno
costoso e un'ubicazione decisamente urbana. E, inoltre, che
quello stesso prete, ispirato da uno strano evento accaduto
nella medesima chiesa, aveva allestito una piccola mostra:
solo due teche alla parete, una grande e una piccola, con una
modesta collezione di reperti.
Per qualche motivo - Gabrielli non lo conosceva e non gliene
importava un granch - quell'allestimento aveva finito per
essere conosciuto come il Piccolo museo del purgatorio. Era
rimasto per decenni nella sacrestia quasi senza essere visitato
da nessuno. Ma, negli ultimi anni, sempre pi persone cercavano
mete alternative ai soliti luoghi di interesse turistico come
il Colosseo e San Pietro. A un certo punto, nel corso degli
anni, il Sacro Cuore era imprevedibilmente emerso dall'oscurit
polverosa e si era ritagliato un posto tra gli itinerari suggeriti
dai ben informati.
Una volta, Gabrielli dedicava i quattro giorni alla settimana
in cui faceva il guardiano volontario al Sacro Cuore alla
meditazione e all'esplorazione solitaria degli angoli bui dell'opera
di Gualandi. Ma con il passare degli anni sempre pi
visitatori, soprattutto giovani e agnostici, accorrevano per
uno spettacolo che li avrebbe indotti a credere che in un mondo
cos monotono e banale in cui tutto poteva essere spiegato
con un computer, c'era qualcosa, un grido sussurrato proveniente
da qualche altra parte, che diceva: c' dell'altro, se solo
lo sapessi.
La maggior parte delle persone rimaneva delusa. Pensava
che purgatorio fosse sinonimo di inferno e si aspettava di vedere
qualcosa in stile Hieronymus Bosch: veri demoni, veri
abissi, luoghi in grado di convincere gli scettici che il diavolo
continuava a scorrazzare sulla Terra nel tentativo di trovare
uno spiraglio, tra il viaggio in autobus fino a casa e la televisione,
attraverso cui farsi largo nelle vite degli innocenti. In
realt, non c'era proprio nulla di sinistro da vedere. Gabrielli,
un uomo che amava la letteratura straniera, cercava spesso di
metterla in questo modo: il Piccolo museo era pi simile a
M.R. James che a Stephen King.
Tutto ci che poteva mostrare ai visitatori - voltandosi con
discrezione per evitare di constatare la loro delusione - era
quanto si trovava l immutato da decenni: due teche di vetro
e gli undici piccoli pezzi che contenevano, oggetti banali che
si riteneva fornissero le prove del fatto che ci fossero davvero
anime tormentate, creature primordiali che, di tanto in
tanto, potevano penetrare nel mondo dei vivi per consegnare
un messaggio.
C'era poi un altro oggetto. Ma, avendone la possibilit, Gabrielli
gli dava sempre le spalle. La piccola teca in fondo alla
sacrestia passava facilmente inosservata. Conteneva l'unico
reperto moderno, una maglietta minuscola con lo stemma di
una scuola elementare sul petto. Era un'immagine insolita
per l'uniforme di un bambino, un'immagine che ormai iniziava
anche a sbiadirsi, dopo che la maglietta era rimasta appesa
alla parete per quattordici anni dietro il vetro della teca,
sotto la luce fissa dei neon. Tuttavia, era facile vedere cosa fosse
rappresentato un tempo sul cotone bianco scadente: una
stella a sette punte dai contorni neri, posta all'interno di un
cerchio blu scuro sui cui bordi figuravano strani simboli rossi,
con sette stelle scure pi piccole poste a intervalli regolari
intorno all'anello esterno.
Per un po', aveva cercato di decodificare quell'immagine
bizzarra finch qualcosa - forse la sensazione fastidiosa di
essere troppo curioso - non lo ferm. Quello e la certezza
che, qualunque fosse l'origine del simbolo, sicuramente non
era cristiana, come si addiceva a una scuola moderna di Roma,
in un'epoca secolare.
I caratteri sulla circonferenza erano simboli alchemici dei
mesi dell'anno. Aveva finito per convincersi che le stelle esterne
rappresentassero i sette pianeti degli antichi: Mercurio, Venere,
Giove, Marte, Saturno, il Sole e la Luna. Forse la stella interna
era la Terra stessa, anche se non era riuscito a trovare una
documentazione attendibile a sostegno di quell'ipotesi e il
professore che era in lui, sebbene in pensione, la considerava
improbabile. Qualsiasi cosa rappresentasse, il simbolo era
precristiano. Gabrielli era convinto che la stella interna raffigurasse l'anima, l'essenza di un individuo, che cercava di trovare il suo posto tra le certezze eterne e celesti.
Ma, mentre aveva iniziato a riflettere su quella possibilit,
aveva realizzato che l'oggetto contenuto nella teca stava diventando
piuttosto inquietante. Gli altri pezzi erano appartenuti
a persone morte da tempo. Questo era recente. Aveva
perfino incontrato quel bambino in alcune occasioni, quando
il padre lo portava nel vicino dipartimento di Archeologia
della Sapienza dove lavorava e lo lasciava giocare negli
uffici incantando tutti quelli che incontrava. Alessio Bramante
era un bel bambino, magro e alto per la sua et, sempre
curioso, anche se un tantino timido in presenza del padre,
un uomo temuto perfino dai colleghi pi anziani. Con
somma angoscia, Gabrielli scopr di riuscire ancora a ricordare
la sua immagine con estrema facilit. Nella sua mente,
il bambino era ancora l nella stanza, piuttosto serio e composto,
a porgli domande intelligenti e ben ponderate sul suo
lavoro. Aveva lunghi capelli neri e lucidi, vivaci occhi marroni
sempre sgranati, e l'aspetto incantevole della madre, una
bellezza docile e tranquilla del tipo che secoli prima aveva
trovato posto nei quadri, quando l'artista cercava un volto
che potesse placare gli spettatori pi inquieti con un unico
sguardo rasserenante, che diceva: "Lo so, ma  cos che stanno
le cose."
Questo legame personale cambiava le cose, al punto tale
che, alla fine, stava alla larga il pi possibile da quell'ultimo
pezzo. C'era un che di morboso nell'ossessione per quel vecchio
indumento di Alessio Bramante, un bambino morto,
vittima di una tragedia che nessuno riusciva a comprendere.
A volte, si pentiva di essersi lasciato coinvolgere personalmente
permettendo in primo luogo che collocassero la maglietta
nel Piccolo museo.
E c'era anche un'altra fonte di preoccupazione, che lo impensieriva
molto di pi quando si prendeva la briga di pensarci.
C'era del sangue.
* * *
Beatrice Bramante aveva detto di aver trovato la maglietta
di Alessio mentre metteva a soqquadro la stanza del figlio subito
dopo la sua scomparsa. Sopra la stella pi in basso aveva
notato qualcosa di inspiegabile: una macchia rossa, bagnata e
irregolare ai margini, come se fosse stata prodotta solo pochi
minuti prima. Nulla poteva spiegarne la presenza. L'indumento
era stato lavato poco prima della tragedia ed era stato
lasciato in un armadio, senza essere toccato da nessuno nei
giorni angosciosi che ne avevano preceduto il rinvenimento.
Beatrice aveva avvicinato Gabrielli e gli aveva chiesto se
riteneva opportuno che la maglietta venisse aggiunta alla
collezione del Piccolo museo, come prova recente che le persone
morte in modo tragico potevano ancora comunicare
con i vivi.
Aveva avuto dei dubbi. Gabrielli credeva che avrebbero
dovuto consegnarla alla polizia, anche se altri pensavano
che la situazione del padre del bambino lo rendesse inopportuno.
Il parroco di allora nutriva uno scarso interesse per
l'insolito assortimento di stranezze che aveva ereditato. Tuttavia,
perfino lui aveva ceduto quando si era trovato di fronte
Beatrice Bramante, tanto sconvolta quanto determinata. E
poi c'era la cruda verit: una macchia di sangue era apparsa
sulla maglietta bianca di un bambino di sette anni mentre
era piegata nell'armadio di casa sua. Tutto ci quando era
scomparso e si riteneva fosse morto.
Quindi avevano ceduto e, ben presto, si erano pentiti della
decisione. Tre anni dopo che la maglietta era stata appesa
alla parete del Piccolo museo, era apparsa un'altra macchia
di sangue. Poi, negli anni successivi, altre due. Ciascuna era
cos piccola da non destare l'attenzione delle persone che
non avevano mai visto la maglietta. Il fatto venne riconosciuto
tacitamente dai membri pi coscienziosi della gerarchia
ecclesiastica e la teca venne nascosta alla vista finch la macchia
non sbiad e non fu pi cos evidente, poi torn al suo
posto e la sua metamorfosi non venne mai pi menzionata
per paura di destare un clamore indesiderato.
Gabrielli, che aveva preso parte a questo sotterfugio, aveva
sempre saputo che prima o poi sarebbe successo qualcosa. Se
si dava per buona l'esistenza del purgatorio, era chiaro cosa
stava accadendo. Le macchie erano un messaggio. Avrebbero
continuato ad apparire finch qualcuno non l'avesse ascoltato
e avesse ritenuto opportuno agire. La sua parte razionale
gli diceva che era impossibile, assurdo. Ovunque fosse
finito lo spirito dello sfortunato Alessio - gli bastava ripeterne
il nome tra s per rievocare il ricordo del bambino, rigido
e dritto nel suo ufficio - non poteva essere in grado di lasciare
un segno su un semplice oggetto in una teca alla parete di
una strana chiesa accanto al rumoroso e trafficato lungotevere
Prati. Il mondo terreno e l'aldil non avrebbero dovuto incontrarsi
in questo modo.
Per qualche motivo, questi pensieri lo tormentavano pi
del solito mentre sorseggiava il cappuccino e sbocconcellava
il cornetto. E sapeva anche perch. Era a causa dell'uomo che
si trovava nella stanza accanto, nascosto sotto il cappello e la
sciarpa e tuttavia - Gabrielli sapeva che era ridicolo - in qualche
modo familiare. E anche della sua ansia di recarsi in
quella stanza maledetta. Si rese conto che il visitatore non gli
aveva posto nemmeno una domanda, fatta eccezione per: 
ancora l?
Era come se ci fosse gi stato, e quella era un'altra idea che
Gabrielli trovava sconcertante.
Con riluttanza - una parte di lui stava iniziando a odiare la
sacrestia - si alz e, con tutta la velocit priva di entusiasmo
che poteva chiamare a raccolta un sessantasettenne, attravers
il corridoio e si ferm vicino alla porta che si apriva su quel
luogo a lui familiare. Le luci accecanti del corridoio lo abbagliarono.
All'inizio si illuse che il visitatore se ne fosse andato,
senza nemmeno una parola di ringraziamento o un rumore
di passi che si allontanavano. Non c'era alcun suono umano,
fatta eccezione per il suo stesso respiro affannoso, retaggio di
una vita di dipendenza dalle sigarette. Tutto ci che Pino Gabrielli
riusciva a sentire era il rombo ripetitivo e meccanico del
traffico, un flusso di rumori cos familiare e prevedibile che lo
notava raramente, anche se oggi sembrava pi forte che mai,
capace di penetrargli nella mente e rimbombare nella sua galoppante
fantasia.
Poi entr nella stanza angusta, conscio, mentre varcava la
soglia, di recarsi in un luogo inopportuno, che stonava con il
mondo in cui gli piaceva vivere.
Non credeva nel purgatorio. Per niente. Ma in quel momento,
con il cuore che martellava a un ritmo spasmodico nel
profondo, sotto il panciotto, e la gola secca per la paura, Pino
Gabrielli si rese conto che perfino un uomo come lui, un ex
professore di architettura che aveva letto e viaggiato molto,
con una mente aperta e curiosa, a volte era l'ultimo degli ignoranti.
La figura in nero era affaccendata nel cono d'ombra sulla
parete opposta, dov'era conservata la maglietta di Alessio
Bramante. L'oggetto non si trovava pi nella teca ma era tenuto
fermo contro il vecchio intonaco pallido dalla mano sinistra
dell'intruso. Nel pugno destro teneva una specie di straccio
sudicio che gocciolava un liquido scuro e viscoso.
Gabrielli rimase a guardare, incapace di muoversi, mentre
l'uomo schizzava quattro volte la maglietta del bambino,
allargando tutte le vecchie macchie con nuove pi accese e lucide
di sangue fresco. Alla fine, aggiunse un altro segno, una
chiazza compatta e rossa su una stella precedentemente immacolata
in alto a sinistra.
Un altro messaggio, pens il custode pietrificato, da aggiungere
ai quattro che erano gi rimasti inascoltati.
Forse Gabrielli fece un verso. Forse si trattava semplicemente
del suo respiro difficoltoso e aritmico. Si rese conto che il visitatore era consapevole della sua presenza. L'uomo ripose la
maglietta nella teca con estrema attenzione e rimise a posto il
vetro, lasciando delle tracce appiccicose e insanguinate sulla
superficie. Poi si tolse il pesante cappello di lana e si volt.
Lei... mormor Gabrielli, stupito da quanto vide.
Chiuse gli occhi, sent la vescica rilassarsi e la mente svuotarsi,
e si vergogn perch, in extremis, trov impossibile pregare.
Quando riacquist il coraggio di guardarsi intorno, Gabrielli
si ritrov solo. Arranc nella navata centrale e si lasci
cadere su una dura panca di legno scosso dai fremiti.
Il Sacro Cuore gli era caro. Conosceva le regole, i protocolli che vincolavano la sua gestione e quella di tutte le chiese di
Roma. Per essere corretto, avrebbe dovuto chiamare il prete
e i membri del consiglio parrocchiale prima di chiunque altro.
Come aveva fatto in passato.
E tuttavia i messaggi continuavano ad arrivare, stavolta con
un messaggero.
Quando era troppo era troppo. Con mano tremante, Pino
Gabrielli estrasse il cellulare dalla tasca, attese che le dita smettessero di tremare e si chiese quale numero bisognasse chiamare
in simili circostanze: il 112 dei carabinieri o il 113 della polizia.
Non c'era un numero per mettersi in contatto con Dio. Era
questo il motivo principale per cui gli uomini erigevano chiese.
E si sforz di non pensare al volto dell'uomo che aveva visto.
Una persona che un tempo conosceva, quasi un amico.
Una persona che adesso aveva freddi occhi neri e una pelle
secca, asciutta e pallida come quella di un cadavere.
I carabinieri si confacevano di pi a Gabrielli. Appartenevano
al ceto medio. Erano ben vestiti. Gentili. Pi sofisticati.
Comprendendo solo in parte il motivo, ritorn in sacrestia
mentre armeggiava con il cellulare, sentendo l'odore del sangue,
a malapena consapevole del fatto che ci fosse qualcos'altro,
qualcosa che avrebbe dovuto vedere. Cerc di premere i
tasti con il dito malfermo, ma pigi comunque quelli sbagliati.
Forse, pens, era solo il destino. Quasi tutte le cose dipendevano dal destino.
Era troppo tardi; ud un'aspra voce femminile al telefono, in attesa di una risposta.
Guard il Piccolo museo del purgatorio, stavolta nella giusta
prospettiva: senza temere per la sua vita a causa di un estraneo
dall'aria familiare vestito di nero con addosso l'odore del sangue.
La sua intuizione era stata corretta. C'era dell'altro. Un messaggio
diretto, scritto in un modo che non avrebbe mai dimenticato.
Ci volle un minuto prima che Gabrielli riuscisse a parlare.
E, quando lo fece, gli usc di bocca una sola parola.
Bramante... mormor, senza riuscire a distogliere lo
sguardo dalla frase vergata con il sangue sulla parete, una
scritta continua e sbilenca, dai caratteri studiati, opera di qualcuno o qualcosa determinato a lasciare un messaggio, solo poche parole.
CA' D'OSSI. La casa delle ossa.
...
.
...
Capitolo 3.
...
.
...
Era stato un bell'inverno, il migliore che Nic Costa riuscisse
a ricordare da anni. Erano rimaste solo due casse del vino novello
che avevano prodotto l'autunno precedente. Costa rimase
sorpreso quando scopr che la vendemmia modesta e casalinga,
la prima fatta nella piccola tenuta dopo la morte di suo
padre, aveva ottenuto anche l'approvazione di Leo Falcone. O
era davvero buona oppure il vecchio ispettore si stava ammorbidendo
mentre si adattava a una fragilit a cui non era abituato.
O entrambe le cose. Costa aveva finito per rendersi conto
negli ultimi mesi che, di tanto in tanto, il mondo era pieno di sorprese.
A pranzo avevano portato alcune bottiglie alla nuova casa
che Falcone condivideva con Raffaela Arcangelo, un appartamento
al pianterreno in un vicolo tranquillo del quartiere
Monti, preso temporaneamente in affitto finch lui non avesse
ricominciato a muoversi con pi facilit. Le ferite subite dall'ispettore
l'estate precedente faticavano a guarire, e lui faticava
a fard i conti. Sapevano senza aver bisogno di dirlo che il
pranzo era una specie di fase preparatoria per tutti loro, Costa
ed Emily Deacon, Peroni e Teresa Lupo, Falcone e Raffaela, un
modo di buttarsi alle spalle il passato e prendere una specie di
impegno vincolante per il futuro.
I dodici mesi precedenti erano stati duri e decisivi. Per poco
la loro ultima indagine a Venezia non aveva avuto come risultato
la morte di Falcone. Peroni e Teresa ne erano usciti illesi,
forse pi forti che mai una volta passato il polverone.
Mentre lei era tornata all'obitorio della polizia, Peroni era di
nuovo un agente in borghese in giro per le strade di Roma, attualmente responsabile di una nuova recluta, una donna che,
com'era fin troppo ansioso di rivelare a tutti quelli che si trovavano a portata d'orecchio, lo faceva impazzire con il suo entusiasmo sconfinato e la sua ingenuit.
Costa era quello a cui era andata meglio di tutti: aveva trascorso
l'inverno a occuparsi della sicurezza di una grande mostra
che aveva come fulcro le opere di Caravaggio, una mostra
che aveva attirato un vasto pubblico a Palazzo Ruspoli dall'apertura
in novembre fino alla chiusura, un paio di settimane
prima. Aveva dovuto sbrigare le ultime faccende, le pi importanti
delle quali erano state un giro finale di riunioni per la
spedizione delle opere da restituire e un lungo viaggio a Londra
per consolidare i rapporti con la National Gallery. Poi, infine,
da due giorni, nulla. Nessuna riunione. Nessuna scadenza.
Nessuna telefonata. Solo la consapevolezza che adesso
quel periodo straordinario della sua vita, che aveva aperto cos
tante strade nuove, era finito. Dopo una settimana di ferie,
anche lui sarebbe tornato al lavoro, in qualit di agente in servizio
nel centro storico di Roma, incerto sul suo futuro. Nessuno
gli aveva detto se avrebbe ancora fatto coppia con Peroni.
Nessuno aveva accennato a quando Falcone sarebbe potuto
tornare al suo lavoro. Gli era giunto solo un consiglio dall'alto,
da parte del commissario Messina, un tipo ambizioso che aveva
quasi dieci anni pi di lui. Era ora, aveva detto Messina una
sera prima di andarsene, che un uomo dell'et di Costa iniziasse
a pensare al futuro. Erano stati fissati gli esami per la
promozione. Ben presto avrebbe dovuto prendere in considerazione
l'ipotesi di cercare di salire di grado, da agente a sovrintendente.
Emily l'aveva guardato con aria scettica quando glielo aveva
comunicato e si era limitata a dire: Non sono sicura di riuscire
a immaginarti nelle vesti di sergente. O te ne stai lass
con Falcone o in strada con Gianni. Anche se immagino che il
denaro ci farebbe comodo.
Bisognava sempre prendere delle decisioni che contrastavano
con i suoi desideri all'interno del dilemma perpetuo a
cui doveva far fronte ogni poliziotto dotato di entusiasmo,
ambizione e coscienza. Fino a che punto la vita di un uomo
doveva essere votata alla professione? E fino a che punto alle
persone che amava?
Costa aveva trovato la risposta otto settimane prima, quando
Emily lo aveva raggiunto in un costoso ristorante di Londra,
dopo la sua ultima riunione alla National Gallery in Trafalgar
Square. Emily viveva ormai da un anno nella sua casa
alla periferia di Roma. Entro l'estate avrebbe avuto le carte in
regola per cercare lavoro come architetto junior.
Quando la guard in volto quella sera nel West End, con
uno dei piatti pi costosi e cattivi che avesse mai mangiato
davanti a s, finalmente Nic Costa cap. Per una volta, non esit.
Lei l'aveva ammonito troppo spesso con uno sguardo divertito
e la domanda: Sei sicuro di essere italiano?
Prima o poi, quell'estate, possibilmente in giugno o agli inizi
di luglio, a seconda di quanti parenti di Emily intendessero
venire dagli Stati Uniti, si sarebbero sposati con un rito civile,
seguito da un ricevimento nei giardini della sua casa sulla via
Appia. Verso la fine di luglio - intorno al 24 se i medici non si
sbagliavano - avrebbero avuto un bambino. Adesso Emily
era incinta di sette o otto settimane, quanto bastava per parlare
agli altri dei loro progetti, che si erano plasmati lentamente,
crescendo come il bambino raggomitolato e nascosto nel suo
ventre ancora piatto, per diventare qualcosa di semplice e allo
stesso tempo infinitamente complesso, naturale eppure magico.
E, quando fossero diventati genitori, pens tra s Nic Costa,
la vita sarebbe sicuramente iniziata sul serio, cosa che stava
per dire agli altri quattro nel soggiorno di Leo Falcone,
dopo che lui ed Emily avevano fatto i loro due annunci, ma le
sue parole vennero sommerse dagli schiamazzi.
Falcone si diresse in cucina zoppicando mentre parlava con
eccitazione della bottiglia di champagne d'annata - vero champagne,
non un buon prosecco - che aveva tenuto in serbo per
un'occasione simile. Raffaela era impegnata a coprirlo di attenzioni
mentre cercava altro cibo da mettere sul tavolo. Teresa
Lupo soffoc la coppia di baci e parve fastidiosamente sul punto
di piangere o di avere una crisi isterica o entrambe le cose,
prima di precipitarsi ad aiutare Raffaela con i bicchieri.
E Gianni Peroni si limit a restare l, con un grosso ghigno
sul viso deturpato rivolto a Teresa che stava scomparendo.
Sembrava sottintendere: "Te l'avevo detto."
Emily, sorpresa dalla loro reazione esagerata, ancora accanto
a Costa, pos il capo sulla sua spalla e sussurr: E da
un po' che in questo Paese non si celebrano matrimoni?
A quanto pare, s rispose lui sommessamente, poi la
prese in modo teatrale tra le braccia e la baci.
Emily si allontan ridendo quando si ritrovarono di fronte
una foresta di braccia che si agitavano sorreggendo bicchieri
e piatti pieni di cibo.
D'ora in poi sar sempre cos? balbett, evitando il vino e
allungando una mano verso un bicchiere di acqua minerale.
Sempre ripet Gianni Peroni, iniziando a fare un brindisi
cos significativo, toccante e divertente che Costa fatic a
credere che non lo avesse gi provato parecchie volte.
...
.
...
Capitolo 4.
...
.
...
Quella mattina, Pino Gabrielli non fu l'unico custode di una
chiesa romana a ricevere una sorpresa. Mezz'ora dopo che
l'uomo aveva aperto le porte della chiesetta bianca di Prati,
Ornella Di Benedetto si ritrov davanti le catene e il lucchetto
del rudere abbandonato che un tempo era stato Santa Maria
dell'Assunta, chiedendosi cosa ci fosse di diverso. La risposta
logica - era entrato qualcuno - le sembr troppo ridicola per articolarla.
A Roma c'erano molte chiese. Troppe per una popolazione
che diventava sempre pi laica con il passare degli anni. Santa
Maria dell'Assunta, collocata sul lato sud orientale dell'Aventino,
non lontano da piazza Albania, aveva poco da offrire.
Gli storici sostenevano che sorgesse sul sito di una delle
chiese pi antiche di Roma, risalente a tempi antichissimi,
quando il cristianesimo era una religione tra tante, a volte perseguitata,
a volte tollerata, raramente sostenuta. Non rimaneva
niente dell'originale. Nel corso dei secoli era stata ricostruita
almeno in cinque occasioni, rasa al suolo pi di una volta,
poi, nel XVI secolo, ceduta a un ordine di frati cappuccini.
L'edificio minuscolo e privo di attrattive che era sopravvissuto
rimase consacrato per altri tre secoli, poi, sotto il dominio
anticlericale di Napoleone, cadde in disuso e in seguito venne
convertito in un ufficio municipale. All'inizio del XX secolo divenne
per breve tempo una residenza privata abitata da un
anziano scrittore inglese dai gusti esoterici e macabri. Dopo la
sua morte, l'edificio and progressivamente in rovina, rimanendo
in piedi solo grazie a una piccola sovvenzione da parte
della citt e della diocesi locale, che si sentiva ancora in colpa
per il suo stato d'abbandono. Il guazzabuglio di stili
architettonici e l'assenza di quadri o sculture importanti facevano s che la donna di mezza et che teneva d'occhio il posto fosse
per mesi l'unica persona a mettere piede, al di l delle porte di
quercia marce e polverose, nell'angusto vicolo cieco a pochi
metri dal trambusto di viale Aventino.
In ogni caso, conteneva qualcosa di esoterico, nascosto in
una cripta raggiungibile solo attraverso uno stretto corridoio umido e tortuoso scavato nella roccia cedevole del colle.
Gli stessi frati cappuccini che un tempo si erano occupati della
chiesa erano tutt'ora i proprietari di un'altra chiesa pi
grande a Roma, Santa Maria della Concezione in via Veneto,
a poca distanza dall'ambasciata americana. L avevano creato
uno strano monumento: una cripta molto pi grande di
quella di Santa Maria dell'Assunta, decorata - non c'era altro
modo per descriverla - con le ossa di circa quattromila confratelli,
deposte l fino alla fine del XIX secolo, quando quella
pratica fin per essere ritenuta eccessivamente macabra
per i gusti moderni.
Ornella Di Benedetto conosceva bene quel posto e l'aveva
confrontato attentamente con quello di cui si occupava, nella
speranza, un giorno, di poter far colpo sui visitatori con la
sua erudizione. L'ossario di via Veneto era senza dubbio
impressionante. Le sarebbe piaciuto che anche i suoi frati avessero
scelto una massima altrettanto memorabile per la cripta sull'Aventino.
QUELLO CHE VOI SIETE NOI ERAVAMO, QUELLO CHE NOI SIAMO VOI SARETE. diceva l'epitaffio.
Ma pensava che la sua versione ridotta fosse pi raffinata,
pi in armonia con lo scopo originale. Era priva degli elementi
teatrali di Santa Maria della Concezione: scheletri con
ancora addosso i sai, i cappucci tirati sui teschi, vertebre e
mascelle disposte in un fregio sinistro, che dileggiavano gli
spettatori e che le sembrava negassero che nelle loro vite terrene esistesse qualcosa di valore.
Santa Maria dell'Assunta era semplicemente una tomba
pubblica sotterranea, un posto in cui un centinaio di frati - n
pi n meno - avevano deciso che le loro spoglie sarebbero
dovute restare visibili a chiunque desiderasse vederle. Dopo
aver trascorso un lasso di tempo congruo nel cimitero dei
cappuccini di San Giovanni - aveva eseguito delle ricerche
accurate in materia per i suoi visitatori immaginari - venivano
riesumati e portati nella cripta. L, ogni cadavere veniva
collocato ordinatamente sulla nuda terra, in cinque file di
venti ciascuna, con le braccia piegate con cura sui petti scheletrici, pazientemente in attesa della resurrezione.
Il defunto scrittore inglese aveva installato una debole illuminazione elettrica in modo che i suoi visitatori potessero godersi lo spettacolo. Correva voce che nel suo testamento avesse
preteso di essere deposto tra loro, idea che le autorit
cittadine respinsero per motivi igienici, sebbene solo quando
l'uomo non era pi nelle condizioni di opporsi. L'uomo aveva
vissuto per diversi anni a Venezia, in un piccolo palazzo sul
Canal Grande, vicino alla Ca' d'Oro, prima di trasferirsi a Roma.
A quanto pareva, ci l'aveva ispirato per il soprannome
con cui quel luogo continuava a essere noto nel quartiere: Ca'
d'Ossi. Anche se si trattava di un nomignolo che lei non avrebbe mai usato.
Era convinta che i cappuccini di Santa Maria dell'Assunta
avessero tramandato alle generazioni future uno spettacolo
compassionevole e istruttivo, privo della teatralit che cercava
di attirare i turisti nella chiesa di via Veneto. Meritava di
essere pi conosciuta e forse di ricevere per il restauro un po'
di denaro, parte del quale, naturalmente, pian piano sarebbe
finito nelle tasche della sua custode solitaria.
E - nel corso degli anni aveva dovuto ripetere spesso questo
punto ad amici e parenti - Santa Maria dell'Assunta non
l'aveva mai nemmeno spaventata. Per Ornella Di Benedetto,
la morte era una figura comune e banale che vagava per il
mondo come chiunque altro, nel tentativo di portare avanti il
compito che il destino le aveva assegnato. Certi giorni si immaginava
che saltasse sul tram numero 3 che attraversava Testaccio
e superava il fiume per raggiungere Trastevere, e poi
tornasse in citt nella direzione opposta, osservando i volti
degli altri viaggiatori e cercando di stabilire quali tra loro meritassero un viaggio completamente diverso. Poi, una volta
assolto il suo compito, si sedeva per un po' lungo il Tevere lasciando che il rombo del traffico soffocasse i suoi pensieri.
Ornella Di Benedetto non aveva mai paura dei morti di cui
era responsabile, cosa che rendeva ancor pi inspiegabile il
fatto che fosse riluttante a entrare in chiesa quella mattina. Le
catene e il lucchetto erano stati spezzati. Era gi accaduto, parecchio tempo prima. Dei ragazzi erano entrati nell'edificio in
cerca di un posto dove dormire o di qualcosa da rubare. Sarebbero
rimasti delusi in entrambi i casi. Il posto era freddo, umido
e pieno di ratti, motivo per cui Ornella aveva messo del veleno.
Non era rimasto nessun oggetto di valore, nemmeno un
mobile decente. Nella piccola navata centrale, che l'inglese
aveva usato come vestibolo e sala da pranzo, restavano solo
poche panche prive di valore e un pulpito in rovina.
Un'altra volta, vent'anni prima, un ubriaco si era intrufolato
nel sotterraneo, aveva acceso le luci ed era uscito in strada
gridando. Questo fatto l'aveva divertita. Quell'idiota non
meritava altro.
Nessun vero criminale avrebbe degnato Santa Maria dell'Assunta
di un secondo sguardo. Nessun adolescente in cerca
di emozioni avrebbe potuto pensare che valesse la pena
farvi irruzione; c'erano grotte sotterranee molto pi spaventose
in giro per Roma se era questo che volevano.
Tuttavia, rimase l per due minuti abbondanti, con la borsa
che conteneva dell'altro topicida appesa al braccio. Era ridicolo.
Maledicendo un momento la sua stessa ritrosia, Ornella
Di Benedetto gett via le catene e il lucchetto rotti, prendendosi
l'appunto di chiedere a qualcuno, il comune o la diocesi,
di cambiarli, e apr le porte di quercia.
...
.
...
Capitolo 5.
...
.
...
Si trovavano cinquanta metri sotto la terra rossa dell'Aventino
e si stavano inoltrando lentamente in un corridoio angusto
e tortuoso scavato nella roccia cedevole quasi venti secoli
prima. L'aria era viziata e disgustosa, pregna di umidit e
muffa e del fetore selvatico di animali e uccelli che non riuscivano
a scorgere. Nonostante le torce tascabili e le lanterne da
spalla rubate dal magazzino, era difficile vedere cosa ci fosse
davanti.
Lucio Torchia tremava appena. Sapeva che era per il freddo,
dieci gradi in meno rispetto alla superficie, dove, in quella
stessa tiepida giornata di giugno, a sua insaputa, si trovavano
Alessio Bramante e suo padre. Stavano davanti al cancello
della villa dei Cavalieri di Malta, a meno di mezzo chilometro
di distanza da loro.
Avrebbe dovuto aspettarsi quel cambiamento di temperatura.
Dino Abati l'aveva previsto. Il giovane studente di
Torino portava gli indumenti adatti - una spessa tuta impermeabile
rosso acceso da speleologo che cozzava con la sua
folta chioma fulva e ricciuta, scarponi pesanti, corde e attrezzi
assicurati alla giacca - e adesso sembrava del tutto a suo
agio in quella galleria artificiale aperta scavando con le mani,
metro dopo metro. Gli altri erano principianti, in jeans e
giacca, un paio con addosso perfino le scarpe da ginnastica.
Abati li aveva guardati di sbieco quando si trovavano in superficie,
prima di iniziare ad armeggiare con le serrature dei
sottili cancelli di ferro all'ingresso.
Adesso, dopo solo venti minuti l sotto, con gli occhi che
cercavano ancora di abituarsi al buio, Toni LaMarca stava gi
iniziando a lamentarsi, piagnucolando con quella voce le cui
note squillanti riecheggiavano sulle pareti di pietra scavata
grossolanamente, appena visibili alla luce delle torce.
Sta' zitto, Toni sbott Torchia.
Ricordami di preciso perch lo stiamo facendo si lament
LaMarca. Mi stanno cadendo le palle per il freddo. E se ci
beccano? Che si fa, eh?
Te l'ho gi detto! Non ci beccheranno rispose Torchia.
Ho controllato i turni. Oggi non scender nessuno. N oggi
n domani.
Allora, perch?
Per lasciarti quaggi a marcire, idiota disse qualcuno alle
sue spalle, Andrea Guerino, a giudicare dal rauco accento
settentrionale. E non era del tutto uno scherzo.
Lucio Torchia si ferm. Lo stesso fece il resto del gruppo.
Tale era la sua superiorit e la sua attitudine al comando.
Cos'abbiamo detto ieri sera? domand.
Che ne so, ero fuori di testa rispose LaMarca guardando
ciascuno di loro a turno in cerca di conferme. Non lo eravamo
tutti?
Che lunga serata al bar di viale Aventino. Avevano speso
troppi soldi. Tutti, tranne Dino Abati, avevano fumato fino a
diventare scemi quando erano tornati nella squallida casa
che condividevano vicino al vecchio macello del Testaccio,
quello con la statua. Il mattatoio era sormontato dalla figura
di un uomo alato che cercava di atterrare un toro in un mare
di ossa, animali e umane. Mitra  ancora vivo, pens Torchia.
Era semplicemente invisibile alle masse.
Avevamo detto che avremmo chiuso questa faccenda
insistette Torchia.
Protese il polso e mostr loro la piccola ferita che condividevano
tutti, procurata con la lama spuntata del rasoio che
aveva trovato in bagno quella notte.
Abbiamo detto che l'avremmo fatto insieme. In segreto.
Come fratelli.
In realt, erano tutti dei pessimi elementi. Non gli piaceva
nemmeno uno di loro. A essere sinceri, non gli piaceva nessuno
degli studenti di Archeologia di Giorgio Bramante. Fatta
eccezione per Bramante stesso. Quell'uomo aveva stile,
cultura e fantasia, tre qualit che Torchia giudicava estremamente
importanti. Gli altri erano marionette pronte a essere
manipolate da chiunque se ne prendesse la briga, sebbene
avesse scelto quei cinque con cura e criterio.
LaMarca, il rampollo scheletrico di un piccolo malavitoso di
Napoli, dalla pelle scura e l'aspetto inaffidabile, non guardava
mai nessuno negli occhi, era furbo e disonesto e sarebbe stato
sicuramente d'aiuto se le cose avessero preso una brutta piega.
Guerino, il figlio non troppo sveglio di un agricoltore abruzzese,
era massiccio e tosto abbastanza da tenere tutti in riga. Sandro
Vignola, il ragazzo di Bologna dall'aria malaticcia, basso e
imbranato dietro gli occhiali spessi, conosceva cos bene il latino
da riuscire a sostenere una conversazione rapida e fluente
con Isabella Amato, la ragazza bruttina, intelligente e grassa
che Vignola adorava a tal punto da arrossire ogni volta che parlavano, e tuttavia non osava chiederle di uscire. Raul Bellucci,
sempre nevrotico, era figlio di un avvocato che di recente aveva
conquistato un seggio al senato, il tipo d'uomo che si sarebbe
sempre mobilitato per aiutare il figlio se il genere di influenza
esercitata da LaMarca non avesse funzionato. E per farli
uscire sani e salvi da l c'era Dino Abati, lo speleologo del gruppo,
atletico, perspicace, pi basso di Guerino ma dalla corporatura
altrettanto possente.
Abati non diceva granch. Torchia in parte sospettava che
non credesse affatto in quanto stavano facendo e che stesse solo
cercando di approfondire le sue conoscenze, di svelare l'ennesimo
mistero nel vasto territorio dei sotterranei di Roma. Conosceva
quel paesaggio oscuro meglio di chiunque altro. Abati
aveva guidato la squadra che aveva scoperto la botola nell'antica
pavimentazione vicino ai Mercati Traianei che aveva rivelato
una grotta sotterranea in cui erano ospitate una stanza nascosta
e una tomba, entrambe del II secolo, ricche di affreschi e
iscrizioni. La sua idea di svago per il fine settimana consisteva
nel passare lunghe ore con la tuta da subacqueo, immerso fino
alla vita, cosa ancor peggiore, nel percorrere tutta la Cloaca
Massima, il pi antico complesso fognario che attraversava ancora
l'intera citt, sotto il Foro e il Tevere e, come aveva scoperto
Torchia l'unica volta che era sceso l sotto, continuava a ricevere
scarichi nauseabondi da tubi sconosciuti e a riversarli
verso qualsiasi cosa cercasse di scoprire i suoi segreti.
Per, cosa pi importante di tutte e motivo per cui Torchia
l'aveva coinvolto in quel piano, Abati conosceva le grotte, aveva
dimestichezza con le corde e le torce, i nodi e le pulegge, e
sapeva anche come comportarsi durante le emergenze: una
gamba rotta, un'improvvisa inondazione, il crollo di un corridoio
o di un tetto.
Per qualche motivo - l'invidia, ipotizz Torchia, dal momento
che ovviamente, un giorno, Abati sarebbe diventato un
archeologo professionista - il professore l'aveva tenuto lontano
da quell'ultima parte di scavo. Lo stesso Torchia aveva saputo
della scoperta solo per caso, poich aveva sentito di sfuggita
Bramante e la specializzanda americana Judith Turnhouse discuterne
a bassa voce nel corridoio dell'universit dopo le lezioni.
Dopodich aveva rubato un mazzo di chiavi dall'amministrazione,
ne aveva fatto una copia, le aveva provate tutte
finch non aveva trovato quella giusta ed era riuscito ad avanzare
sempre di pi nel dedalo in cui Giorgio Bramante stava
penetrando costantemente con la Turnhouse e un gruppetto di
altri membri fidati del dipartimento. Era anche facile mantenere
il segreto. Dalla superficie non era visibile nulla, fatta eccezione
per il cancello di ferro comune a quasi tutti i cantieri sotterranei
di Roma, usato soprattutto per motivi di sicurezza, per
tener lontani i bambini, i vandali e gli ubriachi. Nulla di quanto
si trovava all'esterno lasciava intendere cosa ci fosse nella
roccia sotto la terra rossa a poca distanza dal dipartimento di
Archeologia, accanto alla chiesa di Santa Sabina, sotto il piccolo
parco pieno di innamorati, vecchi e cani, che la gente del posto
insisteva a chiamare, con sommo fastidio di Torchia, il Giardino
degli aranci.
In realt, come sapevano bene lui e Bramante, si chiamava
Parco Savello e prendeva il nome da un'antica strada romana,
il Clivo di Rocca Savella, che saliva dalla moderna strada trafficata
lungo il Tevere, pi in basso, ed  tutt'ora uno stretto sentiero
acciottolato scavato nella roccia, ingombro di spazzatura,
di qualche Lambretta bruciata, siringhe e profilattici usati.
Una volta, c'era una fortificazione in cima al colle. Battaglioni
di uomini avevano marciato lungo quella strada, una delle
prime a essere lastricate a Roma, per difendere l'impero o
espanderlo, a seconda delle richieste dei loro comandanti. E,
sotto gli accampamenti, avevano lasciato un'eredit leggendaria.
Torchia non conosceva la data precisa. Il mitraismo
giunse a Roma dalla Persia nel I secolo d.C. e divenne la religione
preferita dei militari. A un certo punto, quasi duemila
anni prima, quei soldati dovevano aver iniziato a scavare segretamente sotto gli accampamenti, creando un labirinto con
un solo scopo: avvicinarsi al loro dio, quindi, attraverso una
serie di prove e cerimonie, stabilire tra tutti un vincolo inossidabile, creare una catena di comando e obbedienza che avrebbero
portato nella tomba.
Finora aveva ammirato solo una parte di tutto ci. Dopo
aver rubato le chiavi e scoperto con crescente stupore cosa si
trovava nel dedalo di corridoi e grotte di tufo, cominci finalmente
a capire, come avrebbero fatto di certo anche gli altri.
Nel sancta sanctorum, l'ultima sala profanata, calpestata da
una forza bruta e devastante, ebbe una rivelazione, un'epifania
che lo lasci senza fiato e stordito, costringendolo a reggersi
alle pareti di pietra umida per non cadere.
La sua mente si arrest di colpo. In quel punto, il corridoio era cos basso che dovettero avanzare carponi, urtando
l'uno contro l'altro, sempre pi vicini. Si pent di non essere
riuscito a trovare la pianta della grotta di Giorgio Bramante,
perch sicuramente ne esisteva una. Dovevano essere quasi
arrivati. Aveva superato diverse anticamere senza farli entrare.
Non c'era abbastanza tempo. Doveva mantenere intatta
la loro concentrazione.
Poi, senza preavviso, Toni LaMarca si mise a gridare, con
una voce pi che mai simile a una ragazza, mentre le sue urla
in falsetto riecheggiavano lungo il corridoio, avanti, indietro,
come un virus intrappolato in un'arteria vuota di pietra,
in cerca di una via d'uscita.
Che cosa c'? chiese Torchia rendendosi conto che
LaMarca stava iniziando a dargli ai nervi.
Illumin con la grossa torcia quell'idiota paralizzato contro
la parete scoscesa e grezza. LaMarca fissava inorridito la sua
mano destra, che aveva appena sollevato dalla pietra. Aveva
toccato qualcosa in quel punto, qualcosa di vivo. Era lungo circa
quindici centimetri, spesso come un dito e pi o meno dello stesso colore. Mentre lo osservavano, si mosse contorcendo
il corpo liscio e sottile come se non sopportasse il tocco di Toni
LaMarca quanto lui lo disprezzava a sua volta.
Dino Abati proiett il raggio di luce della sua torcia sulla
creatura e la guard pi attentamente.
 un platelminta esclam. Non  difficile trovarli quaggi.
Anche se lo guard pi da vicino non ne ho mai visto
uno come questo.
Guardalo bene allora, finch sei in tempo borbott LaMarca,
poi tolse di scatto il verme dalla parete con un dito e
lo schiacci con la scarpa da ginnastica destra finch non si
ridusse in poltiglia.
Caspita! esclam Abati con evidente sarcasmo quando
LaMarca ebbe finito. Hai ucciso un verme. Impressionante!
Al diavolo! ribatt l'idiota. Ne ho abbastanza. Me ne
vado. Subito.
Perfino a un babbeo come te, replic Abati pi freddamente
possibile la ritirata sembra eccessivamente stupida
date le circostanze. Pensa alla geologia, Toni. Ci troviamo nel
tufo. Una roccia pregiata. Questi corridoi non sono naturali,
scavati dall'acqua o da qualcos'altro. Sono stati costruiti dall'uomo.
Forse, una volta facevano parte di una cava. O...
Per un attimo, la sicurezza di Abati venne meno.
Di qualcosa di cui non sono a conoscenza.
E allora? chiese il ragazzo con un tono aggressivo, ottuso
e irascibile.
Allora, prima o poi le opere dell'uomo finiscono disse
Abati stancamente. E la galleria non pu proseguire ancora
per molto. Non ho mai visto in vita mia una ramificazione
cos grande di una cava di tufo.
Torchia indic la profonda oscurit di velluto davanti a loro.
E non hai visto niente. Ancora.
...
.
...
Capitolo 6.
...
.
...
Le luci erano ancora accese nel portico interno. Ornella Di
Benedetto le spense. Poi si rec nella minuscola navata centrale,
dove un sottile raggio di sole invernale filtrava attraverso
la vetrata incrinata all'estremit occidentale dell'edificio.
Con suo sommo sgomento, la porta della cripta era aperta.
Anche l dentro era accesa la luce, la familiare debole foschia
gialla che saliva dalla grotta sotterranea.
Quella vista la fece infuriare. Odiava gli sprechi. L'elettricit
era pi costosa che mai. Ma doveva cercare di capire cos'era
successo. Stabilire se valeva la pena chiamare la polizia.
Era possibile che qualcuno fosse ancora laggi, nascosto
con i suoi scheletri, a combinare qualche guaio. Quell'idea non
le era passata per la mente finch le sue dita non toccarono il
vecchio intonaco umido e friabile della parete del corridoio.
Comunque, perch qualcuno avrebbe dovuto fare irruzione
in una chiesa vuota e sconsacrata? Era ridicolo, si disse, poi
si accorse dell'odore, all'inizio vago, ma ben presto riconoscibile.
Era l'odore del mercato del Testaccio, quello piccolo, rionale,
a breve distanza da via Mastro Giorgio, dove tutte le mattine
faceva la spesa: insalata e verdure, e un po' di carne in una delle
molte bancarelle che esponevano maiale e manzo, coniglio e
agnello di un rosso vivido. E, in un angolo poco in vista, perfino
cavallo, che al giorno d'oggi mangiavano solo gli anziani.
Ornella Di Benedetto non spense la luce. Qualcosa in quell'odore
glielo imped. Invece, scese tre gradini della logora
scala di pietra, quanto bast per vedere all'interno della cripta,
tra le file di ossa grigie e ordinate.
Poi vide qualcosa. Un luccichio sotto le lampadine, una sagoma
quasi familiare trasformata in qualche modo, mutata
nella fonte di quel fetore forte e invadente che non intendeva
abbandonare le sue narici.
Quando, finalmente, raggiunse la strada farfugliando come
una pazza nel tentativo di attirare l'attenzione dei passanti,
non aveva idea di quanto tempo avesse trascorso in
quel posto, o cosa avesse fatto l dentro in realt.
La fissavano. Tutti. Ogni cliente del mercato. Ogni venditore
ambulante. Ciascuno di loro.
Non sono pazza, avrebbe voluto gridare. Non lo sono!
Anche se non riusciva a ricordare come fosse arrivata da
piazza Albania al Testaccio per trovare il mercato, o quanto tempo
ci avesse messo. Almeno un'ora. O cos sembrava stando all'orologio
del mercato che adesso indicava le undici e cinque. A
un certo punto, lungo il tragitto, le pareva di essersi seduta e di
aver perso i sensi per un po', come l'ubriaco del quartiere, stordito
da una grappa scadente.
I suoi occhi puntarono verso la parte opposta del mercato,
in direzione dei banchi dei macellai, dove la carne, fresca e
vivida, era appesa a un gancio: carne scarlatta, grasso bianco
e lucido, vene e organi, zampe e carcasse, interiora e ogni
tanto la testa di un maiale.
Fin da quando era bambina, il mercato era sempre stato
un luogo pieno di delizie. Il profumo dei fiori si mescolava
all'odore forte e salato delle bancarelle del pesce. Le arance
siciliane si trovavano accanto a bancarelle che vendevano
mozzarella di bufala fresca a prezzi che potevano permettersi
perfino le persone normali.
In realt, non aveva mai pensato ai banchi della carne fino ad
allora, quando le tornarono in mente la vista e l'odore della
cripta. Ornella Di Benedetto distolse lo sguardo dai macellai,
cerc di impedire all'olezzo tipico della carne di insinuarsi nella
sua bocca e nelle sue narici e inspir profondamente, inghiottendo
una boccata dell'aria adesso fetida e putrida del
mercato, chiedendosi se fosse sul punto di vomitare.
Ci volle troppo tempo prima che qualcuno le prestasse
ascolto e la persona che lo fece era l'essere umano pi vicino
che le venisse in mente tra quelli che la conoscevano: la ragazzina
gentile del banco della verdura a produzione familiare,
che ascolt la sua storia incoerente e sconnessa, poi la fece sedere
offrendole un caff corretto prima di chiamare la polizia.
Quando sollev lo sguardo, mentre cercava ancora di soffocare
i conati di vomito, vide una donna dalla pelle scura,
forse indiana, che la fissava in volto impensierita, gli occhi
colmi di preoccupazione e curiosit.
Mi chiamo Rosa Prabakaran disse la donna. Sono un'agente di polizia.
La chiesa... mormor chiedendosi da che parte iniziare.
La giovane poliziotta annu fiduciosamente, in un modo che fece sentire un po' meglio Ornella Di Benedetto.
Lo sappiamo, signora disse guardandosi intorno, senza soffermarsi troppo neanche lei sui banchi della carne. Vengo proprio da l.
...
.
...
Capitolo 7.
...
.
...
C'era un gran numero di bar in via degli Zingari, la strada
stretta dietro l'angolo che scendeva lungo il colle verso il Foro.
Quando la bottiglia di champagne di Falcone fin, l'uomo propose
di fare una passeggiata per andare a prendere un caff
decente. Quell'abitudine da scapolo non l'aveva ancora persa;
l'ispettore continuava a rifiutare risolutamente l'idea che fosse
possibile preparare un macchiato come si deve a casa.
Mezz'ora dopo camminavano in modo animato e scomposto
verso il bar preferito di Falcone, godendosi quel po' di
calore sopraggiunto dopo il diradarsi delle tenebre mattutine.
Avevano affrontato i preparativi per il matrimonio e la
gravidanza in un trambusto di domande frenetiche, abbracci
e non poche lacrime da parte di Teresa. Poi, come accadeva
spesso con notizie personali cos forti, avevano sentito il
bisogno di cambiare argomento. Per Costa, le cose non potevano
andare meglio di cos. Emily, gli amici, Roma, la sua citt
natale, e alcuni giorni di riposo. E sia Peroni che Teresa di
umore ciarliero postprandiale: lei intenta a rievocare ricordi
di lavoro, Peroni attento a evitare l'argomento.
Dopo un battibecco breve e inutile, il medico legale li raggiunse,
agitando allegramente le grasse braccia, indic il lato
opposto della piazza, verso via dei Serpenti, stratton la manica
della camicia di Emily ed esclam, con il suo roco accento
romano: Guarda! Guarda! Una volta ho indagato su un delitto
avvenuto laggi. Un contabile terribile trafitto da una spada.
Era...
Era orribile si lament Peroni.
Oh, replic Teresa, vivamente stupita stiamo diventando
suscettibili con il passare degli anni, eh? Immagino che la
tua nuova collega ti metta queste idee assurde in testa.
Non rigirare il coltello nella piaga.
Non era un argomento gradito a nessuno dei due.
Chi ? chiese Emily.
Una ragazza indiana s'intromise Teresa. E anche piuttosto
carina. Dio solo sa perch sia entrata in polizia.
L'omone borbott: Rosa - che non mi sembra affatto un
nome indiano -  nata in una casa popolare di Monte Sacro.
Come ti ho detto un milione di volte, essere di origine indiana
ed essere indiani non  la stessa cosa.
Teresa non sembrava convinta.
Come sei arretrato. Certo che  indiana. Suo padre viene da
Kochi. Vende ombrelli, accendini e roba simile su una bancarella
in via del Tritone. E allora? Ha geni indiani. Basta parlarci
per capirlo. Non si arrabbia per nulla o almeno non lo d a vedere.
Immagino che sia dovuto al karma o roba del genere.
Peroni agit un dito nella sua direzione.
 cattolica, per amor del cielo!
Questo non fa di lei un'italiana, intervenne Costa nemmeno
onoraria, di questi tempi.
Certo, prosegu Teresa e anche suo padre  cattolico.
Lo era gi in India molto prima di venire qui. Lo sapevi?
Peroni borbott un'imprecazione a bassa voce. Poi, scontrosamente,
aggiunse: No...
Dovresti parlare di pi con lei prosegu Teresa. Rosa 
una creatura dolce, seria e responsabile. E questo mi riporta al
punto di partenza. Perch diamine  entrata in polizia? Che
ne sar di lei se le faranno bazzicare a lungo persone come te,
con tutte quelle virt? Dico sul serio. Quest'ultima osservazione
era rivolta a Emily. Lavoro da dieci anni in quell'obitorio
e, quando loro se ne vanno, pu diventare davvero noioso.
Si sente la mancanza dei casi di qualit. Non arriva mai
robaccia da questi ragazzi. Nessuna perdita di tempo. Solo...
Sospir, con un'espressione beata sul volto.
...Roba di qualit.
Peroni scosse il capo e sospir.
Posso fare a meno di merce simile.
Roba simile porta da mangiare e da bere sulle nostre tavole,
Gianni. Qualcuno deve pur averci a che fare. A meno che
tu non abbia intenzione di trasferirti nella stradale aggiunse
Teresa scherzosamente. O stai ancora fantasticando su... Cos'era?
Va bene, va bene ammise Peroni. Non c' bisogno che
ce lo ricordi.
L'allevamento dei maiali, prosegu Teresa in Toscana.
Mentre io dovrei fare il medico del paese. Mettere i punti ai
contadini dopo le risse del sabato sera. Aiutare le grasse casalinghe
incinte.
Gli diede una pacca piuttosto forte sul braccio.
Cosa ti passava per la mente?
Cosa ci passava per la mente? le chiese sommessamente.
Di scappare rispose lei, subito seria. Credevamo di poter
buttare i problemi nel cesso, voltare pagina in un posto
nuovo e dimenticarli. L'ho fatto per quasi tutta la vita. Alla fine,
diventa noioso. Inoltre, quei piccoli bastardi hanno l'abitudine
di uscire dal cesso e seguirti comunque, piagnucolando:
'Guardami! Guardami!'
Sarei diventato un buon allevatore di maiali! Ottimo.
S disse Teresa, con autentica approvazione. Finch non
avessi dovuto portarli al macello. Cos'avresti fatto allora, mio
omaccione toscano? Ti saresti seduto fuori a mangiare il tuo
panino con la porchetta, ascoltando le loro urla.
Peroni non disse nulla, ma si limit a guardare il selciato,
usurato da generazioni di piedi.
Poi Teresa si ferm, consapevole che mancava qualcuno.
Non mi ero resa conto che Leo camminasse cos lentamente
disse. Non sta poi cos male, vero?
Poco prima avevano svoltato un angolo. Quando Costa si
gir a guardare, in strada non c'era nessuno. Qualcosa non
quadrava. Leo stava facendo progressi lenti ma costanti per
rimettersi in sesto. Ben presto, pens Costa, sarebbe tornato al
lavoro, costringendo il loro nuovo capo, il commissario Messina,
a prendere una decisione difficile. Li avrebbe riuniti di
nuovo nella stessa squadra oppure li avrebbe tenuti separati?
Nic...? disse Emily sommessamente, con una nota di
preoccupazione nella voce.
Costa si stava voltando per tornare indietro, mentre Peroni
si accingeva a seguirlo, quando, da un punto non lontano,
verso via Cavour, l'ampia strada principale nelle vicinanze,
giunse il suono familiare di una sirena della polizia, seguita
da un'altra, poi da una terza, e lo strombazzamento di clacson
furiosi.
Penso... inizi a dire Teresa, poi si ferm.
Poco distante, qualcuno stava gridando e, nel modo curioso
in cui funzionava la mente umana, Nic Costa cap che,
sebbene sentisse grida indistinte causate dal panico, provenivano
da una terrorizzata Raffaela Arcangelo, invisibile e,
per alcuni disperati istanti, anche irraggiungibile.
Poi comparvero due figure: Leo Falcone tra le braccia di
un individuo forte e possente, il cui capo era nascosto da un
cappello nero di lana calcato sulle orecchie.
Un uomo che teneva una pistola puntata contro il collo di
Falcone, gridando qualcosa che Costa non riusc a sentire del
tutto.
...
.
...
Capitolo 8.
...
.
...
Dopo un minuto o gi di l - era difficile per Lucio Torchia
calcolare il passare del tempo in quel mondo poco illuminato
in cui le dimensioni sembravano innaturali, impossibili da
valutare - apparve un'apertura bassa alla sua sinistra. Aveva
un'aria familiare. Doveva essere il posto che cercavano.
Con suo sommo stupore, LaMarca inizi a lamentarsi di nuovo.
Hai detto... borbott.
Cos'ho detto?
Hai detto che dovevamo essere in sette.
Saremmo stati in sette se quello stronzo di Vincenzo non
si fosse fatto prendere dal panico.
Hai detto che dovevamo essere in sette. Altrimenti non
avrebbe funzionato. Tu...
Infuriato, Torchia si volt e prese LaMarca per la giacca, lo
afferr con forza, lo sollev oltre la spalla e lo scagli a testa
in gi per i gradini grezzi, nella grotta che adesso si apriva alla
loro sinistra.
Poi prese tutte le lanterne degli altri, che rimasero in silenzio,
spaventati, e le alline sul pavimento, con la luce rivolta
all'interno.
Quando i loro occhi si abituarono all'oscurit, la stanza davanti
a loro emerse dalle tenebre. Un silenzio sconvolto cal
su tutti per alcuni istanti. Perfino Torchia non riusciva a credere
ai suoi occhi. Cos illuminato, il posto era pi bello di
quanto avrebbe mai potuto sperare.
Cosa diavolo , Lucio? chiese Abati. Adesso, nella sua
voce, c'era una nota di grato stupore.
Con altre luci, riusc ad apprezzare i dettagli: i dipinti alle
sette pareti, di cui si distinguevano ancora le sfumature dei colori
originali, ocra, rosso e blu, un po' spenti dal tempo. Le due
file di basse panche di pietra in ordine davanti a ciascun rivestimento
delle pareti della stanza. E al centro, contro la parete
davanti alla porta dell'entrata principale, l'altare, con la sua
imponente statua di Mitra intento a uccidere il toro sacrificale,
uno studio cos preciso del culto che sarebbe potuto uscire da
un libro di testo. Quando si era introdotto l dentro di soppiatto
per la prima volta, Torchia aveva trascorso un'ora a fissare
la statua, a toccare lo spettrale marmo bianco, a tastare i contorni
umani dei suoi soggetti. Adesso, si sentiva come allora:
per qualche motivo era nato per far parte di quel posto, creato
per appartenere a ci che rappresentava.
Prese due lanterne e si avvicin alla lastra bianca collocata
davanti alla statua. Le figure sembravano vive: Mitra, umanizzato,
teso e possente, in piedi con le gambe divaricate sopra
il toro agonizzante. Il dio indossava un berretto frigio e teneva
la testa dell'animale sollevata con la mano destra mentre
gli conficcava una spada corta nella gola con la sinistra. Uno
scorpione si sollevava dall'erba scolpita pi in basso per nutrirsi
avidamente alla punta del lungo pene flaccido del toro.
Un nerboruto cane eccitato e un serpente che si contorceva
erano aggrappati alla spalla dell'animale e succhiavano il
sangue dalla sua ferita.
A occhio e croce, afferm Torchia rispondendo alla domanda
di Abati prendendosela comoda direi che ci troviamo
in quello che potrebbe essere il pi grande e importante
tempio di Mitra che nessuno abbia mai visto. Perlomeno, a
Roma.
Si avvicin all'altare, poi pass un dito sulla superficie notando
il modo in cui affondava sia nella polvere che nel colore.
La prima volta aveva avuto ragione. Quelle macchie, simili
a vecchia ruggine, non erano affatto segni della pietra.
Finch non arrivarono gli sterminatori a porre fine a tutto
questo. Mi sbaglio?
Lo avevano seguito in silenzio. Abati si guardava intorno
con gli occhi spalancati.
Cos' successo qui, Lucio? chiese.
Guarda con i tuoi occhi. Dimmelo tu.
Abati si spost di lato e raccolse alcuni frammenti di ceramica
da terra. Erano stati distrutti da un colpo molto forte. Poi
guard la pittura muraria l vicino: un'idilliaca scena bucolica,
con il dio in mezzo a una folla di ferventi devoti. Dei segni
d'ascia la intaccavano con profonde linee parallele. Il volto del
dio era stato cancellato dalla pietra a colpi d'accetta e adesso
era ridotto a poco pi che polvere e muffa.
 stato profanato disse Abati. E non da un paio di predatori
di tombe.
Torchia raccolse altri frammenti di ceramica di quella che
sembrava una coppa cerimoniale.
Fu Costantino.
Adesso era tutto chiaro nella sua mente. La situazione in
cui si trovavano era l'archetipo, il modello di tutto ci che era
seguito, dalle Crociate alla Bosnia, dal massacro di cristiani
da parte di altri cristiani durante il saccheggio di Costantinopoli
allo sterminio degli aztechi per mano dei cattolici con la
benedizione dei preti che restavano a guardare impassibili.
Questo era il momento, poche ore dopo la caduta di Roma
per opera delle truppe di Costantino, in cui la lama dei cristiani
aveva cercato il sangue di un'altra religione, non sul campo
di battaglia ma nel sancta sanctorum. Il 28 ottobre del 312 d.C.
aveva cambiato il corso della storia e, in quella stanza sotterranea,
forse solo poche ore dopo l'attraversamento di Ponte
Milvio, gli oppressi si erano trasformati in oppressori e avevano
cercato una vendetta crudele e finale contro tutto ci che
li aveva preceduti.
Abati rise.
Non puoi saperlo. Dev'essere successo agli inizi. Ma...
Abati era tanto stupito quanto sconcertato da quella vista.
Questo compiacque Lucio Torchia.
Era lo stesso giorno in cui Costantino entr a Roma. O
forse il giorno dopo. Non ci sono altre spiegazioni. Ti faccio
vedere...
Condusse Abati verso una bassa via d'accesso a sinistra. Torchia
teneva in mano la torcia pi grande. Era felice di non essere
da solo. Quella scoperta l'aveva scosso quando ci si era imbattuto
la prima volta.
Dopo di voi disse facendo entrare Abati e gli altri. Poi
diresse la luce verso quanto si trovava davanti a loro, un'infinit
di ossa umane: costole e teschi, gambe e braccia spezzate,
quasi fosse la scenografia di un vecchio film dell'orrore,
messa da parte quando non serviva pi.
Abati gemette: Mio dio.
LaMarca, alle sue spalle, inizi a piagnucolare per la paura.
Cosa diavolo  questo? chiese Abati.
 il punto in cui li uccisero disse Torchia senza emozione.
Guarda se vuoi. Direi che ce ne sono pi di cento, forse molti
di pi. Non sono un esperto ma penso che siano soprattutto
uomini, anche se mi pare ci siano pure dei bambini. Probabilmente
vennero uccisi nudi.
Spost la luce nell'angolo opposto.
Se guardi l, ci sono i loro vestiti. Non sono riuscito a trovare
n uniformi n armi. Non avevano intenzione di combattere,
non pi. Furono costretti a spogliarsi. Poi vennero uccisi. Si
vedono i segni sulle loro ossa se le guardi attentamente. Fu un
massacro.
Il ragazzo di Napoli stava tremando di nuovo, in preda a
un curioso terrore. Torchia ipotizz che a LaMarca piacesse
la violenza. Ma solo a distanza di sicurezza.
Non voglio vedere nient'altro mormor LaMarca, poi
torn furtivamente nella stanza principale, dopo aver imparato
la lezione. Abati si sentiva nello stesso modo. Diede
un'ultima occhiata alle ossa sparpagliate sul pavimento di
pietra, poi lo segu.
Il professor Bramante  al corrente di tutto questo? chiese
quando furono tornati vicino all'altare. E non l'ha mai
detto a nessuno?
Torchia aveva le sue teorie in proposito.
Tu che dici? Se trovassi il pi grande tempio mitraico esistente
e, oh, qualche centinaio di seguaci fatti a pezzi dai cristiani,
come gestiresti il clamore suscitato da una storia simile?
Non riesco a credere... attacc Abati, poi tacque di nuovo.
Lucio Torchia aveva gi sviscerato questa tesi tra s e s.
Giorgio Bramante aveva fatto una delle pi grandi scoperte
archeologiche del mondo e aveva rinvenuto uno dei pi antichi
esempi di genocidio religioso. Nella stanza accanto c'erano
ossa vere, i resti di persone vere, un'esposizione sconvolgente
di teschi e arti fracassati e accatastati in una specie di
raccapricciante anticipazione delle immagini di Bergen-Belsen. O delle migliaia di persone di Srebrenica, consegnate ai serbi dai "custodi della pace", poi massacrate in modo efficiente e sistematico
quando un altro gruppo di cristiani decise di ripulire il codice
genetico. Quella storia faceva ancora notizia. In tutta
Europa ci si vergognava all'idea che atti simili potessero ancora
accadere a solo pochi chilometri di distanza dalle spiagge in
cui prendevano il sole i vacanzieri soddisfatti del ceto medio.
Quindi, forse, Bramante stava aspettando il momento giusto,
le parole giuste o un'altra scoperta che attutisse il colpo. Forse
non ne aveva affatto il coraggio e sperava di insabbiare per
sempre quell'enorme segreto, cosa che, agli occhi di Torchia,
sarebbe stata di per s un crimine.
Qualcosa nell'espressione di Abati disse a Torchia che iniziava
a capire come stavano davvero le cose.
Perch pensi che vennero qui? chiese. Per cercare di
opporre una specie di ultima disperata resistenza?
No insistette Torchia. Questo era un tempio, un luogo
sacro. Non un posto in cui spargere del sangue. Credi che il
papa avrebbe combattuto davanti all'altare di San Pietro?
Questi uomini erano soldati. Se avessero voluto combattere,
lo avrebbero fatto all'esterno. Vennero qui... scrut la stanza
per adorare il loro dio un'ultima volta.
Adesso, con l'occhio della mente, riusc a vederli tutti, non
impauriti sebbene consci che la fine era vicina, determinati a
rendere un ultimo omaggio al dio la cui forza aveva annientato
il toro e dato vita al mondo.
Si chin e punt la luce sul pavimento. L c'era una rudimentale
gabbia di legno, all'interno della quale erano contenute
delle ossa che dovevano essere appartenute a un pollo e
adesso sembravano i resti polverosi di un dinosauro in miniatura,
con le zampe piegate sotto la carcassa e il capo ancora
munito di becco. I seguaci del culto non avevano fatto in tempo
a portare a termine il sacrificio prima dell'arrivo dei soldati
cristiani, che si erano precipitati in massa nella stanza pi sacra,
con il simbolo di Costantino, il Chi Rho, o "monogramma
di Cristo" sugli scudi, invocando altri morti in una citt gi bagnata del rosso del massacro.
Vennero qui per un ultimo sacrificio disse prima che la
luce si spegnesse per sempre sul loro dio. E non gli permisero
nemmeno di portarlo a termine.
Lucio Torchia si tolse lo zaino dalla spalla, lo gett sul pavimento
e poi apr la cerniera sul lato superiore. Due occhi penetranti
lo guardarono luccicando. Il galletto era di un nero
lucido e aveva una cresta rossa mobile ed eretta. Nelle prime
ore di quel mattino gli era costato trenta euro all'affollato mercato
rionale del Testaccio, vicino a via Marmorata, in fondo al colle.
L'animale era tranquillo e silenzioso mentre Torchia estraeva la gabbia dallo zaino.
Caspita... sussurr LaMarca con eccitazione nell'oscurit.
E adesso...
Nei testi latini classici c'erano parecchi riferimenti al modo
in cui compiere correttamente un sacrificio. Non era difficile.
Torchia avrebbe potuto farlo proprio come erano soliti gli imperatori.
Per, qualcosa continuava a infastidirlo. Toni LaMarca aveva
ragione. Sette era il numero magico. E a loro mancava una persona.
...
.
...
Capitolo 9.
...
.
...
Non era armato.
Quell'idea pass per la mente di Costa mentre sfrecciava
lungo la strada sforzandosi di capire cosa stava succedendo
davanti a lui. Erano passati dei mesi dall'ultima volta che aveva
toccato una pistola. Mesi dall'ultima volta che aveva dedicato
un pensiero fugace alle armi da fuoco. Non poteva essere
cos importante. Si trovavano nel centro di Roma, in una
zona molto frequentata. Il peggio in cui ci si potesse imbattere
nei paraggi era un borseggiatore, anche se qualcosa nella
voce disperata di Raffaela aveva suggerito a Costa di gridare
alle donne di restare indietro in ogni caso. Gianni Peroni lo
stava seguendo pi in fretta possibile. Ma Costa aveva vent'anni
di meno del suo collega. Quando svolt l'angolo e sbuc
nel vicolo in cui l'aggressore di Falcone aveva trascinato il
vecchio ispettore, si rese conto di essere solo e disarmato e di
non poter contare su nient'altro che s stesso.
Le sirene stavano diventando sempre pi forti in via Cavour,
la strada principale pi vicina. Ci non semplificava le
cose. Costa svolt a sinistra nella stradina, buia a causa degli
alti edifici che non lasciavano passare la luce del sole pomeridiano.
C'era un furgoncino bianco parcheggiato di traverso sui
ciottoli per impedire il passaggio alle altre automobili.
Raffaela Arcangelo era a terra poco lontano, gridava e sembrava
che l'avessero picchiata. Leo Falcone, ferito, lottava debolmente
tra le braccia dell'aggressore che gli teneva una pistola
puntata alla tempia sinistra e lo trascinava verso i portelloni
aperti del furgone.
Peroni raggiunse l'incrocio sudato e ansante.
Lascia fare a me gli ordin Costa agitando una mano
nella sua direzione. Non fare avvicinare le donne.  armato.
Non importa se siamo in maggioranza.
Nic! gli grid Emily.
Costa si volt a guardarla. La gravidanza l'aveva resa pallida.
Quella mattina l'aveva sorpresa a vomitare in bagno,
sconvolta dal fatto che qualcosa dentro di lei - qualcosa che
avrebbe imparato ad amare - potesse infliggerle all'improvviso
una tale umiliazione fisica.
Ti prego disse Costa con fermezza. Non succeder nulla.
Basta che resti dove sei.
Erano parole semplici e stupide. Per avrebbero funzionato
per un minuto o gi di l.
Costa avanz con calma, ignorando la donna ferita a terra.
Cerc di guardare negli occhi l'uomo con il cappotto nero per
capire cosa avesse in mente. Sembrava pi determinato che
sicuro di s. In questura avevano ricevuto tutti l'addestramento
antiterrorismo. Sapevano come si sarebbero comportati
degli assassini su commissione o dei rapitori professionisti,
che espedienti e che tattiche usavano per mettere le mani
sulla vittima designata. Quel che vedeva adesso invece non
corrispondeva al profilo. Doveva trattarsi di un dilettante.
Costa lo analizz di nuovo. Era un discreto dilettante, freddo
e determinato.
Peroni aveva ripreso fiato e stava avanzando nella luce all'incrocio,
lungo la linea di tiro, Costa non riusciva a definirla
altrimenti.
Torna indietro! Te l'ho detto! grid, stavolta arrabbiato
con il suo collega. Non si poteva correre alcun rischio. La situazione era gi abbastanza delicata. Fu sollevato quando vide
l'uomo pi anziano fermarsi di colpo con un'espressione
scura in volto.
Poi guard Leo Falcone e sent la rabbia montargli dentro.
C'era del sangue sulla bocca dell'ispettore. Peggio ancora,
scorse qualcosa di strano, di sconosciuto nei suoi occhi, una
sorta di rassegnazione sconcertata che non si accordava affatto
con il suo carattere.
Un'idea si fece strada nella mente di Costa.
Sembra che lei abbia visto un fantasma, Leo, pens.
...
.
...
Capitolo 10.
...
.
...
La festa di compleanno si era svolta nel giardino di famiglia,
all'ombra del pergolato polveroso della vite, sulla terrazza
con vista sull'Aventino verso il verde spazio aperto del Circo
Massimo. C'erano nove compagni di classe, invitati dalla madre.
Ma, per quanto riguardava i numeri, ce n'era solo uno che
contava, e non solo perch era suo coetaneo. Il padre l'aveva
preso in disparte e gliene aveva parlato per un po' prima che
arrivassero gli altri bambini.
Sette era il numero magico.
C'erano sette colli nella Roma imperiale; i Bramante vivevano
ancora su uno di essi che, sotto certi aspetti, non era
cambiato poi cos tanto con il passare dei secoli.
Sette erano i pianeti noti agli antichi, le meraviglie del mondo,
i colori primari, i cieli che si riteneva esistessero da qualche
parte nel firmamento, nascosti alla vista dei vivi.
Giorgio Bramante disse che erano idee universali, comuni
a tutti i continenti, i popoli e le religioni, e comparivano in forme
identiche in situazioni in cui la spiegazione pi ovvia - un
veneziano lo disse a un cinese che lo disse a un capo azteco -
non aveva senso. Il sette sussisteva al di fuori del genere umano
ed entrava spontaneamente nell'esistenza degli individui.
I massoni, che erano amici dei Cavalieri di Malta, ritenevano
che sette creature celesti note come "i potenti Elohim" avessero
plasmato l'universo e tutto ci che conteneva. Gli ebrei e i
cristiani credevano che Dio avesse creato il mondo in sei giorni
e si fosse riposato il settimo. Per gli ind, la Terra era un luogo
interamente delimitato da sette penisole.
Ges parl solo sette volte sulla croce, e poi mor. Il sette ricorreva in tutta la Bibbia, gli aveva detto il padre nel lasso di
tempo passato da soli prima dei palloncini, della torta e delle
canzoncine sciocche. In una cosa chiamata Proverbi - parola
che Alessio grad e decise di ricordare - c'era un motto che
suo padre rammentava con precisione, anche se la sua famiglia
non andava mai in chiesa.
"Perch se il giusto cade sette volte, egli si rialza, ma gli
empi soccombono nella sventura."
In quel momento, Alessio gli chiese cosa significasse. La
Bibbia lo confondeva. Forse confondeva anche suo padre.
Significa che una brava persona pu commettere di frequente
una cattiva azione ma alla fine lui, o lei, pu ancora
mettere a posto le cose. Mentre le persone cattive...
Alessio aveva atteso augurandosi che l'odiata festa iniziasse
presto e finisse in fretta. Non avrebbe mangiato la torta.
Non sarebbe stato felice finch non l'avessero lasciato di nuovo
da solo con la sua immaginazione, finch suo padre non
fosse tornato a sprofondare nei suoi libri e sua madre nello
studio al piano di sopra ad armeggiare con i suoi colori puzzolenti
e le sue tele incompiute. Alcuni a scuola dicevano che
era brutto essere figli unici. Da quanto capiva delle conversazioni
sussurrate dai suoi genitori, che diventavano accalorate
quando pensavano che lui non fosse a portata d'orecchio, non
era una questione di scelta.
Le persone cattive restano cos per sempre, qualsiasi cosa
facciano? sugger Alessio.
Per sempre convenne Giorgio Bramante, annuendo in
quel modo saggio e serio che ad Alessio piaceva cos tanto da
imitarlo di quando in quando. Quel gesto, perspicace e potente,
riassumeva chi era suo padre: un professore. Un uomo
istruito e dal sapere occulto, da tramandare nel corso degli anni.
"Per sempre" non sembrava giusto. Era un giudizio severo,
che una persona come Ges, che sicuramente credeva nel
perdono, non avrebbe emesso.
Quel pensiero gli sovvenne il giorno dopo, quando, sul colle
sotto il Giardino degli aranci, ascolt altri segreti, pi importanti
e incontenibili di quanto avrebbe mai potuto immaginare.
Alessio Bramante e suo padre si trovavano in una stanzetta
sotterranea illuminata a giorno a breve distanza dal cancello di
ferro situato in un passaggio fuori mano all'estremit che dava
sul fiume del parco vicino alla scuola. Un cancello che Giorgio,
con sua sorpresa, aveva trovato aperto quando erano arrivati,
sebbene quella circostanza non sembrasse infastidirlo granch.
Sette.
Si guard intorno nella stanza. Puzzava di umidit e fumo
di sigaretta. C'erano tracce di un insediamento recente: un
gran numero di lampadine luminosissime, alimentate da cavi
neri che serpeggiavano fino alla porta, cartine, mappe e
grossi fogli di carta appesi alle pareti e un unico tavolino con
quattro sedie dozzinali, il tutto sotto le luci gialle che pendevano
dal soffitto di pietra.
Alessio si sedette davanti al padre e ascolt con soggezione,
voltando il capo mentre l'uomo gli raccontava cos'avevano
trovato e quali segreti ancor pi importanti avrebbero potuto
nascondersi altrove, in quel labirinto sotto il colle.
Sette corridoi, appena visibili nell'oscurit improvvisa ai
margini dell'illuminazione fornita dalle lampadine, si dipartivano
dalla stanza, ciascuno un buco nero che conduceva in
un posto che poteva solo immaginare.
A Mitra piaceva il numero sette disse Giorgio con sicurezza,
come se stesse parlando di un caro amico.
A tutti piace il numero sette comment Alessio.
Se volevi seguirlo, prosegu Giorgio Bramante, ignorando
l'osservazione dovevi sottostare alle regole. Ognuno di
questi corridoi avrebbe condotto o una specie di... esperienza.
Bella?
Il padre esit.
Gli uomini che si riunivano qui venivano con un'idea in
mente, Alessio. Volevano qualcosa. Essere parte del loro dio.
Un piccolo disagio strada facendo era compreso nel prezzo
che erano disposti a pagare. Volevano ricevere un sacramento,
a ogni fase del cammino da un grado all'altro, per ottenere
ci che cercavano. La conoscenza. Il miglioramento. Il potere.
Alessio si chiese che tipo di dono potesse essere cos potente.
Tanto pi quando il padre gli disse che il sacramento doveva
essere ripetuto, forse reso pi complesso a ognuno dei sette
gradi diversi dell'ordine, verso il pi importante...
Corax, il corvo, il principiante pi umile, morto e poi risorto
quando inizi a servire il dio.
Ninfo, lo sposo, coniugato con Mitra, idea che Alessio trov
sconcertante.
Miles, il soldato, condotto all'altare con gli occhi bendati e
legato, e liberato solo dopo aver subito una penitenza andata
perduta nell'et moderna.
Leo, il leone, una creatura assetata di sangue, che sacrificava
gli animali uccisi in nome di Mitra.
Perses, il persiano, che recava una conoscenza segreta agli
ordini superiori.
Eliodromo, il messaggero del Sole, il pi vicino al rappresentante
umano del dio sulla Terra, l'uomo che stava al vertice
del culto, la sua ombra e il suo protettore.
Attese. Quando Giorgio non gli forn l'ultimo nome, gli
chiese: Chi era l'ultimo?
Il capo veniva chiamato Pater. Padre.
Alessio fece una smorfia, nel tentativo di capire cosa significasse.
Era il loro padre?
In un certo senso. Era l'uomo che prometteva di occuparsi
per sempre di loro. Finch fosse vissuto. Te lo dico perch
sono il tuo vero padre. Ma se tu eri il Pater, eri un uomo importante.
Fondamentalmente, eri responsabile di tutti. Dei
seguaci del culto. Delle loro mogli. Delle loro famiglie. Eri
una specie di padre supremo, con una famiglia allargata, e figli
che non erano davvero tuoi, sebbene ti occupassi comunque
di loro.
Sapeva a che genere di essere stava alludendo.
Intendi dire un dio?
Forse un dio che vive dentro un uomo.
Che tipo di sacramento  necessario chiese per diventare
cos?
Giorgio Bramante assunse un'espressione perplessa.
Non lo sappiamo. Non ne sappiamo un granch. Forse
un giorno...
Si guard intorno. In quel momento, la delusione si disegn
sul suo volto. Se ottenessimo il denaro. Il permesso. Potresti
aiutarmi a svelare quei segreti. Quando sarai grande.
Adesso! esclam il bambino con entusiasmo, sicuro che
fosse ci che il padre voleva sentire.
Tuttavia, non ne era poi cos certo. In quel posto c'erano
tantissime cose che non si vedevano, nascoste ai margini della
luce gialla delle lampadine sopra di loro. E l'odore... gli ricord
quando qualcosa andava a male nel frigorifero e rimaneva
l coperto da una muffa pelosa, di per s morto, ma con
qualcosa di nuovo e vivo che cresceva dentro.
Conosci alcuni dei doni che elargivano lo incalz Alessio.
L'hai detto tu. A proposito di Miles e del leone.
Adesso ne conosciamo alcuni. Sappiamo cosa doveva
subire Corax...
Esit. Alessio sapeva che alla fine avrebbe detto cos'aveva
in mente.
Corax doveva essere lasciato solo. Probabilmente da qualche
parte in fondo a uno di questi interminabili corridoi bui.
Doveva essere abbandonato finch non si spaventava al punto
da pensare che nessuno sarebbe venuto a prenderlo. Mai
pi. Che sarebbe morto.
 crudele!
Voleva diventare un uomo! replic il padre alzando la
voce. Trasformarsi in un uomo. Non nato. Tu sei un bambino.
Sei troppo giovane per capire.
Dimmelo.
In un mondo crudele, a volte gli uomini devono fare cose
crudeli. Fa parte della crescita. Gli uomini devono portare
quel peso. Per amore. Per senso pratico. Credi sia bello essere
deboli?
Il suo volto si corrug per il disgusto quando pronunci
quell'ultima parola. La debolezza era, si rese conto Alessio
Bramante, una specie di peccato.
No rispose sommessamente.
Suo padre si calm.
La crudelt pu essere relativa, Alessio. Un dottore  crudele
se amputa un arto malato che potrebbe farti morire?
Alessio Bramante non aveva mai pensato ai dottori in questi
termini. Ci lo fece sentire a disagio.
No replic supponendo che fosse la risposta giusta.
Naturalmente, no. Gli uomini devono prendere questo tipo
di decisioni. L'ho imparato. Lo farai anche tu. Quel che ci fa
male pu anche renderci forti.
Giorgio Bramante aveva inclinato la testa di lato, come un
merlo che stava in ascolto per scovare i vermi in giardino.
Hai sentito? chiese.
No...
Ho sentito qualcosa disse alzandosi e guardando le entrate
buie dei corridoi. Tutte e sette. Chiedendosi quale scegliere.
Questo  un posto sicuro, Alessio. Resta qui seduto. Aspettami.
Devo fare una cosa. Sii paziente.
Alessio rabbrivid e fiss la vecchia superficie del tavolo da
quattro soldi sforzandosi di non pensare. Giorgio aveva portato
con s una giacca pesante. Al figlio sovvenne che il padre
aveva sempre saputo che sarebbero finiti in quella stanza umida
e fredda sottoterra, ma non gli aveva detto nulla. Alessio indossava
solo un paio di pantaloni leggeri di cotone della scuola
e la sua maglietta bianca, una pulita quella mattina, con
davanti il simbolo dai colori chiari che la madre aveva disegnato
per la scuola: una stella inscritta in un cerchio blu scuro,
con una serie di stelle equidistanti pi piccole tutt'intorno.
Sette stelle. Sette punte.
Va bene promise.
...
.
...
Capitolo 11.
...
.
...
Leo Falcone poteva affrontare quasi qualsiasi cosa la vita
gli riservasse. Perfino una pallottola nella testa che aveva interrotto temporaneamente - avevano detto tutti i medici - le
connessioni neurali tra il cervello e gli arti. Ma quanto gli stava
accadendo adesso era al di l di qualsiasi previsione. Sul
volto dell'ispettore era dipinta una paura autentica, che lo faceva
sembrare vecchio, debole e vulnerabile.
Degli pneumatici stridettero in fondo alla strada, lungo via
Cavour. Tre automobili blu della polizia si erano fatte largo a
fatica sul marciapiede affollato e si erano fermate con uno
stridio di freni davanti ai blocchi di cemento piazzati li per
ostacolare il traffico. Degli agenti in divisa stavano scendendo
di corsa dalle volanti, guardando lungo il vicolo in direzione
dei due uomini vicino all'automobile e di Costa, in bella
vista nella pallida luce del sole primaverile all'incrocio.
 quel che si fa in situazioni come questa, pens Costa con
crescente sgomento. Si aumenta la pressione.
Si avvicin finch non si trov a meno di un paio di metri da
Falcone e dal suo aggressore, con le braccia sollevate, le mani
aperte e le dita spalancate, parlando con calma, senza accalorarsi,
ma con tutto il distacco possibile date le circostanze.
Nessuno si far male disse Costa. Procediamo nel modo
pi semplice. Metta gi la pistola. Risolveremo la questione parlando.
Nic... ringhi Falcone, stretto in una posizione scomoda,
ma con abbastanza cattiveria in corpo da far sentire le sue ragioni.
Costa conosceva quel tono di voce sommesso ed esacerbato.
Diceva: "Lascia fare a me."
Si guard alle spalle. Un grosso furgone della polizia
ostruiva l'estremit opposta della strada. Sembrava che altre
automobili si stessero avvicinando stridendo da entrambi i
lati di via degli Zingari, determinate a bloccare ogni uscita.
Costa fiss a lungo quegli intelligenti occhi scuri. Adesso
l'uomo non stava trattando Leo con durezza. Lo stava solo tenendo
stretto con un braccio intorno al collo, mentre l'altro
reggeva la pistola, una grossa rivoltella nera, l'arma di un ex
militare ipotizz Costa, senza un'angolatura precisa, cos che
avrebbe potuto colpire dappertutto, davanti, dietro, ovunque
volesse, in un istante.
Durante l'addestramento, ti insegnavano due cose su una
situazione simile. Primo, che un uomo era sempre pi pericoloso
quando si trovava con le spalle al muro. E, secondo,
che era estremamente facile permettere alle emozioni di avere
la meglio su di te e dimenticare che nulla contava quanto
l'incolumit della vittima.
Non pu andare da nessuna parte... attacc a dire Costa,
poi sent che la sua voce veniva soffocata da un suono familiare.
Lo stridio di una vecchia moto, un ronzio meccanico troppo
forte, si lev da via Cavour, diventando sempre pi sonoro
e arrabbiato.
Con suo sommo stupore, la moto aveva superato i piloni
di cemento, si era fatta largo tra gli agenti e le volanti e adesso
stava accelerando su per il colle. L'uomo di mezza et che
la guidava diede gas al piccolo motore e scal un'altra marcia
per acquistare velocit, voltandosi per agitare il pugno
verso i poliziotti, in modo un po' malfermo e forse non solo a
causa della gravit.
Riconobbe il modello. Era una Vespa Piaggio ET4 rossa,
una moto rtr verniciata in stile anni Sessanta per conferirle
l'aspetto del modello originale uscito da un vecchio film in
bianco e nero ambientato nella vecchia Roma di Fellini e Rossellini.
Questo spettacolo assurdo li zitt tutti: Falcone e il suo rapitore
e gli agenti in uniforme sconcertati e furibondi che lo
lasciarono passare tra loro.
La figura in nero guard la Vespa avvicinarsi, poi prese
Falcone per il bavero del cappotto e scorse qualcosa, forse
un'opportunit.
Costa valut la situazione intorno a s. Pi di una dozzina
di poliziotti, almeno sei veicoli, tutti con quattro ruote. Una
trappola perfetta per un uomo a piedi o in automobile. Ma
con una finta Vespa anni Sessanta...
Fece un passo avanti e si ritrov di fronte l'arma.
Non faccia stupidaggini disse Costa sommessamente.
Falcone ritrov la voce. Volt il capo come meglio pot,
guard l'uomo dritto in faccia e disse, mentre riemergeva in
superficie una parte del suo vecchio io: E Giorgio Bramante.
Per quanto ne so, ha commesso una sola stupidaggine in tutta
la sua vita. Pensavo che la stesse ancora scontando.
Pensava bene disse l'uomo, e pos la bocca della pistola
contro la tempia di Falcone.
Raffaela grid di nuovo. Il frastuono della moto divenne
pi forte. Costa analizz le sue possibilit... nessuna. Questo
non cambiava le cose. Doveva provare.
Poi accadde qualcosa di insolito. Bramante si protese verso
l'orecchio di Leo Falcone e gli sussurr qualcosa, senza mai
distogliere lo sguardo da Costa, sempre pronto ad attaccare.
L'arma batt con forza contro la testa di Leo. Bramante allent
la presa. L'ispettore cadde stringendosi il cranio.
Poi la finta Vespa li raggiunse vacillando sui ciottoli e rallentando
per la curiosit, mentre l'ubriaco alla guida diceva qualcosa
di osceno. Bramante calcol con perfetto tempismo le
mosse successive: prima che Costa potesse intervenire, balz
davanti allo scooter agitando la pistola verso il motociclista
finch questi non si ferm, tir gi l'idiota dalla sella a suon di
pugni, poi raccolse la Vespa, mand su di giri quel motore dal
suono acuto e salt su per il colle impennando.
I due agenti a bordo della Fiat parcheggiata dal lato opposto
dell'incrocio avevano gi sfoderato le loro armi. L'uomo stava
zigzagando a destra nel tentativo di superarli immettendosi
nel dedalo di vicoli sempre pi angusti nel cuore del quartiere
Monti, una zona in cui nessuna automobile aveva la minima
possibilit di successo contro un uomo a bordo di uno scooter.
Mettete via le pistole! grid Falcone tentando di rialzarsi
sulle gambe malferme e tremanti. Ci sono dei civili, maledizione!
Nessuno discuteva con il vecchio ispettore quando parlava
in quel modo. Gli agenti in uniforme abbassarono le armi.
Costa si avvicin a Falcone e gli porse un braccio. L'uomo lo
afferr furibondo, poi zoppic con evidente dolore fino all'incrocio
fissando i gas di scarico dello scooter che si stava allontanando,
scomparendo in una traversa pi avanti.
Sta sanguinando disse Costa, e gli porse un fazzoletto
bianco pulito. Non era necessario. Raffaela Arcangelo era
accanto a Falcone, sconvolta, intenta ad asciugargli il volto, per
vedere cosa gli avessero fatto. Nulla di grave. Aveva un labbro
spaccato. Un livido che iniziava a formare un'ombra sulla tempia
colpita dall'arma di Bramante.
Falcone le permise di occuparsi di lui senza mai smettere
di guardare torvo nella direzione in cui era svanita la moto.
 tutto a posto, Raffaela disse bruscamente. Ti prego.
Non c' niente di cui preoccuparsi.
Un altro furgone della polizia aveva superato gli astanti in
via degli Zingari. Adesso era fermo dietro Peroni, Emily e
Teresa Lupo, senza che nessuno di loro sapesse cosa fare.
Scese un uomo robusto dall'aria energica. Aveva all'incirca
trent'anni, indossava un cappotto nero di lana e mostrava lo
sdegno che si confaceva al suo grado. Nic Costa aveva gi stabilito,
senza una buona ragione, di non apprezzare un granch
il commissario Bruno Messina.
Falcone osserv il nuovo arrivato avvicinarsi.
Sa, Leo, disse scuotendo il capo come se avesse a che fare
con dei dilettanti sarebbe bello se, solo per questa volta, si
trovasse dove dovrebbe trovarsi. A casa.
Falcone non disse nulla, ma si limit ad annuire con quel
sorriso fugace troppo professionale per essere considerato insolente.
Le ha detto qualcosa? chiese Messina. Le ha dato delle
spiegazioni? Qualsiasi cosa?
Costa pens a quell'ultimo messaggio sussurrato. Ritenne
che Bramante intendesse dargli un significato privato.
Ha detto ribatt Falcone con un'aria interdetta che gli
dispiaceva ma adesso avrei dovuto essere l'ultimo. Il numero
sette.
Il commissario Messina lo ascolt e poi, suscitando il disgusto
di Costa, scoppi a ridere.
Voglio che saliate tutti sul furgone ordin Messina
quando smise di ridere. Indic Falcone, Costa, Peroni e Teresa
Lupo. Voi quattro siete di nuovo in servizio, a partire da
adesso.
Raffaela stava gi protestando con voce stridula a proposito
del congedo per motivi di salute di Falcone, delle sue ferite
e dei suoi problemi fisici.
Lei la interruppe Messina e la qui presente fidanzata
dell'agente Costa siete sottoposte a un programma di protezione.
Una delle automobili vi condurr in questura. Potete
aspettare l.
E dove andremo noi, se posso chiederlo? domand Teresa
Lupo, a voce abbastanza alta da sovrastare le grida di
protesta di Emily e Raffaela.
Bruno Messina sorrise.
A trovare il numero cinque.
...
.
...
Capitolo 12.
...
.
...
Torchia sapeva che era iniziato tutto con una lezione di
Giorgio il mese prima, tre ore di un lungo pomeriggio caldo
nell'aula soffocante in piazza dei Cavalieri di Malta, una lezione
che non avrebbe mai dimenticato. Bramante era nella sua
forma migliore: brillante, elettrizzante e incisivo. Teoricamente,
l'argomento era quel poco che si sapeva della filosofia delle
sette mitraiche tra i militari romani. In realt era molto pi di
quello, anche se Lucio Torchia sospettava di essere l'unico a saperlo.
Ci di cui Bramante stava davvero parlando era la vita
stessa, il passaggio dalla fanciullezza alla maturit, l'accettazione
del dovere e del rispetto per i superiori e il bisogno assoluto
e indiscutibile di obbedienza, fiducia e segretezza all'interno
dei ranghi serrati e chiusi del gruppo sociale a cui un
individuo apparteneva.
Aveva ascoltato, immobile sulla sedia senza riuscire a distogliere
lo sguardo da Giorgio, appollaiato sulla scrivania, muscoloso,
con addosso una maglietta attillata e un paio di jeans
di Gucci: un capo a suo agio con il branco.
Adesso a Torchia tornava in mente una parte della lezione.
Bramante stava esponendo la gerarchia dei sette gradi.
Vignola aveva posto una domanda che sembrava, apparentemente,
sensata. Com'erano nate simili organizzazioni? A che punto
dello stadio nascente del mitraismo qualcuno aveva stabilito
che ci sarebbero stati sette ordini, con rituali ben precisi per il
passaggio da uno all'altro? Qual era l'origine?
Bramante aveva rivolto loro un sorriso d'intesa, come un
padre che accontentava un figlio.
Non avevano bisogno di porsi quella domanda, Sandro
disse con la sua misurata e potente voce dall'accento romano.
Conoscevano gi la risposta. La loro religione proveniva dal
loro dio.
S, ma... nella vita reale obiett Vignola. Intendo dire,
non and in quel modo. Non era possibile.
Come fai a saperlo? aveva chiesto Bramante.
Perch non era possibile! Se Mitra era reale, che fine fece?
Lo uccisero disse Torchia senza pensarci, e rimase tanto
compiaciuto quanto turbato dalla reazione di Giorgio alla
sua risposta. Bramante lo stava fissando con un'espressione
sorpresa e ammirata sul bel volto.
Lo uccise Costantino convenne Giorgio. Costantino e i
suoi vescovi. Proprio come uccisero tutte le vecchie divinit.
Se parlate con i teologi, vi forniranno altre risposte. Ma io
non sono un teologo e questo non  un corso di teologia. Siamo
storia. Analizziamo i fatti e deduciamo da essi ci che
possiamo. I fatti affermano che gran parte dell'esercito romano
vener Mitra per quasi trecento anni. Poi, con il cristianesimo,
Mitra mor, e con lui le credenze dei suoi seguaci. Che
lo si prenda alla lettera o meno, accadde questo. Se volete risposte
pi complesse, vi trovate nel dipartimento sbagliato.
Dev'essere stato terribile disse Torchia incapace di distogliere
lo sguardo dal professore.
Cosa? chiese Bramante.
Perdere la propria religione. Vedersela strappare.
I cristiani dovettero tollerarla per trecento anni sottoline
Bramante.
I cristiani ebbero la meglio.
In quel momento, negli occhi di Giorgio Bramante apparve
un lampo di qualcosa, comprensione, forse perfino insicurezza.
Torchia non riusciva a smettere di guardarlo. Giorgio
era un professore paziente e sagace, ma li guidava come
un generale guidava le sue truppe. Quel che cercava era la loro
comprensione, non la loro approvazione. Torchia lo cap
implicitamente e cap anche che, in realt, tutti gli altri erano
ancora dei bambini, e lui sapeva cosa aspettarsi dai bambini.
Paura, interesse, e poi l'insorgenza della noia prima della
comprensione, con il capo giusto e nelle circostanze rituali
corrette.
Sarebbe stato davvero terribile prosegu Giorgio se fosse
stata loro negata l'ultima possibilit di riappacificarsi con
quanto stavano perdendo. Un cristiano spererebbe di potersi
confessare prima di morire. Vedersi strappare di mano l'estremo
conforto...
Non disse nient'altro. Sarebbero passate due settimane
prima che Lucio Torchia comprendesse finalmente lo sguardo
confuso, quasi colpevole, dei suoi occhi in quel momento.
Quindi non si era portato solo il galletto vivo dal mercato
del Testaccio. Mentre si trovava l, era stato da uno spacciatore
in uno dei caseggiati popolari, e aveva acquistato, a credito,
due spinelli gi rollati, forte marijuana afgana mischiata a
dozzinale tabacco da sigaretta. Secondo le sue letture, nei sotterranei
si usava una specie di droga. I romani conoscevano la
canapa. Avevano importato la droga, e molto altro, dalle
province che avevano assimilato nel corso degli anni. Conoscevano
anche l'alcol. Diversi riti mitraici erano stati mutuati e
assimilati al cristianesimo. Per il solstizio d'inverno, che celebravano
ogni anno intorno al 25 dicembre, bevevano vino e
mangiavano pane insieme, un banchetto simbolico a base del
sangue e della carne del toro sacrificale. Si chiese quanti bravi
cattolici ne fossero al corrente quando si inginocchiavano per
ricevere la Santa Comunione sotto le candele.
Toni LaMarca si avvent subito su uno spinello e si nascose
nell'oscurit da idiota quale era. Adesso Raul Bellucci e
quello zotico di Guerino stavano fumando il secondo ridacchiando,
animati dal piacere infantile insito nel visitare un
luogo ignoto e proibito. Torchia non aveva nessuna intenzione
di unirsi a loro. C'erano troppe cose a cui pensare in quel
posto magico. Nemmeno quel nano ultraimbranato di Sandro
Vignola era molto interessato. Aveva gli occhi sbarrati da
quando erano entrati nel tempio e adesso era carponi davanti
a una lastra accanto all'altare, del tutto identico a un chierichetto
sovrappeso venuto a rendere omaggio al dio che stava
sopra di lui, in sella al toro, e gli affondava la spada nel
collo.
Torchia osserv Vignola leggere muovendo le labbra ma
senza emettere suoni l'iscrizione latina sulla pietra, posta sotto
una mezzaluna intagliata, e si pent di non conoscere meglio
le lingue. Indic la lastra con un cenno del capo.
Cosa c' scritto?
Raramente il latino era una semplice versione antica di parole
nuove. Era una lingua di un'altra epoca, vicina ma anche
sconosciuta, un codice, un insieme di simboli, ciascuno con
un significato ovvio solo agli iniziati.
Illumin con la torcia l'incisione nella bianca pietra polverosa.
DECEMUM. L ANTONIUS PROCULUS. PRAEF COH M P. ET PATER. V-S-L-M.
Cosa c' scritto? chiese di nuovo Torchia, stavolta a voce pi alta dopo che Vignola l'aveva ignorato.
Deo invicto Mithrae, Lucius Antonius Proculus, praefectus cohors tertiae praetoria, et pater, votum solvit libens merito.
Gli intelligenti occhi rotondi lo fissarono da dietro un paio di occhiali giganteschi.
All'invincibile dio Mitra, Lucio Antonio Proculo, prefetto della terza coorte dei pretoriani e padre, ha adempiuto il suo voto volontariamente e meritatamente. Non riesco a credere che tu non lo capisca.
Non so leggere bene il latino.
Dino Abati era l. Aveva rovistato negli angoli con la sua attrezzatura, i capelli di un rosso acceso che svolazzavano dappertutto.
Dovresti conoscere comunque quel nome. L'abbiamo studiato durante il corso. Lucio Antonio Proculo faceva parte dei pretoriani durante la battaglia di Ponte Milvio. I pretoriani sostenevano Massenzio. Il perdente. Ricordi?
A Torchia non piaceva essere trattato come un idiota.
Non perdo tempo con vecchi nomi mormor. Allora pensi che sia stato qui?
Abati scocc un'occhiata in direzione dell'anticamera, dove si trovavano le ossa.
Forse  ancora qui ipotizz. Costantino annient i pretoriani dopo essere entrato a Roma. Avevano sostenuto la parte sbagliata. Pensava di non potersi fidare di loro. Quindi rase al suolo il loro accampamento, come si chiamava?
Castro Pretorio rispose Vignola.
Lo distrusse completamente. E immagino anche questo posto soggiunse Abati. E davvero sinistro. Qualcuno lo conosceva prima che arrivasse Giorgio?
Naturalmente no! strill Vignola. Non credi che l'avrebbero scritto sui libri?  il miglior mitreo di Roma. Forse del mondo.
Abati ci pens sopra.
E Giorgio non sa se ha il coraggio di informare la collettivit?
 assurdo. Non pu tenerlo nascosto per sempre.
Vignola scosse il capo, si rialz da terra e si pul le mani strofinandole.
Pu tenerlo nascosto per tutto il tempo che vuole. Il dipartimento
 responsabile dello scavo. Pu andare avanti come
sta facendo adesso, lavorando tranquillamente con Judith
Turnhouse e chiunque altro sia al corrente del segreto. Poi, un
giorno, a tempo debito, chiamer le persone giuste e dir:
"Guardate cos'abbiamo scoperto." Ammirate Giorgio l'eroe.
Lo scopritore di meraviglie sconosciute. Schliemann e Howard
Carter messi insieme. Non credete che ci andrebbe a nozze?
Questo  un suolo sacro disse Torchia all'improvviso senza pensarci.
Allora cosa dovremmo fare, Lucio? chiese Abati con
quella sua esasperante cadenza strascicata. Intonare qualche
canto? Uccidere il galletto? Inchinarci davanti al dio o
gi di l, poi tornare a casa a portare a termine i nostri incarichi?
Non dovresti prendere troppo sul serio questa faccenda
di Mitra. Abbiamo solo fatto una fesseria. Ehi! Ehi!
Adesso stava gridando, improvvisamente animato. Si
precipit dalla parte opposta della stanza debolmente illuminata
e afferr Toni LaMarca, che era sul punto di cadere in
una piccola apertura rettangolare sull'altro lato, dietro l'altare e le statue.
Cosa diavolo credi di fare? grid Abati.
Sto guardando... rispose LaMarca con la voce impastata dalla droga.
Non...
Ma...
Qualcosa nel volto di Abati lo zitt. Poi, la sagoma con addosso
la tuta rossa da speleologo, che sembrava cos a suo agio
l, raccolse una pietra da terra e la gett nel buco nero davanti
a loro, dove LaMarca era stato sul punto di cadere. Non si udirono
suoni. Nulla di nulla. Finch, infine, non si lev l'eco lontana
di un oggetto duro e smarrito che cadeva nell'acqua.
Dino Abati scocc un'occhiataccia a ciascuno di loro.
Non  un parco giochi, bambini disse con cattiveria. C' un motivo per cui dovreste avere paura del buio.
...
.
...
Capitolo 13.
...
.
...
Giorgio Bramante era stato un detenuto modello. Quella
mattina, il commissario Messina aveva tutti i documenti relativi
al soggiorno in prigione di quell'uomo nella sua grossa
valigetta nera e li sfogliava attentamente mentre il furgone
blindato attraversava il traffico dal quartiere Monti all'Aventino.
Bramante aveva trascorso quattordici anni in prigione
senza farsi notare dopo essere stato giudicato colpevole di
omicidio in un processo che, allora, aveva suscitato opposte
reazioni. A nessuno piacevano le vicende irrisolte in cui erano
coinvolti bambini. Nessuno era contento quando un'indagine
finiva male perch la polizia aveva fatto fiasco e, nello
specifico, nel modo pi inaspettato, un caso in cui la parte lesa,
Bramante, si era ritrovata dietro le sbarre, mentre i colpevoli,
gli studenti che sembrava avessero rapito suo figlio e si
rifiutavano di rivelarne la sorte, l'avevano fatta franca.
Cinque di loro, perlomeno.
Mentre Costa ascoltava Bruno Messina, interpretando nel
frattempo l'espressione sul volto attento di Falcone, inizi a
rendersi conto del fatto che il caso Bramante era ancora aperto,
per entrambi. A quei tempi, Falcone era sul punto di essere
promosso ispettore, dopo essere stato un sovrintendente
promettente agli ordini del commissario padre di Messina,
che era andato in pensione quando era ormai caduto in disgrazia
non molto dopo che il castello di accuse a carico degli
studenti era crollato. Messina senior aveva visto la sua carriera
stroncata dagli eventi seguiti alla scomparsa di Alessio Bramante.
Chiaramente quella circostanza faceva soffrire il figlio
tuttora. Come sapevano tutti in questura, erano una famiglia
di poliziotti da diverse generazioni. L'uniforme gli scorreva
nel sangue. C'erano anche motivi professionali per cui Messina
e suo padre erano insoddisfatti, motivi che Falcone condivideva
sicuramente. I casi che riguardavano bambini scomparsi
esigevano di essere risolti pi di quasi tutti gli altri. Per
entrambi i genitori, dal momento che Beatrice Bramante, sebbene
avesse divorziato dal marito mentre era ancora in prigione,
era viva e abitava a Roma. E per gli agenti coinvolti.
Peroni, uno che andava sempre dritto al punto, aspett che
il furgone aggirasse il traffico che circondava il Colosseo, poi
chiese: Me lo ripeta di nuovo. Perch di preciso questa gentaglia
non fin in galera?
Per gli avvocati rispose Messina sprezzante. Dissero
che non era possibile.
Falcone si accarezz il pizzetto brizzolato, poi emise un
lungo sospiro triste.
E importante avere questa conversazione, commissario,
in modo da sapere entrambi con certezza da che parte stiamo.
A differenza di lei, io c'ero...
E crede che non lo sappia? ribatt Messina, con il volto
corrucciato e cupo.
Falcone non batt ciglio. Costa l'aveva visto alle prese con
persone di gran lunga peggiori di quel giovane commissario
troppo ambizioso che rivestiva quella carica solo da pochi mesi.
Bene. Allora, lasciate che ve lo spieghi. Ci sono due motivi
perch le accuse contro gli studenti di Bramante non ebbero seguito.
Primo, non avevamo prove. Non ce ne fornirono nessuna.
La scientifica non ne forn nessuna. Non avevamo nessun
cadavere. Nessun indizio su dove fosse andato il bambino o su
cosa gli fosse accaduto. Solo sospetti, destati soprattutto dalla
riluttanza degli studenti a fare qualcosa per venirne fuori. Non
c'era nulla su cui costruire un'accusa...
Bruno Messina era un uomo tarchiato, con una zazzera di
folti capelli neri e un'espressione che poteva passare dalla
gentilezza alla cattiveria in un istante.
Avrei potuto cavarglielo di bocca disse, non senza un
accenno di minaccia.
Era quanto pensava suo padre. Ma non ci riusc. Poi lasci
il capobanda da solo con Giorgio Bramante per un'ora in una
piccola cella tranquilla all'estremit pi lontana del settore di
isolamento nel seminterrato che tutti conosciamo bene. E questo
mi porta al secondo motivo per cui nessuno venne mai accusato
della scomparsa di Alessio Bramante. Mi dispiace ricordarglielo,
ma durante quell'ora Bramante percosse quel
povero disgraziato fino a ridurlo in stato di incoscienza. Lucio
Torchia mor in ambulanza, sotto i miei occhi, mentre veniva
trasportato in ospedale. Dopodich, ci ritrovammo inguaiati
fino al collo con gli avvocati per la tutela dei diritti civili che si accertarono che gli altri indiziati, se non erano gi a conoscenza
del fatto, potessero farla franca senza dire niente a nessuno
perch avevamo gi consentito che uno di loro venisse di fatto
ucciso proprio davanti ai nostri occhi.
Falcone scocc a Messina il tipo di sguardo che di solito riservava
ai subordinati incauti e confusi.
Il caso  chiuso osserv l'ispettore senza emozioni.
Peroni lo guard in cagnesco.
Ricordo cosa titolarono i giornali a quei tempi. La situazione
non era cos semplice. Tu non hai figli. Io s. Se pensassi che
uno dei miei figli potrebbe essere ancora vivo, se ce ne fosse la
minima possibilit, anch'io darei un sacco di botte a quegli studenti.
Falcone si strinse nelle spalle.
E quale sarebbe di preciso il senso di tutto questo?
Peroni si irrigid, colto di sorpresa dal tono di voce distaccato
di Falcone. Costa vide Bruno Messina ritrarsi dalla rabbia
visibile del suo collega, e si ricord che le persone relativamente
nuove in questura trovavano minaccioso l'aspetto fisico di
Peroni, il viso largo e sfregiato, il corpo massiccio e possente da criminale.
Che qualsiasi padre si sarebbe sentito in quel modo!
obiett Peroni.
Non sopporto dovermi ripetere ma, a quanto pare,  inevitabile.
Ero l. Entrai in quella cella perch non ne potevo pi
di sentire quelle grida. Fui io Falcone guard in cagnesco
Messina ad accertarmi che venissero a saperlo i superiori di
suo padre. Non fu difficile dal momento che, come ricordo,
aveva deciso di partecipare a una riunione del comando
quando lasci Bramante da solo con quel giovane.
Era il commissario obiett Messina. Era disperato.
E io ero solo il sovrintendente, il sottoposto che avrebbe
dovuto ripulire tutto dopo. Tra l'altro, c'era un tale macello.
Guardi le foto. Saranno ancora negli archivi. La cella era piena
di sangue. Non ho mai visto nulla di simile, n prima n
dopo. Giorgio Bramante fece a pezzi Torchia. Respirava a
malapena quando entrai l dentro. Un'ora dopo, era morto.
Peroni ripet: Pensava che il suo bambino fosse vivo, Leo!
C'era dell'altro prosegu Messina. Pensava che, se lei
non si fosse precipitato l dentro per fermarlo in quel momento,
avrebbe potuto cavare di bocca la verit a quel bastardo a
furia di botte. Forse aveva ragione e avremmo potuto trovare
il bambino. Chi lo sa?
Nessuno! ribatt Falcone con una foga che Costa non
vedeva da tempo. N lei n io. In situazioni simili, dobbiamo
basarci su certezze, non su ipotesi. Lucio Torchia venne
aggredito brutalmente in una cella della nostra questura, e
poi mor. Come possiamo ignorarlo? La legge  legge. Non
spetta a noi scegliere per chi o quando vale.
Teresa Lupo sollev una manona per obiettare. Costa not
l'interesse nei suoi lineamenti pallidi e flaccidi. Non stava
mai lontana dalla prima linea, soprattutto in un caso difficile
come quello.
Ma se Bramante pensava...
Nessuno di noi sa cosa pensava! insistette Falcone. Ero
presente quando venne interrogato dopo. Gli dissi che Lucio
Torchia era morto. Gli dissi che il medico dell'ambulanza mi
aveva riferito che aveva diverse costole rotte. Fu il pestaggio
peggiore che avessi mai visto in vita mia, compiuto lentamente
e di proposito. E Giorgio Bramante? Si comport come se
fosse normale. Non ho idea di cosa pensasse. Non disse quasi
nulla in seguito. N a noi. N alla moglie. N alla stampa. A
nessuno. S, s, so cosa state per dire. Fu colpa del dolore. Pu
darsi. Ma continuiamo a non sapere cosa accadde, e questo 
un dato di fatto.
Messina si sporse in avanti e picchiett Falcone sul ginocchio.
Le dir io cosa accadde. Lei divent ispettore. Mio padre
venne cacciato dall'arma. Dopo trent'anni. Per il momento accantoniamo
questo discorso. Ma non si illuda. In qualche modo,
quegli idioti furono responsabili della morte del bambino.
Non mio padre. E nemmeno Giorgio Bramante. Tranne Lucio
Torchia, gli altri rimasero impuniti. Quasi tutti cambiarono
nome. Diventarono adulti e si rifecero una vita, perlopi in
posti dove nessuno sapeva chi fossero. Pensavano che fosse finita,
come un brutto sogno che ti spaventa a morte di notte e
poi scompare il mattino seguente.
Per quanto li riguarda,  finita ribatt Falcone. Questa
 la legge.
Messina estrasse una serie di raccoglitori dalla sua capiente
valigetta.
Ma non per Giorgio Bramante.
...
.
...
Capitolo 14.
...
.
...
Bruno Messina sembrava conoscere tutta la storia di Bramante
da quando era finito in prigione.
Ha aiutato altri carcerati nel loro lavoro. Ha insegnato loro
a leggere e a scrivere. Ha consigliato loro di smettere di
drogarsi. Si  costruito la miglior reputazione possibile. Il detenuto perfetto. Dopo tre anni gli fu concesso di uscire tutti i
giorni di primo mattino e non ha mai parlato con la stampa.
Tutto lasciava intendere che fosse soltanto un uomo sfortunato
che aveva perso le staffe e pagato a caro prezzo quel gesto,
in circostanze in cui la maggior parte della gente avrebbe provato
comprensione per lui.
E...? chiese Falcone, adesso interessato.
C'erano sei studenti in quelle grotte quando Alessio
scomparve. Torchia mor quel giorno. Un altro, Sandro Vignola,
si trasfer in Puglia, poi, tre anni dopo il fatto, torn a
Roma per una sola giornata. Non sappiamo perch. Non fu
mai pi rivisto. Per quanto riguarda gli altri quattro...
Sparpagli alcuni fogli contenuti nei dossier e li esamin.
Andrea Guerino, figlio di un agricoltore, cambi nome. Si
trasfer a Verona dove prese a gestire un piccolo frutteto. Venne
trovato morto con ferite da arma da fuoco nei campi, nel
giugno di tre anni fa. La polizia locale sostiene che la moglie
fosse scomparsa il giorno prima. Poi la ritrovarono viva. A lui
avevano quasi staccato la testa e lei era troppo spaventata per
dire una sola parola su dove fosse stata e con chi. La polizia locale
pens che si trattasse di una relazione finita male e non
incrimin mai nessuno.
Quindici mesi fa, fu il turno di Raul Bellucci. Lavorava come
tassista a Firenze, sempre sotto falso nome. Ricevette una
telefonata a casa. Qualcuno aveva rapito la figlia e voleva un
riscatto, altrimenti l'avrebbe uccisa. Naturalmente, quell'idiota
non si rivolse a noi. Immagino temesse che avremmo scoperto
chi era davvero. Il giorno seguente venne trovato morto
in una zona industriale alla periferia della citt frequentata da
prostitute. La polizia la cattiveria nella voce di Messina era
inconfondibile stabil che, siccome gli avevano tagliato la gola
da un orecchio all'altro e gli avevano asportato i genitali, fosse
opera di una banda di africani. Quasi tutte le prostitute della
zona sono nigeriane.
E oggi? Teresa sembrava interessata. Si era lamentata
della mancanza di stimoli sul lavoro.
Oggi, o piuttosto ieri notte in base a quanto abbiamo visto,
 stato il turno di Toni LaMarca, l'unico rimasto a Roma.
Era il figlio di un malavitoso di Napoli. Forse pensava che
questo avrebbe fatto la differenza. Era un pessimo elemento.
Era coinvolto in giri di droga e prostituzione vicino a Termini.
Di certo non uno di cui sentiremo la mancanza. Di nuovo
la stessa storia. Be', simile. Il fidanzato adolescente di LaMarca
 stato rapito mentre tornava a casa dal cinema. Stamattina
 riuscito a fuggire da una specie di cella vicino a piazzale
Clodio ed  venuto subito da noi. Non c' molto da dire. Non
ci vuole un genio per capire cos' successo. Qualcuno ha chiamato
LaMarca. Forse per un riscatto. Lui  uscito...
Commissario, osserv Peroni mi pare che abbia detto
che Bramante era in prigione fino a tre mesi fa. Forse potrebbe
aver rapito il ragazzo e ucciso LaMarca. Ma gli altri?
Messina estrasse un documento della prigione e lo mise
davanti a loro.
Ve l'ho detto. Giorgio Bramante era un detenuto modello.
Aveva la condizionale. Di quando in quando gli permettevano
perfino di uscire per sbrigare dei lavori saltuari per qualcuno.
Nulla di illegale. Nulla che non sia stato registrato. Quando
Vignola scomparve, Bramante aveva ottenuto un permesso per
fare visita alla madre malata. Qui a Roma. Quando Guerino
mor, aveva un fine settimana libero. Parecchio tempo per fare
ci che fece. Lo stesso vale per Raul Bellucci.
Queste persone avevano cambiato nome sottoline Teresa.
Come diavolo ha fatto a trovarle?
Spetta a voi scoprirlo rispose Messina, poi infil di nuovo
i fogli nella valigetta e la consegn a Falcone. Un'ultima
cosa: la madre del bambino port una maglietta della scuola
in una strana chiesetta a Prati. Hanno una collezione di cimeli
che attrae i sensitivi. Disse che subito dopo la scomparsa di
Alessio e la conferma della morte di Lucio Torchia, la trov in
casa con una macchia di sangue fresco sul davanti. Come se
i due eventi fossero collegati. A quanto pare, in quella chiesa
apprezzano quel genere di cose.
Teresa si accigli.
Non coinvolgetemi in questa faccenda. Sono un medico
legale. Non mi occupo di stregoneria. E se qualcuno avesse
perso sangue dal naso?
No rispose Messina. Su questa maglietta sono apparse
altre macchie di sangue nel corso degli anni, anche se l'abbiamo
scoperto solo stamattina. Il custode della chiesa ha cercato
di tenere tutto nascosto. Ma  un uomo preciso. Ha annotato
le date. Avete qualche ipotesi?
Si guardarono a vicenda senza parlare.
La prima volta accadde subito dopo la scomparsa di Sandro
Vignola. Poi, dopo la morte di tutti gli altri, un giorno dopo
o due al massimo, il custode ha trovato un'altra macchia sulla
maglietta di Alessio Bramante. Non si tratta di una grande impresa.
Quel posto  praticamente privo di sorveglianza. Chiunque
potrebbe entrare l dentro, aprire la teca e versare qualcosa
sulla maglietta. Non c' bisogno della magia. Stamattina...
Si interruppe per guardar fuori dal finestrino. Finalmente
stavano raggiungendo viale Aventino. Non poteva essere
molto lontano.
...In chiesa  entrato un visitatore. Un uomo solo, la cui
descrizione fisica coincide con Bramante.  successo intorno
alle sette e mezza. Dopo sono apparse diverse macchie fresche.
Stavolta grosse macchie, che non hanno potuto tenere
nascoste. E una scritta. Ci  voluto un po' per capire cosa significasse,
ma alla fine ci ha portato qui. Sfortunatamente,
non prima che ci entrasse la custode. Rosa Prabakaran sta
parlando con lei.
Il volto di Peroni si accese di rabbia.
Ha incaricato una recluta di occuparsi di una faccenda simile?
Non ci sono in giro degli adulti?
Messina lo rimise a posto con uno sguardo. Non apprezz
l'interruzione.
Prabakaran non deve preoccuparsi di nulla. Comunque,
voi...
In quel momento, perfino Falcone sembrava perplesso.
Gliene sono rimasti due sulla lista prosegu Messina.
Dino Abati. Dio solo sa come si faccia chiamare o dove viva
oggi. Poi l'agente di polizia a cui attribuisce la colpa di avergli
impedito di estorcere la verit a suon di botte a Lucio Torchia
quattordici anni fa. A proposito, spero che le piacciano gli alloggi
di sicurezza della questura, Leo. Resterete li tutti e quattro
finch questa faccenda non sar chiusa.
Oh, no esclam Peroni agitando la mano. Sono di servizio.
Non mi appioppi una grana simile.
Le  gi stata appioppata sbott Messina. Non capisce?
Bramante non si limita a uccidere queste persone una dopo
l'altra per vendicarsi. Prima rapisce qualcuno a cui sono legate,
lo tiene in ostaggio nel tentativo di... Il commissario si sforz
di trovare le parole giuste.
Vuole fargli passare lo stesso incubo che ha vissuto lui
disse Falcone con calma. Ma cosa la induce a pensare che
voglia rapirmi?
Dopo aver capito cosa stava succedendo qui, ho mandato
una squadra nell'appartamento in cui viveva Bramante da
quando  uscito di prigione. Se n'era andato da un pezzo. Ma
doveva avere fretta. Troppa fretta per portare tutto via con s.
Date un'occhiata a queste.
Estrasse dalla valigetta tre pacchi di fotografie, controll le
etichette e ne pass uno a ciascuno di loro. Iniziarono a guardarle
in silenzio.
Nic Costa era quasi arrivato a met del suo pacco quando
si ferm, incapace di immaginare come fosse potuta succedere
una cosa simile.
Stava guardando una foto di lui ed Emily intenti a uscire da
Palazzo Ruspoli, felici, sorridenti e sottobraccio. Riconobbe il
cappotto rosso nuovo che indossava lei. La foto era stata scattata
due giorni prima. Quella mattina erano andati dal medico
e avevano sostenuto la conversazione di rito su cosa fare e
cosa aspettarsi durante i mesi prima di diventare genitori.
Cosa ci guadagna questo pazzo a fotografarmi? domand
Teresa indicando le foto che teneva in mano Peroni.
Costa le guard, poi pass a quelle di Falcone. C'era Raffaela
intenta a fare compere in via degli Zingari. C'era qualcosa
che non quadrava.
Oggi non ha cercato di prendere nessuno di noi disse
Costa, sforzandosi ancora di capire come interpretare la foto
di loro due insieme, senza riuscire a distogliere lo sguardo
dal volto stanco e teso di Emily. Ha mirato subito a Leo.
Messina comment con uno sguardo di disapprovazione
quello sfoggio di confidenza.
Lo so. Forse ha solo scorto una possibilit.  abbastanza
intelligente da improvvisare, vero?
 abbastanza intelligente da ottenere ci che vuole alla
prima occasione rispose Falcone lanciando a Costa un'occhiata
interessata.
Il commissario parve soddisfatto da quella risposta.
Sono felice che consideri questo caso degno della sua attenzione,
Leo. Adesso  suo. Come ho detto, il congedo per
motivi di salute termina oggi. Il qui presente Costa ha finito
di giocare al custode di musei. Peroni non  pi di pattuglia.
Risolvete la faccenda o restate seduti in questura a cercare di
ricordare come si gioca a scacchi. Scegliete voi.
Che dilemma, pens Costa. Lo sguardo bramoso negli occhi
di Falcone gli disse che lui aveva gi deciso. Una parte di
Costa era felice di vedere il vecchio ispettore accendersi di
entusiasmo per qualcosa che non lo riguardasse. Un'altra
parte di lui voleva, pi di ogni altra cosa, prendere Emily e
allontanarla da quella nuova minaccia, farla sedere, riposare
e recuperare un po' delle forze che sembrava aver perso nelle
ultime settimane senza che lui se ne accorgesse.
E le signore? chiese Peroni.
Messina sorrise.
Gi, le signore. Abbiamo una villa vicino a Orvieto.  bellissima.
Grande, isolata e difficile da trovare. Un'automobile
le condurr l direttamente dalla questura. Ci abita mio padre.
Giorgio Bramante non lo sta cercando. Quindi saranno
al sicuro. Consideratela una vacanza a sorpresa. Non voglio
che ci complichino le cose restando qui a Roma.
Spetta a loro decidere protest Costa.
No ribatt Messina.
Teresa Lupo si protese in avanti e picchiett con forza il ginocchio
del commissario.
Mi scusi se glielo faccio notare, ma sono una signora anch'io.
Magari mi farebbe comodo una vacanza.
Lei  un medico legale rispose. E voglio presentarle Toni
LaMarca. O quel che resta di lui.
...
.
...
Capitolo 15.
...
.
...
Le basi della speleologia disse Abati spingendo di nuovo
LaMarca al centro della stanza consistono nel conoscere
il luogo in cui ci si trova e sapere cosa lo circonda. Questo non
 sempre stato un tempio. Ve l'ho detto. Era una cava di tufo.
Qualcuno in seguito costru qui il tempio, quando finirono di
estrarre la pietra.  una sorta di miniera. Met di quelli che
sembrano corridoi non conducono da nessuna parte o terminano
con una spaccatura o una faglia nella roccia.
Ho sentito dell'acqua disse Vignola perplesso.
Siamo a Roma! esclam Abati. Ci sono sorgenti. Linee
di faglia. Scavi che non conducono da nessuna parte. Devono
esserci canali che portano fino al fiume. In qualche modo,
questo posto potrebbe essere collegato alla Cloaca Massima.
Se avessi le attrezzature... scocc loro un'occhiata altezzosa
che Torchia iniziava a detestare e l'organico adatto, potrei
scoprirlo. Ma non credo che nessuno di voi sia esattamente
l'ideale. Quindi, non andate in posti in cui non possa vedervi.
Non mi sento proprio dell'umore di venire a salvarvi.
Nella sua testa, Lucio Torchia aveva assegnato un ruolo a
ciascuno di loro. Abati era Eliodromo, il protettore del capo.
Vignola era Perses, intelligente, sveglio e non sempre disposto
a rivelare quanto sapeva. Il corpulento e stupido Andrea
Guerino sarebbe stato un ottimo fante nei panni di Miles.
Raul Bellucci, un subalterno che faceva sempre quanto gli si
diceva, avrebbe potuto essere Leo, lo strumento con cui compiere
il sacrificio. E per il Ninfo, lo sposo, una creatura che fosse
sia maschile che femminile, ci voleva quel viscido leccapiedi
molesto di Toni LaMarca, un ragazzo la cui sessualit
sembrava ancora indefinita.
Poteva esserci solo un Pater. Torchia sapeva esattamente
cosa significasse. Il ruolo del Pater implicava il comando,
niente rapporti di sangue n tantomeno amore. Aveva osservato
il modo di comportarsi di suo padre, il semplice atteggiamento
rude e dittatoriale che diceva: "Qui in casa mia sono
anch'io una specie di dio." Dall'obbedienza derivavano la conoscenza
e la sicurezza. Per Lucio Torchia era stato cos fino
all'et di nove anni, quando un giorno suo padre era andato a
lavorare al porto di Genova e non era mai pi tornato. Un anno
dopo, quando la sua debole madre inetta pensava che lui
avesse superato tutto, Torchia si era recato di soppiatto al molo
dov'era avvenuto l'incidente e aveva fissato la gigantesca
gru nera, la cui testa era simile a quella di uno stupido corvo,
nel tentativo di immaginare cosa fosse successo e come ci si
potesse sentire vedendosi piombare addosso quella massa di
acciaio micidiale, in cerca di qualcosa da distruggere.
Da quel momento in poi, Lucio aveva preso a odiare la
chiesa. Vedeva sua madre attaccarsi tutte le sere alla Bibbia
nel tentativo di trovare conforto in una religione che li aveva
abbandonati permettendo in primo luogo a quella gru di
crollare.
Quando arriv alla Sapienza e inizi, sotto la guida di
Giorgio Bramante, a studiare il mitraismo, cap cos'era mancato
nella sua vita e come quella voragine potesse essere colmata.
Dal dovere, dalla responsabilit e dal comando. Una
dichiarazione d'identit, che lo avrebbe distinto dagli individui
banali. Prima o poi sarebbe diventato anche lui un Pater,
parte di quell'antica religione che teneva i suoi segreti sottoterra
senza condividerli con le masse nei vasti palazzi dorati.
Qui, nel tempio scoperto da Bramante, tutti i tasselli avrebbero
trovato il giusto posto, e lui avrebbe potuto cominciare
portando a termine il compito iniziato quasi diciotto secoli
prima da quei soldati.
Solo che mancava un dettaglio. Quel codardo di Vincenzo
li aveva abbandonati, venendo meno al suo destino di rivestire
il ruolo di Corax, l'iniziato, l'apprendista, forse anche un
bambino, se gli antichi libri avevano ragione.
Inoltre, si affrett ad aggiungere Abati avanzando di
nuovo verso l'altare, risoluto a fare una cosa che Torchia non
poteva prevedere non ho intenzione di tollerare queste
sciocchezze.
Con stupore di Torchia, adesso Abati teneva in mano la
gabbia con il galletto e la stava sollevando per aprire lo sportello.
Il lucido uccello nero sbatt le ali ed emise un verso aggressivo
e sommesso.
Non toccarlo gli ordin Torchia. Ho detto...
Dino Abati stava armeggiando con la gabbia.
Lucio, pensaci. Siamo gi abbastanza nei guai senza questi
giochetti.
Andrea, grid Torchia fermalo.
Guerino aveva in bocca lo spinello. Il corpulento figlio dell'agricoltore
sembrava gi mezzo stordito.
Cosa...? biascic.
Nessuno di loro cap. Le parole di Bramante continuavano
a riecheggiare nelle orecchie di Lucio Torchia. Doveva essere
orribile perdere la propria religione! Vedersela strappare
di mano appena prima di morire, vedersi negare l'ultimo
sacramento, l'estrema opportunit che si aveva sulla terra di
fare pace con il proprio dio!
Abati aveva aperto la gabbia e la stava inclinando nel tentativo
di far uscire il galletto nell'aria umida e buia.
Non farlo disse Torchia avvicinandosi alla figura vestita
di rosso.
Eliodromo portava sempre indumenti rossi. Bramava la
posizione di Pater. Doveva farlo. Finch il Pater non moriva,
lui non poteva andare da nessuna parte.
Mentre si muoveva, Lucio Torchia raccolse furtivamente
un sasso delle dimensioni di un pugno da una delle panche
di pietra, tenendolo basso e nascosto nella mano destra.
Ho detto... inizi a mormorare, poi si ferm e si ritrov
a scostare una nuvola di penne nere puzzolenti che sbattevano
furiosamente intorno al suo volto.
Forse grid. Non ne era sicuro. Qualcuno rise. Toni
LaMarca, a giudicare dal suono. Terrorizzato e urlante per la
paura e la rabbia, il galletto affond gli artigli nel cuoio capelluto
di Lucio Torchia, poi lo super, lanciandosi verso l'uscita
sbattendo le ali in modo frenetico mentre la sua gracchiante
voce metallica riecheggiava nella stanza di pietra che si
chiudeva attorno a loro come una tomba.
Non sapeva perch avesse scelto un uccello nero. Come
un corvo, con le ali e le zampe allungate. La beffarda copia in
miniatura di una gru.
A volte, Lucio Torchia non sapeva affatto perch faceva certe
cose. Quando riprese di nuovo fiato, si ritrov in ginocchio
a fissare la testa insanguinata di Dino Abati, mentre bloccava
a terra la figura con addosso la tuta rossa da speleologo.
Anche se non era necessario. Abati aveva gli occhi vitrei e
vacui. La bocca spalancata, immobile. In realt, non ricordava
di averlo picchiato, e questo significava che probabilmente
gli aveva affondato ripetutamente nel cranio il grosso sasso
frastagliato che teneva ancora in mano.
Adesso gli altri erano ammassati intorno a loro due. Nessuno
sembrava avere molta voglia di parlare. La stanza puzzava.
Di droga, di gallo, di sudore e di paura.
Oh, Cristo, Lucio esclam infine Toni LaMarca. Doveva
essere Toni LaMarca. Penso che tu l'abbia ucciso.
Guard Abati. Gli usciva del sangue dalle narici. Il flusso
aument e poi diminu mentre lo osservava. Stava respirando.
Probabilmente Abati era solo svenuto. Tutto qui. Tuttavia
si era fatto valere. Si era imposto, come doveva fare il Pater.
Torchia si volt e li guard tutti senza smettere di stringere
la pietra con la mano. Il Pater doveva comandare. Era cos
che andava.
Ascoltatemi tutti.
Si rese conto di parlare con un tono di voce gi diverso.
Pi maturo. Un tono di voce autoritario che prima di allora
non aveva mai trovato dentro di s.
Se cercherete di dire che sono stato solo io, nessuno vi
creder. Dir che l'abbiamo fatto insieme. Tutto.
Lucio protest Guerino con quel suo stupido piagnucolio
da ragazzo di campagna. Non  giusto.
Limitatevi a fare quello che vi dico ordin Torchia alzando
la voce con un tono autorevole che sperava di aver preso da
Giorgio Bramante.  cos difficile? Se mi darete retta, andr
tutto bene. Altrimenti...
Quello era il momento da cui dipendeva tutto. Lui contro
tutti. Sarebbero potuti andare a lamentarsi all'universit.
Con Giorgio Bramante, e quel pensiero suscit nella mente
di Lucio Torchia paura mista a un profondo senso di gioia e
di attesa.
Sotto di lui, Dino Abati gemette sbattendo le palpebre.
Torchia sollev di nuovo il sasso, notando il sangue sulla
sua superficie, e alz il braccio come se volesse colpire un'altra
volta la testa di Abati.
Decidete voi disse con calma.
Si guardarono l'un l'altro. Poi, Sandro Vignola, il pi piccolo
e il pi intelligente ma, nella sua testa, solo l'ennesimo
adolescente stupido e spaventato, si fece coraggio e parl.
Teniamocelo per noi, Lucio. Possiamo ripulire Dino. In realt,
 stato un incidente. Facciamo quello che dobbiamo fare.
Poi usciamo di qui.
Vignola era sempre quello sveglio. Perses. Il terzo dietro
di lui e Abati.
Torchia guard Andrea Guerino, conscio del fatto che
adesso un nuovo senso di autorit si era fatto largo nella sua
testa.
Ehi, contadino, va' a prendere l'uccello.
Poi, alle orecchie di tutti giunse un breve suono acuto, indistinguibile,
per met spaventato e per met eccitato.
Sarebbe potuto essere un bambino che cercava di dire
qualcosa che invece and perso nell'oscurit.
Prendimi anche quello ordin qualcuno e Lucio Torchia
scopr che si trattava di lui.
...
.
...
Capitolo 16.
...
.
...
Nessuno di loro voleva rimanere a lungo nella vecchia
cripta sotto la chiesa abbandonata di Santa Maria dell'Assunta,
non dopo aver visto cosa c'era l sotto. Lasciarono il
posto a Teresa Lupo e al suo assistente, Silvio Di Capua, che
continuarono a lavorare sotto le lampade ad arco che avevano
portato, aiutati da una squadra dell'obitorio dagli occhi
stralunati. Era un caso insolito, perfino per loro.
Bruno Messina torn in questura dopo aver delegato quella
responsabilit. Falcone inizi a radunare la sua squadra.
Degli agenti vennero mandati a raccogliere le ultime notizie
sulla caccia a Dino Abati. Altri due vennero rispediti alla vecchia
chiesa di Prati per dare un'occhiata alla maglietta macchiata
di sangue. Falcone insistette affinch restasse alla parete
in modo che un agente di sorveglianza potesse tenere
d'occhio la chiesa giorno e notte. Qualsiasi prova scientifica
contenesse, a Falcone sembrava irrilevante. Conoscevano gi
l'uomo che stavano cercando. La chiesa abbandonata sull'Aventino
avrebbe fornito abbastanza materiale da tenere
impegnata la squadra di Teresa Lupo nel prossimo futuro.
Una volta che la squadra se ne fu andata, Falcone, Costa e
Peroni si sedettero nel furgone blindato e ascoltarono il resoconto
dell'interrogatorio della donna che aveva trovato il cadavere
nella cripta.
Costa aveva gi visto Rosa Prabakaran in questura: una
persona riservata e tranquilla di poco pi di vent'anni che si
teneva in disparte e non solo a causa delle sue origini. Aveva
la parola "ambizione" scritta in fronte, quell'atteggiamento
attento e reticente che aveva finito per riconoscere tra coloro
che cercavano il modo di fare carriera fin dall'inizio. Faceva
parte dell'arma solo da sei mesi e vi era entrata dopo aver
conseguito la laurea di secondo livello in filosofia a Milano
l'estate precedente. Giovane, istruita, sveglia, entusiasta e di
origini straniere... Aveva pressoch tutti i requisiti che l'arma
stava cercando per la nuova generazione di agenti.
Fatta eccezione, forse, per la capacit di affrontare la brutalit
del mondo reale. Costa ne aveva parlato brevemente con Peroni
mentre accompagnava l'omone fuori dalla scena del crimine
situata sottoterra per accertarsi che il suo collega non
svoltasse l'angolo per andare a comprare un pacchetto di sigarette,
ricominciando cos a fumare. L'esperienza di Rosa nell'arma
era stata monotona e forse perfino privilegiata. Adesso per
si occupava del caso Bramante e lo faceva gi da pi di
mezza giornata, prima che l'indagine li travolgesse. Era stata
lei ad andare nella chiesa di Prati, a parlare con il custode e a capire dove li stesse indirizzando il messaggio scritto sulla parete.
Nelle prime ore di quella mattina, mentre loro si stavano
preparando per un pranzo tutti insieme e per la notizia di un
matrimonio imminente, un'occasione piacevole che sembrava
gi lontana, lei era entrata nella cripta e aveva visto un cadavere.
Poi, dopo aver interrogato la custode, aveva cominciato a
raccogliere tutti i dati disponibili su Giorgio Bramante, richiesti
dopo che Pino Gabrielli aveva identificato l'intruso nella sua
chiesetta. Era stata lei a collegare le date delle aggressioni alle
macchie di sangue del Sacro Cuore del Suffragio, pi in fretta
di quanto avrebbe potuto sperare di fare la maggior parte dei
vecchi agenti. Dopo aver sentito il resoconto scorrevole e conciso
di quanto sapevano gi a proposito di Bramante e dei suoi
movimenti dopo la prigione, Costa realizz che un giorno Rosa
Prabakaran sarebbe diventata un'agente formidabile. C'era
solo una cosa che lo infastidiva. Tutto sembrava essere irreale
per lei, una specie di puzzle mentale, come le tesi in cui avrebbe
potuto destreggiarsi durante una discussione universitaria.
Dal suo punto di vista, quel tipo di distacco sarebbe potuto essere
pericoloso, sia per lei che per l'esito di qualsiasi indagine.
Se c'era una cosa che aveva imparato nel corso della sua breve
carriera, era questa: i risultati derivavano dall'impegno personale,
per quanto doloroso potesse essere a volte.
Costa si sforz di mettere da parte le sue preoccupazioni
su Rosa Prabakaran, che probabilmente erano causate solo
dalla sua inesperienza, e riprese la conversazione.
Gli hanno offerto di nuovo il suo vecchio lavoro? chiese
Peroni, stupito.
I docenti universitari... disse Falcone con una smorfia.
Secondo Rosa, Bramante era uscito di prigione dopo aver
scontato quattordici anni di una condanna all'ergastolo per
omicidio e si era ritrovato subito davanti la proposta di una
cattedra alla Sapienza, con uno stipendio indicizzato e un incarico
permanente all'universit. E l'aveva rifiutata.
Perch diamine ha detto di no? domand Peroni.
Per Costa era ovvio.
Perch aveva un lavoro da finire, Gianni. Aveva iniziato a
occuparsene in prigione. Bramante pensava di avere...
Una vocazione pi alta? sugger Falcone ironicamente.
Esatto. Non voleva esserne distratto per nessun motivo.
Inoltre...
Un uomo che aveva trascorso degli anni in prigione, architettando
con cura le morti delle persone che riteneva responsabili
della scomparsa del figlio, era in grado di provare forti
emozioni.
Forse si sarebbe sentito anche in colpa, prosegu Costa
se avesse ripreso la sua vecchia vita senza che nulla fosse
cambiato.
Falcone fiss Rosa.
Sei d'accordo?
La ragazza si strinse nelle spalle con la sicurezza e la scarsa
considerazione dei giovani.
Perch complicare le cose cercando di immedesimarsi in
lui? Che importanza ha?
Costa non riusc a evitare di scoccare un'occhiata delusa
verso di lei. Alla sua et la pensava pi o meno allo stesso modo
ed era convinto che, alla fin fine, i casi si riducessero ai fatti
e alle procedure. Era solo con l'et e con la pratica che era
emersa una verit pi sottile: anche le motivazioni e la personalit
erano elementi importanti e, in assenza di prove scientifiche
concrete, erano spesso le uniche piste che una squadra
di investigatori potesse seguire.
Scusate, disse lei stizzita mi sembra ovvio. Sapeva quel
che faceva. Non avrebbe permesso a nulla di intralciarlo. Altrimenti,
perch avrebbe accettato quel lavoro?
Cio? chiese Peroni.
Quello part time rispose. Lavorava in un mattatoio.
Per uno dei macellai di questo mercato.
Lasci che il concetto facesse presa.
Una macelleria equina aggiunse. Mi ero quasi dimenticata
che esistessero.
Ma quello era Testaccio, pens Costa. Una delle pi antiche
comunit operaie del centro di Roma. A meno di un chilometro
di distanza da dove si trovavano, sorgeva il vecchio
mattatoio, un vasto complesso riconvertito alle arti dopo anni
di incuria. Il macello vero e proprio si era trasferito nei sobborghi.
I negozi per erano rimasti nelle strade anguste del
quartiere e nel mercato affollato in cui, quella mattina, Rosa
Prabakaran aveva trovato la custode di Santa Maria dell'Assunta.
L'appartamentino poco costoso di Bramante si trovava
l vicino. Adesso lo stavano setacciando in cerca di indizi
meno ovvi di ma serie di foto rubate a uomini e donne che
avrebbero potuto condurlo a Leo Falcone. Anche se Costa
pensava che l non si sarebbe trovato un granch. Bramante
se n'era andato in un nascondiglio che senza dubbio aveva
preparato in precedenza. Era un individuo intelligente, organizzato
e attento. Quello era gi chiaro. Era il tipo d'uomo
che probabilmente non si sarebbe tradito facilmente.
Dove abita la moglie? chiese.
Per un attimo, Prabakaran parve nervosa.
A tre isolati di distanza. E comunque  la sua ex moglie.
Divorziarono poco dopo il suo arresto.
Per quanto Bramante sia intelligente, sottoline Costa
 comunque difficile credere che abbia potuto fare tutto da
solo. Forse, quando  uscito di prigione. Ma per uccidere
quelle persone durante la condizionale avrebbe avuto bisogno
di un mezzo di trasporto, denaro e informazioni.
Non  stata la moglie insistette lei. Stamattina ho parlato
con Beatrice Bramante. Dopo aver accompagnato a casa
la vecchia signora. Solo per cinque minuti. Sono bastati.
Falcone aggrott le sopracciglia grigie senza dire nulla.
Una volta ha visto Giorgio in strada dopo che era stato rilasciato
circa due mesi fa. L'ha seguito fino al suo appartamento
e ha cercato di parlare con lui. Non  servito a nulla. Quella
donna ha perso tutto. Il marito. Il figlio. I soldi. Adesso ha un
monolocale in un quartiere popolare non molto migliore di
quello del marito. Non c' nulla che possa esserci utile l.
I tre uomini si scambiarono delle occhiate. Costa pens che
le ambizioni di Rosa Prabakaran stavano avendo la meglio su
di lei.
Agente, disse Falcone a bassa voce quando si interrogano
potenziali indiziati, non lo si fa da soli, ma in compagnia
di un agente esperto. E secondo i miei ordini. Intesi?
Prabakaran sgran gli occhi per la rabbia.
Non si stava nemmeno occupando del caso quando ho
parlato con Beatrice Bramante.
Adesso s sbott Falcone. Le regole degli interrogatori
sono le regole degli interrogatori. Se ti avesse riferito qualcosa
di incriminante, sarebbe stato inammissibile come prova.
Lo capisci?
La ragazza indic la recinzione gialla fuori dalla chiesa.
Avevo appena visto cos'era successo li dentro! Stavo cercando
di rendermi utile. I suoi occhi marroni sembravano
vitrei, sul punto di annebbiarsi a causa delle lacrime improvvise.
Quando si lavora per me, si lavora in squadra. O ti va bene
cos oppure non lavori affatto.
La ragazza non scoppi a piangere. Affatto. Poi, il sorriso
largo e sgradevole di Peroni ruppe il ghiaccio.
 colpa dell'entusiasmo giovanile, ispettore esclam.
Tutti lo abbiamo avuto una volta. Perfino tu.
Falcone lo guard in cagnesco.
Qualcuno dovr tornare a parlare con lei. Stavolta, come
si deve. Per scoprire cosa combinava Bramante quando non
lavorava.
Esplorava grotte disse Prabakaran. Non le ha permesso
di entrare nel suo appartamento perch era pieno di cose
di cui aveva bisogno. Dallo spiraglio della porta, ha visto parecchi
strumenti. Corde. Torce. Indumenti.
Allora, ti ha detto qualcosa! esclam Falcone. Speriamo
in dio che ben presto non debba cercare di farlo ammettere
come prova in tribunale.
Rosa Prabakaran tacque, zittita dalla rabbia e forse dalla
vergogna. Falcone era di nuovo intento a dare una scorsa ai
documenti di Bruno Messina, assorto.
Il tuo turno finisce tra due ore le disse fissando una foto
di Raffaela Arcangelo che trasportava delle borse della spesa
nel suo appartamento di Monti. E stata una giornata movimentata.
Adesso, torna a casa. Domani mattina ti far assegnare
un caso pi adatto a te.
Assegnare?
Hai sentito bene.
Ho capito cosa significava il messaggio sul muro. Ho trovato
quel corpo. Ho rintracciato la donna che l'ha rinvenuto.
Ho...
Hai fatto ci per cui ti pagano la interruppe Falcone.
Adesso lasciaci soli.
...
.
...
Capitolo 17.
...
.
...
Con il respiro incandescente che saliva in brevi ansiti e consapevole
che la loro attenzione si era rivolta altrove non appena
era scesa dal furgone blindato, Rosa Prabakaran era in piedi
tra il veicolo e la vecchia chiesa abbandonata e si chiedeva
quale sarebbe stata la sua prossima mossa. Quei tre la facevano
sentire un'intrusa. Ormai faceva parte dell'arma da abbastanza
tempo per capire che c'era un legame forte e insolito
tra quegli uomini, un legame che gli altri agenti commentavano
con non poco sospetto.
Si rese conto all'improvviso di essere gelosa.
Il medico legale si trovava all'esterno, in piedi accanto al
nastro giallo e con lo sguardo fisso sul debole sole invernale,
una sagoma grossa e affabile i cui occhi luminosi e intelligenti
non sembravano stare mai fermi. Si avvicin con passo
tranquillo, sorrise e le porse una mano.
Rosa? chiese.
Un altro sguardo indagatore da parte di un membro vicinissimo
alla squadra di Falcone.
Quella che ho sentito era davvero la voce del nostro amato
ispettore che perdeva le staffe? Ne sentivo la mancanza
disse la donna.
 un evento cos frequente?
Una volta, s. Era da un po' che non assistevo a una scena
simile. Ti sembrer strano, ma  piuttosto incoraggiante sentirlo
di nuovo sgridare qualcuno. Significa che c' la possibilit
di rivedere il vecchio Leo. Fece una pausa. L'anno scorso
ci manc poco che morisse. Ricordatelo.
Lo so. Tuttavia, questo non gli d il diritto di essere cos
maleducato.
Teresa Lupo si accigli.
Conosco Leo da parecchio tempo. ... fissato. Non si tratta
di nulla di personale.
Per lo sembrava.
Purtroppo  una sua abitudine. Lo fa sempre. Mmm,
sorrise maliziosamente per caso te lo sei meritato?
Rosa Prabakaran non rispose.
Ah.
Teresa Lupo guard il furgone blu e le tre teste visibili attraverso
la portiera ancora aperta.
Avere ragione  un'altra delle caratteristiche fastidiose di
Leo. Ti conviene rassegnarti. Potresti imparare molto da lui.
Inoltre, ci sono in giro parecchi individui mediocri che ti sgrideranno a loro volta.  meglio subire quel trattamento da
parte di uno che pu insegnarti qualcosa. Proprio tu, tra tutti,
dovresti tenerlo a mente. Circolano ancora delle... idee antiquate
in certi ambienti della polizia.
Avevano gi affrontato una volta la questione del colore
della sua pelle, risolvendola alcuni mesi prima nel piccolo bar
dietro la questura, dopo che Teresa l'aveva presa in disparte e
le aveva dato dei suggerimenti su come tenere a bada Gianni
Peroni. Non ci era voluto molto. A Rosa Prabakaran non era
mai parso che la faccenda della sua pelle costituisse un problema
per la gente con cui lavorava. Roma era una citt multiculturale
e multicolore. Non c'era niente di nuovo. Era pi
probabile che si sentisse a disagio a causa del suo sesso.
Non sbaglier pi disse Rosa con fervore.
Certo che ti capiter. Lo facciamo tutti.
Il medico legale stava pensando. Sembrava il tipo che non
smetteva mai di farlo.
Ripetimi cosa faceva in realt quest'uomo che stiamo
cercando.
Era un docente universitario. Un archeologo.
Il volto pallido e flaccido di Teresa Lupo si contorse in una
smorfia insoddisfatta. Sotto certi aspetti, pens Rosa, era
piuttosto simile a Peroni.
Questo parecchi anni fa.
Sospir. Un'altra persona insoddisfatta.
Parecchi anni fa, okay?
No, cosa faceva Giorgio Bramante? insistette Teresa. In
prigione. Dopo essere uscito di prigione. Quando non faceva
il docente universitario. Dimenticati del modo in cui preferisci
pensare a lui. Come un brav'uomo del ceto medio che
ha preso una cattiva strada. Dimmi ci che sai di lui dopo la
scomparsa del figlio.
In prigione, lavorava per il mattatoio. Quando usc, continu
a fare lo stesso lavoro. In una bottega del Testaccio che
aveva il macello da qualche altra parte. Una macelleria di
carne equina, ci crede?
Il medico legale ci pens su e poi le rivolse di nuovo un
sorriso ampio, fiducioso e felice.
Non lo trovi strano? Un uomo intelligente avrebbe potuto
sicuramente trovare un lavoro migliore.
Ne ho parlato con Falcone. Ma lui aveva altre cose in mente.
Aveva sperato che l'immagine che aveva visto nella cripta
scomparisse. La presenza di quella ficcanaso di medico legale,
che capiva molto pi di quanto intendesse ammettere,
lo rendeva impossibile. Con il ricordo, giunse la domanda
inevitabile.
Che tipo di pistola fa una cosa simile? chiese. Ho gi visto
foto di ferite. Ma nessuna...
L'immagine di quell'uomo era rimasta impressa nella sua
mente, uno spettacolo spaventoso illuminato dalla torcia accecante
in dotazione alla polizia. E anche l'odore non l'aveva
ancora abbandonata. Il fetore di carne e il tanfo ferroso di
sangue.
Cos'hai visto?
Sa cos'ho visto!
Certo che no. Dimmelo.  importante.
Voleva andare a casa. La sua vera casa, non il piccolo appartamento
disadorno che aveva insistito ad affittare per principio.
Voleva parlare con suo padre, sedersi con lui per pranzare
in silenzio, guardare la televisione, sfogliare i suoi vecchi
libri di diritto e chiedersi perch non avesse seguito il suo consiglio mirando a un lavoro comodo e ben pagato in cui avrebbe
condannato i criminali invece di optare per un lavoro difficile
e poco remunerativo in cui doveva cercare di tenerli
lontani dal resto della societ.
Ho visto un uomo nudo, adagiato sul pavimento in un
modo per nulla casuale, come un cadavere per una specie di
rituale. Si trovava in una cripta piena di scheletri. Vecchi e
tutti disposti in fila. Era l'unico. Tutto solo. Davanti.
Bene. E...?
Qualcosa... una doppietta, non so, aveva prodotto un foro
nel suo torace. Ho visto... Scosse il capo. Qual  il punto?
Il punto  che dovresti essere un agente di polizia disse
Teresa Lupo severamente. O guardi o non guardi. Ma non
puoi guardare a met.
Rosa sent la collera montare di nuovo, e arrivare sul punto
di esplodere.
Ho guardato.
No.  stato ucciso in quella stanza?
Non lo so... No. Non ricordo di aver visto molto sangue.
Pensavo ce ne fosse parecchio, quando si spara a qualcuno.
Ce n' parecchio quando si spara a qualcuno, perlomeno
con un'arma che possa produrre una ferita cos grande. Ma
non gli hanno sparato.
L'ho visto!
Hai visto una ferita sul suo petto. Quindi sei saltata alle
conclusioni. Non essere troppo dura con te stessa. La maggior
parte delle persone avrebbe fatto la stessa cosa. Ma, se vuoi lavorare
con Leo Falcone, devi uscire dalla maggior parte delle
persone. Inclusa me.
Ho visto... Cerc di pensare di nuovo, per quanto fosse
doloroso. Il torace dell'uomo era messo malissimo, in condizioni
peggiori di qualsiasi cosa avesse mai visto nelle foto di
incidenti automobilistici o di omicidi.
Teresa Lupo stava aspettando.
Alla fine, Rosa disse: Ho visto delle ossa. Non ossa rotte.
Parte della gabbia toracica. Non era danneggiata. Assomigliava
a quella di tutti gli altri scheletri che si trovano l dentro.
Solo che era bianca. Molto bianca.
Il medico legale annu.
Bene. La prossima volta preferirei non dovertelo strappare
di bocca. Dunque, lascia che ti dica una cosa che ho visto
quando l'ho guardato pi da vicino. Sulla schiena, sotto la scapola
e la spalla, c'era un'altra ferita. Prodotta da un oggetto
metallico appuntito e tagliente che gli  penetrato nella carne e
sotto l'osso, causando un ematoma molto esteso. Come se
qualsiasi cosa avesse provocato la ferita avesse anche trasportato
l'uomo a peso morto, almeno per un po'.
Rosa si sforz di rifletterci sopra.
Allora l'hanno pugnalato alla schiena? Con un oggetto
appuntito?
Teresa Lupo storse il naso, delusa.
Mi hai presa di nuovo alla lettera. E se l'oggetto appuntito
fosse stato fisso e lui vi fosse stato piazzato sopra?
Rosa avrebbe voluto gridare. Non era affatto cos che le avevano
detto di lavorare alla scuola di addestramento. Quella
era pura fantasia, non la tecnica lenta e metodica che aveva ritenuto
il modo giusto di procedere nella maggior parte delle indagini.
 ridicolo disse infine. Non ha senso.
L'espressione di esasperazione divertita sul viso di Teresa
Lupo la preoccup. Rosa Prabakaran sentiva che le stava venendo
un mal di testa tremendo.
Oh, mio dio sbott, disorientata all'idea di non sapere
che processo mentale avesse collegato le due cose. Lavorava in un macello.
Se ci pensi,  un ottimo posto in cui uccidere la gente disse
Teresa sorridendo. Pieno di ganci. Adesso, a mo' di ringraziamento,
vuoi che ti convinca a occuparti di nuovo del caso o no?
...
.
...
Capitolo 18.
...
.
...
Venti minuti dopo, una berlina blu della Fiat priva di contrassegni
stava sfrecciando davanti alla vecchia facciata di cemento
degli studi cinematografici di Cinecitt, verso l'anonima
periferia dell' Anagnina. Stava guidando Peroni. Teresa e il suo
braccio destro, Silvio Di Capua, erano seduti sui sedili posteriori
e sembravano bambini di cinque anni diretti a una festa, sebbene,
per il momento, non fossero stati invitati. Non avevano
nessun mandato per entrare nel macello dove lavorava Giorgio
Bramante. I documenti richiedevano tempo e burocrazia.
Entrambi speravano di poterlo evitare. In qualche modo...
Costa guard fuori dal finestrino a destra. A poco pi di un
chilometro di distanza c'era casa sua. Quella mattina, quando
lui ed Emily erano usciti dal casale, pensavano di trascorrere
una piacevole giornata di relax in citt con gli amici. All'improvviso,
si era intromesso il vecchio lavoro. Non aveva idea
di quando sarebbe tornato o l'avrebbe vista di nuovo. Aveva
avuto il tempo di farle una breve telefonata prima che se ne
andassero. Emily si trovava in automobile diretta a Orvieto,
come aveva promesso Messina, a pochi minuti dalla villa di
propriet di suo padre. Era confusa, rassegnata a restare per
un po' fuori citt, e accettava il fatto che non ci fossero molte alternative.
Raffaela Arcangelo si sentiva nello stesso modo,
aveva detto. Costa si chiese se Falcone avesse gi trovato il
tempo di parlare con lei.
Guard le distese monotone e desolate della periferia scorrere
velocemente fuori dal finestrino. Non aveva sollevato la
questione della sua salute. Non sapeva come fare. Non durante
una telefonata da un furgone della polizia, fuori da una
chiesa sconsacrata invasa da agenti della scientifica che cercavano
di mettere insieme i dettagli di un omicidio. Quella faccenda
avrebbe dovuto aspettare.
Una mano apparve dal sedile posteriore e gli picchiett la
spalla.
Uccidono i cavalli sulla porta di casa tua esclam Di Capua
con il suo consueto tatto. Scommetto che non lo sapevi.
Sono vegetariano, osserv Costa non credo che la cosa
mi riguardi. Cosa ne pensate voi carnivori?
Del mangiare carne di cavallo? chiese Peroni, agitando
una manona pallida verso il finestrino. E una barbarie. Le
mucche, i maiali e gli agnelli vengono allevati per quello. Ma
i cavalli... Non mi sembra giusto.
Sono d'accordo convenne Teresa.
Silvio Di Capua non disse nulla, finch quello che Costa
interpret come una gomitata nelle costole da parte della sua
compagna di viaggio non lo indusse a parlare.
Non mangio carne di cavallo da anni protest. Al giorno
d'oggi, non la si trova quasi da nessuna parte. Inoltre, ormai
sono morti, no?
La mano di Teresa lo colpi con forza sulla spalla.
Se non la comprassi, non ucciderebbero i cavalli per farteli
mangiare, idiota.
In questo caso, non alleverebbero quegli animali, no?
Tranne i pony per i bambini ricchi, e indic il complesso residenziale
che scorreva all'esterno non vedo un gran mercato
per loro da queste parti. Quindi, invece di essere morti, sarebbero
solo non vivi. Pensi sia meglio?
Dopodich nessuno disse nulla per un po', finch Peroni
non si limit a mormorare di nuovo: Una barbarie. Poi immise
l'automobile in una piccola area industriale, procedette
lentamente finch non trov il numero giusto e accost davanti
a un grosso cancello di sicurezza di ferro dietro il quale
incombeva un basso edificio anonimo, molto simile a una fabbrica.
Un cartello sul cancello diceva semplicemente: CALVI.
Solo il nome del proprietario. Nemmeno un accenno a quanto
avveniva all'interno. I macelli equini non segnalavano la loro
presenza in modo troppo evidente.
Scesero, Peroni suon il campanello e attesero.
Che orari di lavoro credete osservi un macello? chiese
Teresa. Intendo dire... non ne ho idea. Non ho mai conosciuto
nessuno che ci lavorasse. Non ci ho mai pensato...
Tacque. Un uomo basso, anziano, dall'andatura sofferente
che lasciava intendere problemi all'anca, era uscito da una
porta laterale e adesso stava zoppicando verso di loro.
Quando li raggiunse e guard con sospetto attraverso le
sbarre di ferro del cancello, Costa gli mostr il distintivo e
chiese: Lei  il signor Calvi?
Aveva dei grossi baffi spioventi e indossava una pesante
camicia da boscaiolo. Macchiata.
L'unico. Immagino che riguardi Giorgio.
Cosa la induce a pensarlo?
Sospir e apr il cancello. Era pesante. Non sarebbe stato
facile entrarci senza una chiave. Sicuramente non se si era
con qualcuno che non voleva sforzarsi pi di tanto.
Gli ufficiali giudiziari della libert condizionale hanno
telefonato stamattina. Hanno detto che non si era presentato
o qualcosa di simile. Non ho capito. O  libero o non lo . Ditemelo
voi. Quale delle due?
Non ha saputo? chiese Costa.
Le circostanze spaventose della morte di Toni LaMarca
avevano gi raggiunto i telegiornali che davano l'aggiornamento
ora per ora. Costa non voleva pensare quale spazzatura
delirante avrebbe riempito i giornali del giorno dopo. Ma
la questura aveva agito tempestivamente. In qualche modo, il
nome di Giorgio Bramante era stato menzionato in qualit di
indiziato principale. Il caso della scomparsa del piccolo Alessio
era ancora vivo nella memoria, per cui i mezzi di informazione
avrebbero adorato questa vicenda. Non pot fare a meno
di chiedersi se Bruno Messina se ne fosse reso conto e
avesse chiamato direttamente qualche amico della televisione
e dei giornali solo per agitare le acque. Quattordici anni
prima, tutta la solidariet era andata in un'unica direzione. A
Bramante e, implicitamente, al padre di Messina, che era stato
licenziato. Se la storia avesse acquistato rilievo - e sembrava
inevitabile - Messina era un animale politico abbastanza
accorto da accertarsi che avesse il taglio che voleva lui.
 successo qualcosa a Giorgio? chiese Calvi, improvvisamente
preoccupato. Non ditemelo. Quel pover'uomo ne
ha gi passate a sufficienza. Finire in prigione per quello che
ha fatto... Incredibile.
Dobbiamo sapere dove si trova ribatt Costa con prudenza.
Ha qualche idea? Quando l'ha visto l'ultima volta?
Ieri ha fatto il turno di mattina. Fino alle tre del pomeriggio.
Poi  andato a casa. Non  pi tornato. Non so in quali altri
posti passasse il suo tempo. Dovreste chiederlo a Enzo
Uccello. Sono stati in prigione insieme. Sono stati rilasciati
pi o meno nello stesso periodo. No, Enzo un paio di mesi
prima di Giorgio. Sono delle brave persone. Grandi lavoratori.
Non mi dispiace concedergli una possibilit.
Teresa attir l'attenzione di Costa. Si apriva uno spiraglio.
Dove possiamo trovare Enzo? chiese con noncuranza.
Calvi indic l'edificio.
Al lavoro.
Le dispiace se entriamo?
E un macello ricord loro Calvi. Giusto perch lo sappiate.
 pulito, a norma come le persone di citt dicono debba
essere. Non infrangiamo la legge. Facciamo un buon lavoro,
nel modo pi rispettoso possibile. Ma vi avverto...
Grazie disse Teresa sorridendo. Dopo di lei.
Calvi fece strada mentre gli altri lo seguivano a breve distanza.
In automobile, Teresa aveva esposto loro il problema. A un
primo esame - e le sue opinioni iniziali raramente erano sbagliate
- Toni LaMarca aveva subito due ferite significative.
Quella provocata da un oggetto appuntito alla schiena, sotto
la scapola, doveva essere stata terribilmente dolorosa, ma non
letale. Aveva gi un'idea in proposito. Poi - e questo doveva
essere accaduto in seguito - gli era stato inferto un trauma gravissimo,
finora inspiegabile, al petto, proprio sopra il cuore.
Un trauma che aveva staccato una quantit considerevole di
tessuto, con una forma circolare larga circa quaranta centimetri,
penetrando fino alle costole e ancora pi in basso, fino al
cuore. Rosa Prabakaran poteva essere perdonata per aver
pensato che fosse dovuto a uno sparo ravvicinato. Se non fosse
stato per la mancanza di polvere da sparo e di un proiettile
- e per quelle costole bianche e luminose che le erano saltate
agli occhi nella cripta - Teresa disse che di primo acchito
avrebbe pensato pi o meno la stessa cosa. Ma ci che aveva
ucciso LaMarca non era un'arma normale. In qualche modo,
disse loro, aveva a che fare con il lavoro che Bramante aveva
svolto al macello. Un coltello. Un utensile. Qualcosa che si trovava
nell'arena insanguinata dietro quelle porte chiuse, e non
si vedeva molto fuori di l.
Quando il proprietario apr la porta, vennero colpiti subito
dall'odore e dalla luce. Quel posto puzzava di carne, sangue
e del soverchiante tanfo di urina. File e file di fari accecanti, come
soli in miniatura, attraversavano il soffitto. Una volta che
i suoi occhi si furono abituati, Costa scopr che il macello era
vuoto, fatta eccezione per un solo individuo all'estremit opposta,
intento a indirizzare quello che sembrava un fiume di
sudicia acqua marrone in un canale di scolo centrale che si
trovava pi in basso.
Siete fortunati, disse Calvi ci troviamo tra una consegna
e l'altra. Poi guard intenzionalmente l'orologio. Ma c' un carico fuori che deve entrare tra trenta minuti. Vi avviso. Adesso devo occuparmi dei documenti. Parlate solo con Enzo. Questi carcerati non gradiscono che gli stiamo intorno quando si ricordano loro certe cose.
Si ferm. Tacquero tutti. Da qualche parte all'esterno si ud il nitrito di un cavallo. Era un verso spaventato, acuto e forte, il grido di una creatura che implorava piet. Poi uno scalpiccio di zoccoli infuriati sul legno.
Dopo un po' ci si abitua soggiunse Calvi, quindi si allontan zoppicando, lasciandoli soli.
...
.
...
Capitolo 19.
...
.
...
La luce era cos accecante da far male. Alessio Bramante
guard gli interruttori sulla parete e cap di dover fare qualcosa,
di non poter restare seduto ancora per molto da solo sotto
quel mare giallo incandescente. Era come restare sotto lo
sguardo di un arcigno drago elettrico. Era felice al buio. Non
l'oscurit totale in cui era solito immergersi quasi sempre suo
padre quando lavorava. Solo la penombra tranquilla del crepuscolo
o del primo mattino, un'ora in cui nel mondo c'era
spazio per l'immaginazione. Un momento in cui poteva pensare
alla giornata che lo attendeva e alla passeggiata fino alla
piazza di Piranesi, quando avrebbe sbirciato nel buco della
serratura, individuato la lucente cupola lontana e detto al padre,
per entrambi: "La vedo. Il mondo  ancora con noi. La vita
pu continuare."
Adesso non riusciva a pensare razionalmente. E per quanto
tempo avrebbe dovuto aspettare? Non portava l'orologio
che sua nonna paterna gli aveva regalato il Natale precedente.
Sul quadrante c'era un'immagine di Babbo Natale. Gli
orologi erano oggetti odiosi e invadenti, macchine inutili che
scandivano i minuti della vita delle persone senza piet, senza
sentimenti. Il volto, con il suo cappello rosso e la barba innevata,
gli sorrideva sempre.
Sa quando sei stato buono o cattivo...
Babbo Natale era un'invenzione fiabesca. Un volto su un
quadrante. Una spia sul polso. Ad Alessio non piaceva l'idea
che qualcuno lo fissasse in quel modo. Non era giusto.
Cos come non lo era lasciarlo da solo in quell'accecante
stanza spoglia, nella terra rossa e nella pietra grigia. Quel posto
odorava di umidit e di sfacelo. Non di ci che aveva sperato:
il penetrante aroma di agrumi delle vecchie bucce di
frutta calpestate.
Ci sono aranci solo in superficie, pens. Sotto c' qualcos'altro.
Ossa e morte, tutta la putrefazione dei secoli.
Ramment di aver guardato attraverso quegli stupidi occhiali
quella mattina, chiedendosi chi avesse ragione. Il modo
in cui lui vedeva - o non vedeva - le cose, o il modo in cui
una mosca scorgeva molteplici mondi.
Seduto al tavolo, Alessio disse con una voce calma e impassibile,
pi a s stesso che a qualche ascoltatore: Giorgio.
Poi di nuovo.
Giorgio!
Non aveva mai chiamato il padre per nome in quel modo.
C'era una regola, una legge che impediva ai bambini di pronunciare
ad alta voce il vero nome dei loro genitori. Giorgio -
pensava a lui in quel modo ormai da mesi - gli aveva raccontato
delle storie sui nomi magici. Sul fatto che gli ebrei avevano
una parola per designare Dio che poteva essere pronunciata
solo dal sommo sacerdote in circostanze speciali e nel
profondo dei luoghi pi sacri. E adesso era a conoscenza anche
dei seguaci di Mitra, che celebravano i loro riti segreti in
quel labirinto sotterraneo.
Sette gradi di umanit. Sette prove. Sette sacramenti. Riti
preziosi che non venivano mai condivisi con i profani. Fino al
momento dell'iniziazione, il punto in cui sulla pagina bianca
e vuota del novizio appariva un'unica scritta: la nascita della
conoscenza.
Il principiante diventava Corax.
Dopo... cosa?
Giorgio era scomparso nell'oscurit alcuni minuti prima.
Ad Alessio parve di aver udito dei rumori lontani provenire
dall'estremit di uno dei corridoi neri. Una voce distante. Forse
pi di una. Forse era suo padre che parlava nell'oscurit o
un'eco della sua stessa voce, resa pi profonda e diversa dalle
gallerie che si dipartivano da quelle sette uscite scavate nella
roccia della stanza in cui si trovava adesso, non impaurito,
solo pensieroso mentre cercava di capire cosa fosse.
Giochi.
A volte Giorgio ne faceva. Qualche mese prima, suo padre
l'aveva portato in un dedalo di case riportate alla luce sul Palatino,
e aveva trovato, attraverso un labirinto di antiche stanze
di pietra, la cucina di una donna chiamata Livia, moglie del famoso
imperatore Augusto, dalla reputazione terrificante, crudele
e accentratrice, determinata a fare di tutto per la sua famiglia.
Una specie di Pater, ma con la gonna.
Giorgio era scomparso quando Alessio aveva svoltato un
angolo e si era ritrovato in una buia nicchia rocciosa ricoperta
di alghe verdi e brulicante di insetti, centopiedi e scarafaggi,
piena di muschio peloso che aderiva come pelle viva alle
umide pareti di pietra e ingialliva putrefacendosi.
Non aveva fatto ci che voleva Giorgio. Non era crollato,
non aveva pianto, non aveva frignato, scalciato e gridato,
non aveva battuto le sue nuove scarpe da ginnastica bianche
contro la pietra verde e appiccicosa fino a rovinarle.
Dopo Giorgio aveva comprato un gelato e, per Alessio, un
giocattolo che non voleva. Tutto in cambio della promessa di
non dirlo mai a sua madre, e Alessio accett prontamente,
perch gli uomini avevano bisogno di segreti, di legami, proprio
come quelli di Mitra, sussurrati in quel posto duemila
anni prima. I segreti resero il loro legame pi forte, indussero
Giorgio a raccontargli altre storie, a volte intrepide, a volte
spaventose. Sull'oscurit e sulle cose antiche che si annidavano l.
Guard le sette porte. Non aveva badato a quale avesse
imboccato Giorgio quando se n'era andato. Era infuriato con
lui. Giorgio non aveva nemmeno voluto che guardasse, e lui
lo sapeva senza bisogno di sentirselo dire. Ma adesso... Per
un attimo si pent di essersi tolto quell'orologio. Gli avrebbe
fornito un metro per quello che succedeva.
Dal corridoio provenne un altro suono e stavolta non ebbe
dubbi. Era una voce maschile bassa e lontana. Sicuramente
Giorgio era l ad aspettarlo, e si chiedeva cos'avrebbe fatto.
Era di nuovo come sul Palatino, solo che si trattava di una
prova pi difficile e pi importante. Alessio abbass lo sguardo
sulla sua divisa scolastica pulita e si chiese cos'avrebbe
detto sua madre se fosse tornato a casa con i vestiti sporchi.
Giochi.
Se ci pensava bene ne facevano tantissimi. Il loro rapporto
era completamente basato sul gioco perch, quando Giorgio
non era impegnato in qualche oscuro diversivo, si trovava altrove,
immerso in un libro, con il capo chino su un computer
nel tentativo di evitare quello che sua madre definiva "il
mondo reale". I giochi li univano. Nascondino. Mostra e racconta.
Giochi che a volte si scontravano con il passato e anche
con le storie che gli raccontava.
Teseo e il Minotauro.
Era uno dei suoi preferiti. Un coraggioso guerriero smarrito,
uno straniero in un paese sconosciuto, incontra una bellissima
principessa e, per conquistarla, deve accettare una sfida.
Un mostro si annida in una tana, un labirinto costituito da
corridoi sotterranei. Un essere spaventoso e innaturale, met
uomo e met toro, che divora giovani uomini e donne - sette
e sette, e questo era il motivo per cui se lo ricordava cos bene
- come tributo.
Teseo si offre in sacrificio, entra nel labirinto, trova il mostro
e - si ricordava benissimo anche quello - si batte con la
creatura uccidendola. Non con un colpo netto, tagliandola in
due con una spada, ma con un grezzo bastone sanguinario,
perch si trattava di una bestia, non di un uomo, e non si meritava
di meglio.
O di una bestia solo per met e per l'altra met di un uomo.
Per Teseo non faceva molta differenza.
La principessa Arianna lo aiuta con un dono: un gomitolo
di spago che srotola una volta entrato nel labirinto e usa per
ritrovare la via d'uscita verso la salvezza, insieme agli altri
che libera.
Alessio era seduto tranquillo al tavolo nella grotta a ricordare
tutto questo, cercando di chiedersi cosa significasse.
Giorgio gli aveva raccontato di nuovo quella storia solo pochi
giorni prima. Alessio apprezzava il fatto che suo padre fosse
un tipo che non lasciava mai nulla al caso, un respiro, una frase,
il pi semplice dei gesti. Allora quella conversazione aveva
un senso?
Anche Mitra, il dio che suo padre conosceva bene, aveva
ucciso un mostro, un animale. Una volta aveva frugato nella
scrivania di Giorgio e aveva trovato una foto, celata come un
segreto che aspettasse di essere scoperto. Ritraeva il dio audace
e forte a cavalcioni del toro terrorizzato, intento a tenergli
la testa e ad affondargli una spada nel collo. Non aveva
usato un bastone. Ma si trattava di un essere completamente
bestiale, quindi, forse, era diverso.
Un altro ricordo. Sotto l'animale c'erano altre creature, strane
e familiari, impegnate a fare cose che non capiva del tutto.
Un gioco disse sommessamente tra s. Alla fine, tutto si
riduceva a quello, si trattasse di scovare un mostro in una grotta
per dimostrarsi degni di rispetto o di sbirciare attraverso il
buco della serratura di un ordine di antichi cavalieri in cerca di
una nota sagoma al di l del fiume, la cui presenza avrebbe
mantenuto in equilibrio le miriadi di mondi che vedeva attraverso
quegli stupidi occhiali.
Un gioco era ci che desiderava Giorgio. Era per questo
che erano andati prima l. Era una sfida. Forse la sfida, cos
grande, cos scoraggiante, cos difficile come quella lanciata a
Teseo dal Minotauro, da diventare la chiave del suo successo.
Giorgio Bramante si aspettava che suo figlio capisse, si alzasse,
accettasse il suo destino e trovasse il coraggio di addentrarsi
nell'oscurit per capire dove lui era nascosto. E poi...?
Gli venne subito in mente. Era il primo sacramento, la scintilla
della paura che si accendeva nel principiante. In seguito,
sarebbe diventato Corax, parte del segreto pi grande, mentre
Giorgio sarebbe stato il Pater. Il vago rapporto familiare, l'eterna
trinit, padre, madre e figlio, sarebbe stato rafforzato e un
giorno reso perfetto da questi cambiamenti, mantenuto per
sempre, mai messo in dubbio, nemmeno in quei momenti bui
in cui sentiva loro due, lei e Giorgio, inveire l'una contro l'altro,
ubriachi e infuriati, urlando parole che non capiva del tutto.
Alessio Bramante si guard intorno nella stanza e rise. Le
porte buie non lo spaventavano e nemmeno i suoni che gli
sembrava di continuare a sentir riecheggiare da un luogo
lontano e nascosto.
Si alz e pass davanti a tutte le sette uscite, pensando, guardando
e ascoltando. Immagin di poter distinguere la voce del
padre che lo canzonava al buio.
I giochi richiedevano la presenza di due persone. Dovevano
giocare entrambe.
Torn al tavolo e prese la grossa torcia che Giorgio aveva lasciato
l di proposito, adesso lo sapeva. Era grande quasi la
met del braccio di Alessio, ricoperta di gomma dura, ed emise
un lungo raggio giallo quando la accese.
La luce proiett la sagoma di una luna piena sulla parete
pi vicina all'ingresso, che adesso era quasi completamente
buio, a malapena illuminato dall'unica lampadina che aveva
lasciato accesa. Alessio mise due dita davanti alla lente per
creare la sagoma di un animale. Una bestia con le corna. Il Minotauro
di Teseo. Il toro ucciso da Mitra.
Accanto all'uscita che aveva scelto c'era una montagna di
attrezzi. Picconi e badili, punte acuminate per contrassegnare
gli oggetti, livelle. E un grosso gomitolo di spago, tenuto fermo
a un capo da quello che sembrava un lungo ferro da calza.
Alessio pos la torcia e prese il gomitolo, togliendo l'arnese
dall'estremit. Si leg il capo libero dello spago alla cintura e
diede uno strattone. Si stacc facilmente e lasci penzolare
nella sua mano un'estremit appena recisa di filo. Alessio
guard di nuovo. Qualcuno aveva gi cercato di tagliare lo
spago, indebolendolo appena prima del punto da assicurare.
Si affrett a fare un secondo nodo intorno alla cintura, gli diede
uno strattone, si accert che fosse saldo e poi lasci cadere
il gomitolo a terra.
Quindi riprese la torcia e si volt verso il lungo corridoio,
chiedendosi cosa - ammesso che ci fosse qualcosa da dire -
lui o il padre avrebbero osato riferire alla madre quando fossero
finalmente tornati a casa.
Nulla, pens. Erano segreti impronunciabili. Facevano
parte della grande avventura, del viaggio dalla fanciullezza
alla maturit, dall'ignoranza alla conoscenza. Avanz avvertendo
il solletico dello spago che gli si srotolava attorno alle
gambe come le ali essiccate di un insetto morente che precipitava
sull'antica polvere ai suoi piedi.
...
.
...
Capitolo 20.
...
.
...
Tutti e quattro osservarono Calvi entrare in un piccolo ufficio
vicino alla porta. C'era una finestra che dava direttamente
su quella che Costa riteneva essere la linea di produzione
del mattatoio: gli animali vivi entravano dall'estremit opposta,
dove Uccello stava spazzando, venivano storditi, uccisi,
poi appesi a una catena mobile e progressivamente macellati
mentre le carcasse si spostavano lungo il capannone.
Teresa si ripar gli occhi dalle lampade incandescenti appese
al soffitto, sollev lo sguardo verso il meccanismo che
trasportava gli animali morti, afferr uno dei grossi ganci e
disse: Reperto numero uno, signori.  stato uno di questi affari
a produrre il foro nella schiena di Toni LaMarca.
Peroni guard sorpreso il lungo corridoio.
Devono essercene almeno un centinaio. E...
Una serie di stanzette vicine, con lo stesso aspetto bianco
asettico e le luci accecanti, si aprivano sulla parete opposta.
L erano appese mezzene piuttosto grandi di carne marezzata,
rossa e grassa.
Questo  il resto.  cos luminoso qui dentro.
Quando ci si occupa di morti bisogna vedere quel che si
fa mormor Di Capua. Vado a dare un'occhiata soggiunse,
e attravers la stanza infilandosi di nascosto un paio di
guanti bianchi di lattice.
La sagoma sotto l'ultima serie di luci smise di muovere la
grossa scopa e si volt a guardarli, non sapendo bene cosa fare.
Il fiume di acqua sudicia ai suoi piedi si gonfi intorno ai
suoi stivali, poi prosegu fino al canale al centro della stanza.
Enzo? grid Peroni. L'uomo annu. Si avvicinarono. Costa
mostr di nuovo il distintivo.
Se mi chiamate per nome, mormor l'uomo deve trattarsi
di una faccenda seria.
Enzo Uccello era un uomo basso e scheletrico dal viso lungo
e non del tutto sgradevole, i denti sporgenti e gli occhi pensosi.
Poteva avere trentacinque anni e sembrava sfiancato dalla vita.
Abbiamo bisogno di aiuto disse Costa. Quando ha visto
Bramante l'ultima volta? E dove si trovava la scorsa notte?
L'uomo mormor qualcosa. Poi...
Ieri Giorgio ha finito il turno alle tre. Da allora non l'ho pi
visto. Stanotte sono rimasto a casa, ho bevuto la birra consentita
dal regolamento - il massimo che posso permettermi - e ho
guardato la televisione. Da solo, prima che me lo chiediate.
Uccello aveva quel modo loquace e disinvolto di rispondere
alle domande che qualsiasi poliziotto avrebbe riconosciuto.
Si era gi trovato in circostanze simili.
Costa era sempre pi interessato.
Dove abita, Enzo?
A Testaccio. Nello stesso palazzo di Giorgio. Quelli della
prigione hanno una specie di accordo.
Teresa lo fiss.
E non l'ha visto?
Signora, sospir Uccello io e Giorgio abbiamo condiviso
una cella grossa come la cuccia di un cane per quasi otto
anni. Rispetto quell'uomo. Non sarebbe mai dovuto finire in
prigione. Non ci sarebbe mai andato se voi aveste saputo cosa
stavate facendo. Ma, dopo tutto questo tempo trascorso insieme,
 bello stare un po' da soli. Si fidi di me.
Capisco convenne Peroni. Le ha detto che era ancora
arrabbiato? Stava cercando una specie di vendetta?
Cosa?
Costa ipotizz che Uccello avesse lavorato tutta la giornata.
Non sapeva niente.
Stanotte ha ucciso una persona. Uno degli studenti sospettati
della scomparsa di suo figlio.
Oh no... mormor Uccello.
E non era nemmeno il primo prosegu Peroni.  sicuro
che non le abbia detto nulla?
L'ex carcerato lasci cadere la scopa. L'acqua sudicia li
schizz tutti.
No! Sentite, sono in libert condizionata. Se solo scoreggio
nel momento sbagliato mi rimettono in quel posto schifoso.
Non so nulla di Giorgio. Sono affari suoi. E vostri, se lo dite
voi. Non hanno nulla a che fare con me. Nulla.
Non insistettero. Uccello stava sudando. Peroni aveva sul
viso quell'espressione che Costa conosceva bene: non gli piaceva
incalzare le persone, non senza una buona ragione. Se
stava recitando, lo faceva molto bene. Uccello sembrava seriamente
intenzionato a evitare di tornare in galera.
Lei che reato ha commesso? chiese Peroni. Possiamo
scoprirlo abbastanza facilmente. Vorrei sentirglielo dire.
Uccello sput sul pavimento, poi raccolse la scopa e l'agit
inutilmente, senza guardarli in faccia.
Una volta sono tornato a casa e ho trovato lo strozzino del
quartiere che si scopava mia moglie. Gli ho sparato.
Peroni fece una smorfia.
Male...
Gi. Le cose si misero ancora peggio quando arrivaste
voi e scopriste che ero anche lo spacciatore del quartiere.
Quindi non dispiacetevi troppo per me. Giorgio...  diverso.
Lui non  mai appartenuto a quell'ambiente. Io sapevo che
prima o poi ci sarei finito. Adesso che ne sono fuori ho intenzione
di restarci. Anche se significa spazzare sangue e merda
qui dentro per il resto della vita. Altre domande? Tra poco
dovremo occuparci di un altro carico di animali.
Ci siete solo voi due qui? E Calvi?
Di questi tempi si fanno pochi affari. Ci sono altri due uomini
di turno quando si tratta di macellare. Ma prima...
Non ebbe bisogno di dirlo. Teresa si guard attorno a lungo
con aria interrogativa.
Come li uccidete?
Come si uccidono quasi tutti gli animali grossi.
Si pos un dito sulla fronte.
Gli si piazza la pistola a proiettile captivo sulla fronte.
Bang...
Teresa parve perplessa per la sua risposta.
E questo cosa provoca?
Produce un foro nel cervello attraverso il cranio.
E l'animale muore?
No. Perde coscienza. Devo infilzarlo. Aprirgli una vena
nel collo. Dopo circa cinque minuti, muore.
La cartuccia passa attraverso il cranio? chiese Teresa.
Esatto.
Teresa guard di nuovo la stanza, tristemente.
E portate a termine l'opera solo con i coltelli? prosegu.
E le seghe. E un processo lungo. La maggior parte della
gente preferisce non conoscerlo. Sta cercando qualcosa?
Teresa Lupo scosse il capo.
Soltanto il modo di produrre un foro nel cuore di un uomo
senza causare il minimo danno alla gabbia toracica. Dev'esserci
qualcos'altro.
Costa aveva osservato Silvio Di Capua farsi strada nelle
tre stanzette attigue con un'aria sempre pi abbattuta man
mano che le attraversava.
Cosa succede l dentro, Enzo?
Si parte da un cavallo vivo spieg Uccello con finta pazienza.
Poi ci si ritrova con uno morto. Una volta che resta appeso
per un po', si sposta lungo la linea di produzione e, pi
va avanti, pi diventa piccolo. Laggi iniziamo a impacchettarlo.
Gli diamo il tipo di forma con cui la gente pu comprarlo senza pensare a cos'era prima. Lo trova utile?
Costa cerc di concentrarsi su qualcosa che aleggiava ai
margini della sua memoria.
E le ossa? Cosa fate con le ossa?
Uccello si strinse nelle spalle.
Non ce ne occupiamo noi. Le scartiamo e basta. Qualcuno
le porta via. Dopo...
Gli venne in mente una cosa.
Dopo...? lo incalz Costa.
Uccello entr nella terza stanza, quella da cui era appena
uscito Di Capua. Lo seguirono. Sembrava pi pulita delle altre,
lavata di recente. C'era una piccola fila di ganci appesa al
soffitto, stavolta erano fissi.
Avete mai sentito parlare di "carne recuperata meccanicamente"?
chiese Uccello.
Sa, borbott Peroni se sento ancora qualcosa, divento
vegetariano anch'io.
Uccello per poco non si mise a ridere.
Non si preoccupi. Non  destinata alle persone. Non pi.
Finisce nel cibo per cani e gatti. Per animali. Questo genere di
cose.
"Carne recuperata meccanicamente"? chiese Teresa.
Li macelliamo il pi possibile a mano. Quando abbiamo
finito, sembra che sulla carcassa non resti un granch. Ma invece
s. Muscoli. Cartilagine. Perfino un po' di carne. Non si
riesce a toglierla con il coltello. C' bisogno di qualcosa di pi
potente.
Silvio Di Capua si trovava un passo davanti a lui. Si era avvicinato
alla parete. L c'erano tre lunghi arpioni, ciascuno
con accanto un paio di guanti macchiati, una mascherina e un
paio di occhiali. Abbass quello pi vicino e armeggi con la
leva.
Non tocchi quell'affare... stava dicendo Uccello.
Una specie di congegno si mise in moto dall'esterno, producendo
un forte ronzio meccanico. L'arpione balz violentemente
verso l'alto nelle mani di Di Capua. Un sottile e impetuoso
getto d'acqua sgorg dall'estremit del congegno e
schizz dritto contro la parete opposta, a pi di otto metri di
distanza, con un impeto sufficiente a coprirli tutti di spruzzi
gelidi e taglienti.
L'acqua esclam Teresa ridendo. L'acqua!
Gi convenne Uccello. L'acqua. Per qualche motivo,
stamattina non si poteva usare questa stanza. Lo scarico era
ostruito. L'acqua non scorreva correttamente.
Teresa ridacchi di nuovo. Poi, prima che Costa potesse dire
qualcosa, si avvi lungo il canale, trov il pozzo di drenaggio
nel quale terminava e si inginocchi con la manica destra
arrotolata, infilando la mano nel profondo canale di scolo.
Dal momento che dormiamo insieme, preferirei davvero
che ti infilassi i guanti prima di farlo disse Peroni sommessamente.
Era pallido come un lenzuolo.
Come anche Uccello quando il suo capo si precipit all'interno
della stanza. Calvi era furibondo.
Cosa diavolo  successo? grid. Vi ho permesso di entrare
per parlare con uno dei miei dipendenti. Di punto in
bianco vi mettete ad armeggiare con le attrezzature. Uscite di
qui! Enzo! Cosa stai facendo, amico?
Ho solo... In quel momento il volto di Uccello venne attraversato
dalla paura. Aveva paura di Calvi. Paura di fare qualcosa
che avrebbe potuto porre fine alla sua precaria libert.
Voglio che ve ne andiate! sbrait Calvi. Non ne avete il
diritto. Fuori di qui. Subito!
Teresa si alz da terra e li raggiunse restando vicino al proprietario
del macello, cos vicino che l'uomo ebbe un sussulto.
Aveva in mano qualcosa. Costa avrebbe preferito non essere
costretto a guardare cos da vicino. Carne grigia. Tessuti bianchi.
Inconfondibili brandelli di pelle scura e umida.
Che tipo di cavalli uccidete qui? chiese Teresa.
Calvi la guard in cagnesco.
Tutti quelli che ci mandano! Tutti quelli che l'indomani
avrete voglia di mangiare.
Per molto tempo nessuno manger nulla che passi di
qui disse Teresa. Questa  la scena di un crimine. Silvio,
chiama la centrale. Sigilla tutto. Non voglio che entrino dei
civili qui finch non avr finito. E nemmeno dei cavalli.
Cosa? grid Calvi. Faccio gi fatica a sbarcare il lunario.
Non potete farlo! Perch?
Teresa estrasse un brandello di tessuto dalla poltiglia che
aveva in mano, un frammento bianco, bianchissimo, pulito
come se fosse stato immerso nell'acqua per ore. Era un pezzo
di pelle, grosso quel tanto che bastava per essere contenuto nel
palmo di una mano. In mezzo c'era l'inconfondibile forma circolare
scura di un capezzolo umano.
Perch, prosegu Teresa con calma a un certo punto, la
scorsa notte, Giorgio Bramante  tornato qui con uomo che
avrebbe preferito trovarsi in qualsiasi altro posto sulla faccia
della terra. L'ha picchiato. L'ha appeso a uno di quei ganci
lass, sollevandolo da terra. E poi, mentre era ancora vivo,
gli ha strappato il cuore con il getto d'acqua.
Calvi era diventato dello stesso colore di Peroni. Entrambi
sembravano sul punto di vomitare.
Ecco perch aggiunse Teresa.
...
.
...
Capitolo 21.
...
.
...
Stava facendo buio quando Falcone fin a Santa Maria dell'Assunta.
Forse era l'et o la convalescenza. Qualsiasi fosse il
motivo, per la prima volta Falcone aveva dovuto compiere uno
sforzo consapevole per annotare su un blocco cosa fare per non
perdere le fila. Ce n'erano parecchie, alcune del presente, altre
del passato. E anche considerazioni pratiche. Falcone aveva
mandato un agente nel suo appartamento a prendere alcuni
effetti personali per il suo soggiorno forzato in questura. Poi
aveva ordinato che una copia dei dossier pi importanti su
Bramante venisse inviata per email alla questura di Orvieto,
con una nota d'accompagnamento che aveva dettato lui stesso,
e mandata ad attendere l'arrivo di Emily Deacon a casa del padre
di Bruno Messina. I casi irrisolti - e molti aspetti di questo
lo erano - richiedevano un occhio esterno. Emily aveva la mente
analitica di un ex agente dell'FBI e nessun legame personale
con quanto era accaduto quasi quindici anni prima.
L'unica persona che non ne sarebbe stata contenta era Nic
Costa. Falcone pens di poterlo sopportare.
Dopo aver impartito questi ordini, aveva girato diverse
volte con attenzione intorno alla cripta, conscio della sua condizione
delicata, pensando a Giorgio Bramante e cercando di
ricordarselo nei dettagli, cercando di capire perch sarebbe
dovuto tornare in quel posto, cos vicino alla casa di famiglia,
per compiere un atto cos barbaro.
Non era facile ricordare. Quanto aveva detto a Messina era
vero. Bramante non aveva fornito loro nulla dopo l'arresto,
nulla tranne un'immediata ammissione di colpa e un paio di
polsi tesi da ammanettare, come se in qualche modo fosse lui
la vittima. Quell'uomo non aveva mai tentato di trovare scuse,
mai cercato scappatoie legali per sottrarsi alle accuse o per farle cadere.
Era come se avesse sempre tenuto la situazione sotto controllo.
Era stato Bramante a chiamare la polizia dallo scavo
sull'Aventino quando era scomparso suo figlio. Aveva accettato
subito quando il padre di Bruno Messina gli aveva concesso
la possibilit di parlare da solo con Lucio Torchia.
Falcone ricordava con estrema chiarezza le conseguenze
di quella decisione: le grida dello studente erano diventate
sempre pi forti e disperate con il passare dei minuti, mentre
Bramante lo prendeva a calci e pugni nella piccola cella provvisoria,
in una zona sotterranea, buia e isolata, della questura,
un luogo dove avrebbe potuto udirlo solo un uomo a cui
avessero detto di sedersi l fuori. Quelle urla non avrebbero
mai abbandonato Leo Falcone, ma quel ricordo non gli forniva
nulla, nessuna intuizione, nessun accenno di cosa passasse
per la mente a Giorgio Bramante o altro.
Quell'uomo era un professore universitario colto e intelligente,
rispettato a livello internazionale, come aveva dimostrato
il sostegno che aveva ottenuto quando era in tribunale.
Apparentemente si era trasformato all'improvviso in un mostro,
pronto a pestare a morte un altro essere umano. Perch?
Perch credeva che Lucio Torchia avesse ucciso suo figlio.
O, pi precisamente, che Torchia sapesse dove si trovava il
piccolo Alessio, forse ancora vivo, e si rifiutasse, nonostante le
botte, di dirlo.
Falcone pens a quanto aveva detto Peroni. Qualsiasi padre
si sarebbe sentito in quel modo.
Falcone aveva sentito quelle grida per quasi un'ora. Se non
fosse intervenuto sarebbero proseguite finch Torchia non
fosse morto in cella. Non era stato un semplice e improvviso
scoppio d'ira. Bramante aveva picchiato metodicamente Torchia
fino a fargli perdere conoscenza, con una precisione intenzionale
e selvaggia che sfidava la comprensione.
Riaffior un ricordo. Dopo che Torchia era stato dichiarato
morto, quando la questura era in preda al panico e si chiedeva
come uscirne pulita, Falcone aveva avuto la lucidit di pensare
alle condizioni di Giorgio Bramante e gli aveva chiesto di
mostrargli le mani. Gli sanguinavano le nocche, lacerate dalla
forza dei colpi sferrati contro Torchia. Su un paio di dita erano
visibili le ossa. Aveva avuto bisogno di punti, di cure serie e
immediate. Dopo alcune settimane, i suoi avvocati gli avevano
tolto del tutto intenzionalmente le bende dalle mani in occasione
delle apparizioni in aula, sostituendole con medicazioni
color carne per fare in modo che il pubblico non vedesse
mai l'altra faccia dell'uomo che i giornali lodavano incessantemente.
Il padre che aveva fatto ci che avrebbe fatto qualsiasi
altro padre...
Non credo mormor Falcone.
Signore?
Si era dimenticato che la donna era ancora l, seduta in un
angolo buio del furgone in attesa di istruzioni. Con sua grande
sorpresa, Rosa Prabakaran si era guadagnata la sua approvazione
dopo che Teresa l'aveva convinta a occuparsi di nuovo
del caso. Era sveglia, aveva buona memoria e non faceva
domande stupide. Nel giro di un paio d'ore, aveva stabilito dei
contatti su questioni importanti; cosa pi importante, si era
consultata con i servizi segreti per appurare cos'altro si poteva
ottenere dai documenti esistenti. C'era ben poco. Dino Abati
aveva lasciato per sempre l'Italia un mese dopo che Bramante
era finito in prigione, rinunciando a una promettente carriera
universitaria. Forse Giorgio Bramante l'aveva gi rintracciato
da qualche parte, l'aveva trovato al buio e aveva fatto quanto
riteneva giusto date le circostanze. Falcone si chiese se l'avrebbero
mai saputo.
Concentrati.
Aveva perso il conto di tutte le volte che aveva detto quella
parola a un giovane agente che cercava di districarsi tra un carico
eccessivo di informazioni e una serie di mezze verit a
malapena visibili nelle tenebre. Adesso Leo Falcone sapeva
di dover dar retta al suo stesso consiglio. Era fuori allenamento.
La sua mente non funzionava pi bene da quando gli avevano
sparato. Tutto richiedeva tempo. E lavoro, cosa che, si
rendeva conto adesso, gli era mancata per tutto quel periodo.
La piacevole presenza di Raffaela Arcangelo aveva annebbiato
la sua capacit di giudizio, gli aveva fatto dimenticare che
genere di uomo fosse. Era ora di sistemare le cose.
Guard Rosa Prabakaran.
Assicurati che i servizi segreti continuino a tenere gli occhi
bene aperti. Deve esserci dell'altro.
La ragazza annu.
Come facciamo a trovarlo?
Era una domanda cos ovvia. Del tipo che ti pongono i
principianti. Falcone si sent stranamente felice di sentirla.
Probabilmente non lo troveremo. Sar lui a trovare noi.
Giorgio Bramante sta cercando qualcosa o qualcuno. Questo
lo rende visibile. Quando sta fermo probabilmente  intoccabile.
E troppo intelligente per lasciare tracce evidenti. Per restare
con persone che conosce.
Pens a quanto la ragazza aveva detto prima.
Se ha tutte quelle attrezzature, immagino che si trovi da
qualche parte in una grotta. Bramante conosce i sotterranei di
Roma meglio di chiunque altro in citt. Potrebbe recarsi in un
luogo diverso ogni notte senza che noi ne abbiamo idea.
Intende dire che non possiamo fare nulla tranne aspettare?
Al contrario! Lavoreremo sodo per interpretare le informazioni
di cui disponiamo. Vedremo cos'altro possiamo scoprire.
Non lasceremo nulla di intentato. Ma, se devo essere
sincero, non credo che le abitudini incastrino un uomo simile.
Le abitudini funzionano con i criminali comuni. Giorgio Bramante
 tutt'altro che un uomo comune. L'unica consolazione
 che, per quanto ne sappiamo, non c' nessun altro in citt sulla sua lista.
Tranne lei, disse la ragazza ricordandosi di aggiungere signore.
Cos sembrerebbe convenne Falcone con un cenno educato del capo.
...
.
...
Capitolo 22.
...
.
...
Dino Abati aveva ripreso conoscenza e si era appoggiato
all'altare con aria stordita. Si era portato un fazzoletto alla testa.
Il sangue gli colava tra i capelli fulvi e glieli impiastrava
sulla pallida fronte. Sarebbe sopravvissuto. Forse, pens Torchia,
avrebbe imparato. Era di questo che si trattava. Il culto. I
riti. I processi che avvenivano l. Gli uomini imparavano ci
che era necessario per renderli validi agli occhi dei loro pari,
per prepararli alle difficolt della vita. L'obbedienza. Il dovere.
L'abnegazione. Soprattutto l'obbedienza. A certe persone
risultava facile. Nessun altro nel tempio aveva osato sfidarlo
quando aveva aggredito Abati. Nessuno gli aveva pi chiesto
perch si trovassero l.
Non dopo che aveva detto loro, con estrema semplicit,
ma con una fermezza che non poteva essere fraintesa: Troviamo
il gallo. Lo uccidiamo. Giuriamo sul suo sangue che
non diremo mai a nessun altro quanto  accaduto. Poi  fatta.
Non ne parleremo pi con nessuno. Mai pi. Intesi?
Andrea Guerino era ancora l fuori, da qualche parte nel
dedalo di corridoi, nel tentativo di fare quanto gli era stato
ordinato. Abati non avrebbe pi causato problemi. Sandro
Vignola era di nuovo in ginocchio, intento a scrutare le iscrizioni
sulla pietra a bocca aperta, con un'aria da idiota, ancora
sconvolto da quello che avevano trovato: un tempio sotterraneo
dedicato a una divinit dimenticata da tempo, depredato
dai cristiani di Costantino quando avevano vinto.
E poi c'era quell'altra voce.
Come ucciderai il gallo? chiese LaMarca, interessato.
Torchia l'aveva verificato, giusto per esserne sicuro. Per lui
era un rito, anche se adesso gli altri si stavano solo adeguando
al suo volere, per paura e spirito di sopravvivenza. I riti
dovevano essere eseguiti correttamente, con precisione. Altrimenti
sarebbero potuti andare a danno di quelli che li avevano
compiuti. Avrebbero potuto far infuriare il dio, invece
di appagarlo.
Lo terr sopra l'altare e gli taglier la gola. Estrasse di tasca
il coltellino. Con questo.
Gli occhi di LaMarca scintillarono alla luce dell'enorme
lanterna che Abati aveva portato con s e posato a terra e che
diffondeva i suoi deboli raggi in tutte le direzioni.
Una volta eravamo in una fattoria in Sicilia. A casa del diavolo.
Tutti erano fratelli e sorelle di qualcun altro, capite? E un
giorno vidi un bambino nell'aia. Non aveva pi di sei o sette
anni. Lo mandarono fuori a prendere un pollo. Ne insegu
uno, poi lo prese per le zampe adesso LaMarca stava ripetendo
quei gesti, chinandosi e agitando il braccio sotto di s e lo
agit in questo modo. In tondo. Come se fosse un giocattolo.
Un giocattolo?
Esatto. E sai cos'accadde alla fine?
Dimmelo.
Quella fottuta testa si stacc di netto! Non ti sto prendendo
in giro... L'agitava talmente forte...
Toni LaMarca non reggeva l'alcol o la droga. Era completamente
stordito, circostanza che Torchia memorizz nel caso
potesse tornargli utile.
Un attimo prima il pollo girava in tondo stridendo come
un matto. Poi, la testa si stacc di botto e non rimase nient'altro
che il collo da cui...
Doveva essere un ricordo autentico perch in quel momento
qualcosa gli rannuvol il volto, un'immagine dimenticata
che la droga aveva ridestato dal sonno.
...sgorgava sangue a fiotti. Come una fontanella. Sgorg
finch non si esaur. Non ci mise molto. Lo mangiammo a cena.
Lo mangiarono. Io non avevo poi cos tanta fame.
Lucio Torchia ascolt, chiedendosi se ci fosse dell'altro. Ma
non c'era nulla. Invece fu Dino Abati a parlare. Si tolse il fazzoletto
dalla testa e disse: Queste grotte sono pericolose.
Non dovremmo trovarci qui.
Toni LaMarca lo pungol con un piede.
Quando... il... pollo... sar morto disse con la precisione
lenta e difficoltosa dei drogati, poi inizi a ridacchiare scioccamente.
Non toccarmi, Toni disse Abati con calma.
LaMarca indietreggi.
Ce ne andremo, ripet Torchia quando avremo finito.
Abati scosse il capo e torn a tamponarsi con il fazzoletto.
Se Giorgio venisse a sapere di questa...
Lascialo fuori dalla faccenda sbott Torchia.
In quel momento, gli parve di sentire dei passi che si avvicinavano
dal corridoio all'esterno. In quel suono c'era qualcosa
che lo mise a disagio. Anche gli altri tacquero.
Lucio... si stava accingendo a dire Abati.
Poi Bellucci entr sorridendo come un idiota. Teneva stretto
tra le braccia il galletto nero coccolandolo come un cucciolo.
L'uccello volt il collo con una precisione meccanica ed
emise un lamento sommesso e confuso.
Andrea Guerino era dietro di lui e spingeva un bambino
che Lucio Torchia conosceva, anche se gli ci volle un attimo per
ricordarsi come mai. Era presente all'ultima festa di Natale,
quando le famiglie erano state invitate a conoscere il personale
e gli studenti, in una stanza addobbata in modo appariscente
- non riusciva a credere che Giorgio potesse prendere parte
a una sciocchezza cristiana cos grossolana - dell'edificio in
piazza dei Cavalieri di Malta.
Il piccolo Alessio Bramante era l a fissarli tutti pieno di risentimento,
come se li invidiasse per la loro et.
Ges Cristo mormor Abati, rialzandosi a fatica. Basta
cos, Lucio. E ora di andare ad affrontare quell'uomo.
Torchia pos una mano sulla spalla di Abati. C'era qualcosa
sul volto del bambino che indusse tutti a fermarsi a guardarlo.
Che cosa ci fate qui? grid loro il piccolo con rabbia,
sforzandosi di divincolarsi dalle braccia forti che lo tenevano
stretto. E un segreto. Quando mio padre lo scoprir...
Guerino gli afferr i capelli lunghi e li tir finch non smise
di piagnucolare.
Dove si trova tuo padre, Alessio? chiese Torchia.
Qui. Poi, sul suo volto comparve una strana espressione.
Furtiva. Come se si fosse ricordato di qualcosa, come se gli
fosse venuta un'idea che gli fece avvampare le guance. Da
qualche parte. Non lo sapete?
Era arrabbiato e confuso, insicuro, turbato perch si era
smarrito in quelle grotte. Per non era spaventato.
So cos' questo aggiunse Alessio esitando, insicuro. Si
tratta di... un gioco.
Poi estrasse perentoriamente le mani dalle tasche dei pantaloni.
A terra cadde un oggetto. Lucio Torchia allung le dita
verso il basso e raccolse un paio di occhiali giocattolo. Il
bambino non protest. Torchia guard per un attimo attraverso
di essi: vide la stanza e le persone al suo interno moltiplicate
parecchie volte. C'era qualcosa di inquietante in ci
che scorse. S'infil gli occhiali in tasca.
 soltanto un gioco convenne Torchia. Ma molto importante.
Tacevano tutti, perfino Dino Abati. C'era nell'aria una possibilit
e anche il pi stupido di loro l'aveva capito. Tutti sapevano
cosa sarebbe successo se Bramante li avesse trovati l.
Li avrebbero sospesi. Espulsi. Sarebbe esploso uno scandalo.
Avrebbero dovuto dimenticarsi la Sapienza. Probabilmente,
Lucio Torchia era l'unico a cui non importava.
Allora, cosa facciamo adesso? chiese Dino Abati.
Torchia prese una delle grosse lanterne e si avvi verso la
porta. A sinistra, il corridoio scendeva leggermente, addentrandosi
nella roccia, sempre pi sottoterra. Su entrambi i lati,
in lontananza, c'erano altre gallerie. Davanti a loro si estendeva
un labirinto, un dedalo di opportunit simile a una
ragnatela tra gli anditi scavati nel tufo.
Pochissimi dei quali, pens Torchia, erano stati esplorati.
Alessio Bramante si trovava accanto a lui per qualche motivo.
Giochiamo disse Torchia.
Prese il bambino per mano e lo stratton lungo il corridoio verso l'oscurit.
...
.
...
Capitolo 23.
...
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...
Falcone disse a Rosa Prabakaran di trovare un autista.
Non conosco nessun autista gli confess.
Vedi quel corpulento sovrintendente in uniforme? Quello che sembra pronto a svignarsela per andare a fumare una
sigaretta?
Mi pare che sia Taccone disse lei.
Taccone. Giusto. Pensavo non conoscessi nessun autista.
Sembra che a volte sappia pi di quanto ricordi di primo
acchito.
Ti capisco disse Falcone seccamente.
Scusi. Lei ne ha pi motivo. Mi hanno detto che per poco
non  morto.
Ne raccontano di belle su di me. Di' a Taccone di portare
qui l'automobile. Andremo a trovare una persona.
Chi?
Una persona che hai gi incontrato. Una persona che vidi
per l'ultima volta diversi anni fa. Beatrice Bramante.
Scorse un'espressione preoccupata sul volto della ragazza.
Non temere disse Falcone. Cercher di essere gentile.
* * *
La donna abitava in uno dei grossi caseggiati popolari di
via Mastro Giorgio, a cinque minuti di distanza. Costruiti circa
un secolo prima, quei condomini facevano parte della storia
del quartiere: piccole case disposte intorno a cortili centrali,unite da passaggi esterni, diverse centinaia di scatolette in
cui la gente di borgata viveva fianco a fianco. Tempo fa, quando
Testaccio era uno dei quartieri pi poveri di Roma, le case
erano cos affollate che alcune persone dormivano sempre in
quei passaggi esterni. Nel corso degli anni la zona era migliorata,
almeno un po'. Non c'era pi nessuno sopra materassi
improvvisati. Adesso, alcuni appartamenti erano propriet
privata e avevano prezzi sempre pi alti nel mercato immobiliare
di Roma, dai costi di per s esorbitanti. Ma, per la maggior
parte, rimanevano in affitto ed erano abitati da varie categorie
di persone, gente del luogo, immigrati e studenti, tutti in
cerca di un posto economico in cui vivere.
Falcone cerc di ricordarsi la casa dei Bramante sull'Aventino.
Era una solida villa familiare, vissuta, forse un po' cadente
sui laterali. Ma la propriet doveva valere una fortuna perfino
allora, per la sua posizione sul colle verso il Circo Massimo, il
giardino piuttosto grande e l'aria isolata, a pi di cinquanta metri
di distanza dalle case vicine su entrambi i lati.
Mentre il suo dito indugiava sul campanello della porta
dell'appartamentino, fu costretto a constatare quanto Beatrice
Bramante fosse caduta in basso. Il caso di Alessio Bramante -
la parte logica, da ispettore di polizia della sua mente si rifiutava
di parlare di morte senza una prova certa - era come tutti
gli altri casi di bambini scomparsi di cui si era occupato. Le
conseguenze, gli effetti, le tragedie collaterali impiegavano
anni per diventare completamente visibili. Forse una vita intera.
A volte, pensava Falcone, quella stessa vita non bastava a
permettere a tutta la storia, alla gamma completa del dolore e
dell'oscurit, di dipanarsi alla luce e dissolversi nel nulla.
Si apr la porta. Per un attimo non riconobbe il volto che si
trov davanti. Beatrice Bramante era visibilmente invecchiata.
I suoi capelli erano lunghi come sempre, ma adesso completamente
grigi. Le scendevano lisci e sciolti sulle spalle. Indossava
un frusto cardigan blu stretto intorno alla sua figura
scheletrica, con le maniche lunghe serrate nei palmi. Adesso,
il volto intelligente e attraente che ricordava era solcato da rughe.
L'amarezza aveva preso il posto dello smarrimento causato
dal dolore che rammentava di aver scorto quattordici anni
prima.
Le ci volle un attimo per capire chi fosse. Poi un'inconfondibile
espressione di odio crebbe nei suoi occhi scuri.
Cosa vuole? chiese a denti stretti. Non ho nulla da dirle,
Falcone. Proprio nulla.
Suo marito...
Il mio ex marito!
Falcone annu.
Ieri il suo ex marito ha ucciso una persona. Iniziamo a
credere che non fosse la prima volta. Penso che stamattina
potrebbe aver tentato di assassinare me.
La cosa la lasci del tutto indifferente.
Non sono affari miei. Non...
Fiss il passaggio di cemento dove si trovavano i tre poliziotti,
rigida e arrabbiata.
Signora, disse all'improvviso Rosa Prabakaran mi dispiace.
 tutta colpa mia. Stamattina non sarei mai dovuta
venire qui da sola. Ho sbagliato. La prego. Deve dire quello
che sa in presenza di questi agenti. Poi possiamo andare.
La donna non si mosse. Leo Falcone lanci un'occhiata dietro
di lei. La stanzetta sembrava piena di tele, grandi e piccole,
appese alle pareti, appoggiate contro gli armadi, dappertutto.
Dipinge ancora? osserv Falcone. Avrei dovuto aspettarmelo.
C'era un unico soggetto su tutte le tele che riusc a scorgere.
Un grazioso viso infantile dagli occhi svegli e luminosi che
fissava l'osservatore dal quadro, sfidando tutto ci che vedeva,
ponendo una domanda che si poteva solo indovinare.
Devo trovare Giorgio prima che possa fare del male a
qualcun altro soggiunse Falcone. Vorrei anche chiudere per
sempre il caso di Alessio. Un tempo non riuscimmo a farlo.
C'era troppo...
Cerc la parola giusta.
...clamore. In gran parte spiacevole. Adesso vorrei scoprire
cosa gli accadde una volta per tutte. Con il suo permesso...
La donna disse qualcosa che Falcone non riusc a capire,
anche se forse si trattava solo di un'imprecazione biascicata.
Poi apr un po' di pi la porta, con quella che gli parve una spiccata riluttanza.
Grazie disse Falcone e fece cenno a Rosa Prabakaran di entrare per prima.
...
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...
Capitolo 24.
...
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...
Beatrice Bramante si scus e si rec in bagno. Falcone, Rosa
Prabakaran e Taccone si sedettero stretti l'uno accanto all'altro
sul divanetto rigido vicino a un minuscolo tavolo da
pranzo. Riuscirono a vedere all'interno dell'adiacente camera
da letto e nel cortile buio che si apriva al di l di essa. Per come
lo ricordava Falcone, tutto l'appartamento era pi piccolo
del soggiorno della casa dei Bramante sull'Aventino.
Non hai nominato i quadri, agente disse sommessamente,
sforzandosi di reprimere una nota di rimprovero nella voce.
Non c'erano ribatt lei, incapace di distogliere lo sguardo
dall'unico volto davanti a loro, moltiplicato sempre con la
stessa espressione piagnucolosa.
No, si corresse c'erano. Ho visto delle cose accatastate
nell'angolo. Non erano esposti in questo modo. Immagino di
averle riportato a galla dei ricordi.
Falcone sospir, esasperato dal modo in cui i giovani erano
ansiosi di giungere a una conclusione. Poi Beatrice Bramante
torn. Con circospezione e con pi tatto di quanto ne
avesse usato quindici anni prima, Falcone le fece ripercorrere
tutti i punti che aveva toccato quella mattina con la troppo
solerte Rosa. La donna rifer tutto senza esitazione, con freddezza,
con lo stesso atteggiamento pratico adottato da Bramante
dopo la scomparsa di Alessio. Falcone ricordava che
a quei tempi sembravano una coppia unita.
Cosa fa attualmente? chiese quando la donna ebbe finito.
Lavoro part time in un asilo. Dipingo un po'. Solo per me.
E per nessun altro.
Falcone si guard intorno.
Mi dispiace, ma devo chiederglielo. Perch vive qui? Perch
non sull'Aventino?
Gli avvocati costano rispose lei seccamente.
Ma Giorgio si dichiar colpevole. Non ci fu nessun processo.
Fu una sua scelta. Cercai di convincerlo a portare argomenti
a suo favore. Spesi quasi tutto il denaro che avevo per
pagare degli avvocati convinti di potergli far cambiare idea.
Ceravamo comunque indebitati parecchio per quella casa.
Inoltre, dopo che lui se n'era andato, dopo che Alessio era
scomparso...
Gli occhi scuri brillarono accusatori sotto la massa di capelli
grigi.
Non era un posto adatto a una donna sola.
Falcone annu in segno di comprensione.
E divorziaste. Le dispiace se le chiedo... se fu un'idea sua o
di suo marito?
S, ma se servir a farvene andare prima da qui. Fu un'idea
di Giorgio. Ero solita fargli visita in prigione una volta alla settimana,
tutti i venerd. Per lui non sembrava fare una grande
differenza. Un giorno, dopo un anno o gi di l, mi disse che
avremmo divorziato.
Accett? chiese Rosa.
Voi non conoscete Giorgio rispose serrando le maniche
del cardigan. Quando prende una decisione...
Gli occhi di Falcone erano fissi sui quadri pi grandi. Gli
sembrava che alcuni fossero recenti. Uno, che ritraeva il bambino
con la divisa scolastica e uno strano simbolo sulla maglietta,
sembrava essere stato dipinto dal vivo. A differenza degli altri,
non c'erano cenni di tragedia che emergessero da una distesa
di convulsi colori a olio cristallizzati nel tempo.
Ha altri ritratti di Alessio disse, ma non si trattava di una
domanda.
Il volto della donna si irrigid per l'ansia.
Davvero?
Be', a quanto pare  il suo soggetto preferito. Le dispiace...?
Si rec nella piccola camera da letto. C'era una gran confusione.
Una serie di tele era appoggiata sotto la finestra, al contrario.
Gir le prime tre, poi si ferm. Le prime ritraevano Alessio.
Ma come sarebbe stato a dieci o dodici anni. In una era
molto pi grande. Era quasi un uomo, con gli stessi lineamenti
un po' effeminati ma con un'espressione seria, quasi fredda.
Lo stesso tipo di sguardo che Falcone aveva scorto nel padre.
Rimase colpito da un elemento insolito. In quasi tutti i ritratti,
compreso quello da adulto, indossava una maglietta
come quella che si trovava nel Piccolo museo, con lo stesso
logo: una stella a sette punte.
Falcone torn sul divano. Beatrice non si era mossa.
Non ho mai avuto figli e non ci ho mai pensato, se devo
essere sincero ammise. Date le circostanze,  naturale immaginare
come sarebbero stati da adulti.
Naturale?
Fece eco alle sue parole con una punta di aspro sarcasmo.
Che cos' quel simbolo? Quello con le stelle. Sembra che
per lei sia importante.
La donna si strinse nelle spalle.
In realt, no. Giorgio mi incaric di disegnarlo per la scuola.
Le stelle sono riconducibili al mitraismo. A volte Giorgio
era come... ossessionato dal suo lavoro. Si ripercuoteva sulle
nostre vite.
Aveva delle relazioni extraconiugali? le chiese all'improvviso,
conscio del fatto che la poliziotta accanto a lui avesse
inspirato bruscamente.
Beatrice Bramante si fiss le mani e scosse il capo senza dire
nulla.
E lei?
Di nuovo, rimase in silenzio.
Mi dispiace, prosegu Falcone sono domande previste
dalla procedura. Avremmo dovuto porgliele quando Alessio
scomparve ma, per qualche motivo, non se ne present
mai l'occasione.
Lo fiss, il volto stravolto dall'odio.
Allora, perch me le fa adesso? Si diverte a torturarmi?
Sto cercando di capire.
Fino a quel giorno eravamo una famiglia normale. Senza
tradimenti e senza segreti.
E tuttavia suo marito port Alessio in quel posto, replic
Falcone senza che lei lo sapesse. So che allora non ce lo disse
mai. Non volli insistere su quel punto. Aveva gi abbastanza
faccende di cui occuparsi. Ma non lo sapeva. Era ovvio che
non lo avesse neppure capito. Perlomeno cos pensai.
La donna scosse il capo.
Che cosa vuole da me? Mi pongo quella domanda tutti i
giorni. Tutte le mattine. Tutte le notti. E se invece l'avessi accompagnato
io a scuola? E se fosse stato malato? O se fosse andato
in una direzione diversa? Quando perdi un figlio, Falcone,
una parte di te non smette mai di fare quel gioco terribile.
Il corpulento sovrintendente si mosse a disagio accanto a
Rosa, guard Falcone come se si chiedesse se aveva il permesso
di intervenire e poi parl comunque.
E se avessero svoltato l'angolo sbagliato e si fossero imbattuti
in un idiota ubriaco che guidava sulla carreggiata sbagliata?
chiese Taccone. Facciamo parte della polizia, signora.
Tutti i giorni abbiamo a che fare con persone che sopportano
questo tipo di dolore. Non la porta da nessuna parte.  comprensibile, ma anche inutile.
Falcone avrebbe voluto avere accanto Costa e Peroni, non
quella coppia di ingenui, l'una inesperta e distratta, l'altro
corretto e privo di immaginazione.
No, disse calmo l'ispettore non  affatto inutile. Alessio
non scomparve a causa di un ubriaco. Suo padre lo port in
quello strano posto per un motivo ben preciso. Forse quello
che successe dopo fu una specie di incidente, ma il motivo per
cui, tanto per cominciare, si trovava l  una cosa che non riesco a comprendere. E lei?
...
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...
Capitolo 25.
...
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...
Gli autisti della polizia non rispettavano i limiti di velocit
tanto quanto il cittadino medio. Quindi, con sorpresa di Emily
Deacon, ci vollero meno di due ore per raggiungere dal centro
di Roma la villa isolata di Arturo Messina alla periferia di Orvieto.
La sua camera da letto, che si trovava accanto a quella di
Raffaela, al secondo piano di quella casa sontuosa, godeva di
una vista straordinaria sulla campagna ondulata dell'Umbria
fino alla parete rocciosa davanti alla piccola citt fortificata che
dava il nome alla regione. Il duomo incombeva orgogliosamente
sulla citt, con quell'unico rosone a guardare fisso come
un occhio solo, vegliando su tutto ci che era affidato alle
sue cure. Ma era febbraio. Il sole era tramontato troppo presto
perch potessero godersi gran parte del giro della casa offerto
da Messina padre, un uomo molto pi simpatico del figlio. Se
Arturo provava imbarazzo per le circostanze che avevano reso
necessaria la loro visita - una volta messi al corrente dei fatti,
Emily fu consapevole che il caso Bramante gli era costato la
carriera - non lo diede a vedere. Doveva avere poco pi di
sessant'anni ma ne dimostrava dieci di meno, altezza media e
corporatura tarchiata, un bel volto scuro, baffi sottili e curati e
intelligenti occhi marroni luccicanti.
La casa era troppo grande per un uomo solo. Messina, che
aveva perso la moglie per una malattia da cinque anni, raccont
senza esitazione come fosse passata da una generazione all'altra
dopo che il suo bisnonno l'aveva acquistata circa ottant'anni
prima. Con il vestibolo decorato al pianterreno, le stanze
degli ospiti e il piccolo ma impeccabile giardino sul retro e la
vista sul duomo, era Una piccola reggia perfetta. Quando Emily
gli chiese pigramente come passasse il tempo, Arturo le intrattenne
piacevolmente con storie di battute di caccia nelle
colline selvagge, di pesca nei fiumi del posto e di lunghe escursioni
in ristoranti lontani con gli amici della questura. Orvieto
sembrava il luogo in cui i vecchi poliziotti venivano a trascorrere
la pensione. Due di loro erano passati a fargli una visita
quel pomeriggio, uno per prendere un caff e, pens Emily,
per dare un'occhiata alle ospiti, il secondo aveva portato due
fagiani per cena. Arturo Messina non era solo. Non si annoiava.
Non portava rancore. Questa vacanza idilliaca lontano da
Roma sembrava fin troppo bella per essere vera, finch Messina
non la prese in disparte per mostrarle il fascicolo che Falcone
le aveva inviato quel pomeriggio.
Emily fiss cautamente lo stemma della questura di Roma
sulla lettera di accompagnamento. Quando l'apr, Messina
diede una lunga occhiata furtiva alla prima pagina, poi si avvicin
a un armadio in cerca di qualcosa che trov e pos sul
tavolo. Ci la riport subito ai giorni dell'addestramento all'accademia
dell'FBI a Langley.
Quello, Arturo, esclam Emily  un apparecchio per le
teleconferenze.
Perfino un vecchio come me sa in che secolo viviamo
rispose allegramente. Mi piace tenermi al passo con i tempi.
Inoltre, se Leo Falcone ha intenzione di coinvolgerla in questo
caso, posso sicuramente occuparmene anch'io. L'ho gi
seguito, se lo ricordi.
Ma...
Ma cosa? Gli occhi marroni dell'uomo la guardarono
luccicanti. Oh, suvvia. Non si tratta di nulla di personale. Le
sembro una persona rosa dal risentimento? Anche se lo fossi,
il caso non sarebbe pi importante?
In realt, non spetta a me decidere, giusto?
Ne parler con Leo quando saremo pronti. D'accordo?
Emily non disse nulla. Non era nemmeno sicura di essere
d'accordo lei stessa.
Ce la fa, vero? le chiese gentilmente.
Non sembrava malata. Non sembrava nemmeno incinta.
Era solo stanca. Perlopi. I sintomi erano appena accennati,
nulla di che. Ben presto sarebbero passati e lei avrebbe acquistato
il colorito roseo che si aspettava di vedere in tutte le
donne incinte.
Quindi i due si sedettero e iniziarono a studiare i documenti
che Falcone aveva mandato ad attendere il suo arrivo.
Il caso Bramante, cap subito Emily, sollevava parecchie domande
scomode, alcune delle quali, come ammise prontamente
Arturo Messina, non erano mai state poste a quei tempi.
Questo succedeva in tutte le indagini complesse, ed era
uno dei motivi per cui esisteva l'analisi dei casi irrisolti. L'occhio
di un estraneo non scorgeva solo nuove possibilit. Ne
vedeva anche di vecchie che non erano state indagate o semplicemente
erano passate inosservate. E a volte erano le pi promettenti di tutte.
...
.
...
Capitolo 26.
...
.
...
Beatrice Bramante si alz e si avvicin al piccolo lavandino
accanto al piano cottura singolo. Prese una bottiglia di
quello che sembrava brandy dozzinale dall'armadietto sovrastante
e se ne vers un bicchierone. Poi torn, si sedette
davanti a loro e lo sorseggi lentamente.
Mi ci volle un anno per trovare il coraggio di chiederglielo
disse alla fine. Giorgio non  il tipo d'uomo che si possa
convincere a dire qualcosa. Immagino lo sappiate gi.
Falcone scopr che l'eccesso di rabbia stava passando e che
non sopportava l'idea di dover incalzare quella donna per
ottenere ci che voleva. Anche quella presa di coscienza era
qualcosa di nuovo per lui.
E lui cosa disse?
Non fu facile trovare le parole. Adesso Beatrice Bramante
stava piangendo suo malgrado, nonostante si vergognasse
visibilmente all'idea di essere osservata mentre cercava di
soffocare le lacrime senza riuscirci.
Mi disse... che c'era un momento nella vita di chiunque in
cui si doveva iniziare a crescere. Questo fu tutto quanto ebbe
da dire sull'argomento. Poi mi disse che voleva divorziare.
Subito. Senza discutere. Questo fu ci che ottenni per avergli
posto quella domanda. Non c'era nient'altro da aggiungere.
E nemmeno adesso. Ne ho abbastanza, Falcone. Vi prego di
andarvene.
Taccone stava cercando di interpretare il disegno del vecchio
tappeto sudicio. Rosa Prabakaran stava infilando il blocco
nella borsa, ansiosa di uscire di l.
Falcone si sporse, estrasse il blocco dalla borsa e glielo rimise
in mano, poi picchiett sulla pagina la penna che la ragazza
teneva ancora tra le dita.
Cosa crede che significasse il fatto che, in qualche modo,
era arrivato il momento che Alessio iniziasse a "crescere"?
insistette.
Era un bambino! Un bellissimo ragazzino impacciato, viziato,
ostinato e birichino. E... La donna butt indietro la testa,
come se ci potesse fermare le lacrime. Giorgio lo amava
pi di qualsiasi altra cosa. Pi di me. Pi di s stesso. Non
so che intenzioni avesse. So solo che... si interruppe mentre
si asciugava il viso con la manica del cardigan blu sudicio
quel giorno non mor soltanto mio figlio. Non riconobbi
l'uomo che si trovava in quella cella. Non lo riconobbi quando
mi recai nel suo appartamento l vicino. Assomiglia soltanto
a Giorgio Bramante. C' qualcun altro nel suo corpo.
Non l'uomo che amavo... amo. Trovi le parole. Se le inventi.
Lo racconti a quel mondo schifoso se vuole. Il volto rugoso e
inacidito lo guard di nuovo in cagnesco dalla parte opposta
della stanza. Dopotutto,  quello che fa, vero?
Se qualcuno viene picchiato a morte mentre io me ne sto
seduto fuori ad ascoltare e a girarmi i pollici? chiese Falcone.
Certo. Cerco anche di acciuffare i criminali prima che
possano fare pi danni di quanti non ne abbiano gi fatti.
Spero di ridurre il male che le persone desiderano infliggersi
a vicenda, anche se loro stessi hanno poca voglia di farlo.
Forse  un'idea sciocca.
Si rialz a fatica e attravers affannosamente la stanza. Poi
si pieg e prese le mani di Beatrice Bramante. La donna si irrigid
al suo tocco. Le dita di Falcone ricaddero sul vecchio
cardigan blu, avvolto strettamente intorno ai palmi di Beatrice
Bramante.
Posso? le chiese.
Scost delicatamente il tessuto scadente. Sapeva cos'avrebbe
visto e perch una donna come Beatrice Bramante
si nascondesse in quelle maniche lunghe e sformate.
Apparvero i segni sui polsi. Alcuni erano tagli recenti, rosso
scuro, non profondi, non il tipo di ferite inferte da qualcuno
che cercasse di porre fine alla sua vita. Ipotizz che si facesse
male regolarmente. E forse...
Pens a una cosa che gli dava il tormento dal primo momento
che l'aveva saputa.
Il sangue sulla maglietta era suo, vero?
La donna stacc bruscamente le mani dalle sue e le copr
di nuovo con le maniche blu.
Com' intelligente, Falcone! Se solo fosse stato cos perspicace
quattordici anni fa!
Anch'io vorrei che le cose fossero andate cos ribatt tornando
sul divano. Il sangue era suo. Almeno all'inizio. Torn
di nuovo in quella chiesa, in seguito?
Mai. Perch me lo chiede?
Ho le mie ragioni. Perch scelse proprio quella chiesa innanzitutto?
In quale altro posto avrei dovuto portarla? Inoltre, Giorgio
aveva lavorato con Gabrielli, che faceva il custode part time
in quella chiesa. Non conoscevo nessun altro. Avevo letto
di quel piccolo museo su un giornale una o due settimane
prima. Io...
Tir su con il naso e se lo asciug con la manica che copriva
la mano destra.
In quel periodo non ero in me.
Quando lo disse a Giorgio?
La donna scosse il capo.
Non me lo ricordo. Quando era in prigione. Non molto
tempo prima che chiedesse il divorzio. Pens che fossi pazza.
Forse aveva ragione.
Aveva un'altra domanda da porle.
Si feriva gi prima della scomparsa di Alessio o inizi solo allora?
Non sono affari suoi. Non sono affari suoi.
No convenne Falcone, convinto di aver trovato una risposta.
Ha ragione. Tuttavia, credo che sarebbe opportuno
chiedere a qualcuno di venire qui a parlare con lei di tanto in
tanto. Gli assistenti sociali...
Il volto della donna si contorse in un attacco di rabbia.
Resti fuori dalla mia vita, bastardo! strill puntando un
dito contro di lui dal lato opposto della stanza, senza badare
al fatto che mentre lo faceva le maniche si erano scostate,
mettendo in mostra il reticolo di tagli che dai polsi le arrivava
quasi al gomito. Non le permetter mai pi di entrare
qui dentro.
Come preferisce, signora si limit a rispondere.
Fuori era buio. Nuvole nere si stavano addensando dal
Mediterraneo, oscurando una luna quasi piena. Ben presto
avrebbe piovuto. Forse sarebbe esploso un tuono.
Falcone attese che salissero in macchina prima di dare gli
ordini.
Quanto ne sai di pedinamenti, Prabakaran?
Sembrava perplessa.
Ho seguito il corso, signore. Ma non ho mai fatto nessuna
esperienza... pratica.
Il corso era valido?
Credo di s.
Spero di s. Da domani e fino a nuovo ordine, sorveglierai
la signora Bramante. Voglio sapere dove va. Quando. Chi
vede. Tutto.
Ma... La ragazza si zitt.
Ma cosa? E importante che tu mi dica se un ordine  poco
chiaro. Non sopporto essere frainteso.
Ormai Beatrice Bramante mi ha vista due volte. Per
quanto possa fare mi riconoscer di certo. Capir di essere
pedinata.
L'automobile super il mercato, che adesso era chiuso,
procedendo a zig-zag. Falcone guard i banchi con le serrande
abbassate, le cassette vuote e gli scarti di verdura sparpagliati
sul marciapiede all'esterno. Nel frattempo una raffica
di vento colp alcune cassette, facendo turbinare la spazzatura
e spargendola dappertutto. Uno scroscio di pioggia sudicia
si abbatt sul parabrezza. Il tempo si stava guastando.
Rimarrei davvero deluso se non ti vedesse. Se quella
donna ha aiutato il marito in questa faccenda,  gi complice
di un omicidio. Per il suo bene, non voglio che rimanga coinvolta
ulteriormente.
Ma...
Agente, disse Falcone con una punta di impazienza non
devo nulla a Giorgio Bramante. Per quanto ne sappiamo, 
l'unico assassino certo in tutta questa spiacevole vicenda. Per
quanto riguarda Beatrice Bramante,  diverso. Potrebbe darsi
benissimo che tra poco dovremo arrestarla comunque. Ciononostante,
le dobbiamo il beneficio del dubbio e tutta l'assistenza
possibile. La seguirai assicurandoti che ti veda. E, alla fine
della giornata, mi riferirai tutto. Sono stato chiaro?
Rosa annu senza dire nulla. Falcone se ne accorse a malapena.
I suoi ricordi di quanto era accaduto quattordici anni
prima stavano diventando sempre pi chiari. Adesso che
poteva ripensare al passato con una certa prospettiva, stava
iniziando a sentirsi nettamente a disagio per diversi aspetti
importanti della faccenda.
Abbiamo anche il dovere di scoprire la verit su cosa 
successo a suo figlio aggiunse. Voglio Giorgio Bramante. E voglio la verit.
...
.
...
Capitolo 27.
...
.
...
Dopo solo un'ora di lavoro, trascorsa leggendo i documenti
di Falcone e facendo domande ad Arturo, le cui risposte dimostravano
che aveva una memoria impeccabile, le fu chiaro
che in quelle carte c'era solo una parte della storia. Quando
Bramante venne arrestato per la morte di Lucio Torchia, il triste
caso della scomparsa di un bambino si era trasformato in
un circo. La polizia e la protezione civile avevano dispiegato le
loro forze sparpagliandosi sull'Aventino e nel labirinto sotterraneo
degli scavi di Bramante alla ricerca di Alessio. Centinaia
di cittadini romani avevano abbandonato il posto di lavoro
per dare una mano. L'indagine venne ben presto travolta dalle
polemiche quando le implicazioni dell'arresto di Bramante
iniziarono a essere recepite, e divenne evidente che le autorit
non avevano le idee chiare su come ritrovare il bambino. Emily
intravide gli elementi di una gogna mediatica in piena regola:
la furia cieca della massa e l'impotenza rabbiosa delle forze
di polizia guidate dalle contingenze legali e pubbliche, non da
quanto fosse realmente opportuno in quel frangente. Poi il
polverone rientr come in tutti i casi di bambini scomparsi.
Alessio Bramante non fu mai trovato. Suo padre si consegn
alla polizia e and volontariamente in prigione. Cinque ragazzi
la fecero franca e poi scomparvero, perch tutti gli avvocati
che presero in considerazione il caso dichiararono pubblicamente
che era impossibile citare in giudizio qualcuno dopo
che il principale indiziato era stato pestato a morte mentre si
trovava in stato di fermo. La procedura e le prove erano state
ridotte a brandelli quando Giorgio Bramante era ricorso ai pugni
per estorcere informazioni al povero Lucio Torchia. Non si
poteva tornare indietro.
Emily pens che si trattasse di un pasticciaccio tipicamente
romano e, se volevano avere la minima possibilit di squarciare
quella nebbia che si stava diradando, era fondamentale,
dopo cos tanto tempo, trovare pi spunti di quanti non ce
ne fossero all'interno del fascicolo messo insieme precipitosamente
da Falcone.
Scost le carte e guard Arturo. Dentro di lui si annidava
ancora un bravo agente di polizia. L'uomo and a fare una
telefonata. Ci vollero almeno tre minuti. Quando torn la
condusse in un piccolo studio elegante sul lato anteriore della
casa, poi si sistem davanti a un computer portatile nuovissimo
posto su una scrivania di mogano e inizi a digitare.
Sullo schermo lampeggi il simbolo della polizia di Stato, seguito
da un login di identificazione. Arturo guard un foglio
di carta che recava quelli che sembravano un nome utente e
una password scarabocchiati con una biro, digit rapidamente
i caratteri ed entr.
Stiamo entrando illegalmente nella rete centrale della
polizia? chiese Emily, accostando una sedia.
No! Sto solo... facendo le veci di un amico. Si lecc le labbra
e, per un attimo, parve preoccupato. Cerco di tenermi al
passo con i tempi, sa. Fino a un certo punto. L fuori c' una
generazione di poliziotti pi esposta al rischio del disturbo
degli arti superiori da lavoro che a quello di prendere un pugno
in faccia. Non si tratta di progresso. Bisogna alternare gli
strumenti a disposizione.
Sono d'accordo con lei.
Bene. Per, non racconter a mio figlio di questa piccola
bravata, vero? A volte sa essere una presuntuosa testa di cazzo.
Quel povero disgraziato   vecchio e rester cos finch
campa. Siamo d'accordo?
 suo figlio disse Emily. Adesso...
Non mancava nulla. C'erano tutti i rapporti originali. Tutti
gli interrogatori. Le foto. Le cartine. Perfino una valutazione
archeologica indipendente della scoperta segreta di Bramante.
Stamp ci che gli chiese Emily. Perlustr tutti gli angoli
digitali del sistema della questura di Roma nel tentativo di
appurare se si fossero lasciati sfuggire qualcosa. Arturo Messina
aveva portato avanti quel lavoro finch aveva potuto durante
l'indagine. Aveva dovuto smettere solo quando la ricerca
di Alessio era stata "messa in secondo piano", eufemismo
per dire che era stata abbandonata, dichiar con un'amarezza
inaspettata e improvvisa. Messina si stava rinfrescando la
memoria con il materiale conservato nel sistema, senza trovare
nulla di nuovo. Quando sembr che non ci fosse pi nulla
da scoprire, si disconnesse, poi radunarono in una pila i fogli
alla rinfusa e si diressero in soggiorno.
Raffaela era l con l'amico di Arturo. Era un pensionato
dall'aria altrettanto vivace, alto e magro, abbronzato, con un
gradevole volto aristocratico.
Pietro l'ha traviata? chiese Arturo. Io sono vedovo. Lui
 divorziato. Tragga le sue conclusioni.
Raffaela rise.
Ho visitato il duomo. Che dipinti meravigliosi!
Dipinti! esclam Pietro. Luca Signorelli. Il mio preferito
 Gli eletti e i reprobi. Indic con un cenno del capo s stesso
e l'amico. Siamo io e lui. Dovete solo capire chi  chi.
Stasera, disse Arturo cucinerai tu. Fagiano per quattro,
per piacere.
Raffaela era raggiante, ansiosa di aiutarlo. Scomparve con
Pietro in cucina; sembrava una donna diversa, pens Emily. Il
rapporto con Leo Falcone era strano, forse un po' forzato, servile.
Si era trasferita da lui dopo che gli avevano sparato e se
n'era presa cura durante i lunghi mesi difficili della convalescenza.
Nel loro legame c'era qualcosa che lasciava perplessa
Emily. Era come se Raffaela avesse deciso di badare a Leo per
un senso di colpa, di responsabilit per la tragedia che si era
abbattuta sulla sua famiglia a Venezia e che gli era quasi costata
la vita. Liberatasi della sua vecchia casa di Murano e di Roma
e, a quanto pareva, di Leo, sembrava pi rilassata, pi indipendente.
Arturo era di nuovo seduto al tavolo con i documenti.
Qui c' pochissimo che non abbia gi visto borbott.
Questo caso andava al di l della mia comprensione allora
come adesso. Forse dovrei solo andare a sbucciare le patate
con Pietro in cucina e lasciare che voi donne trascorriate un po'
di tempo insieme.
Sentirono il rumore di una bottiglia stappata sul retro della
casa, poi il fragore di una risata. Pietro rientr, seguito da
Raffaela. L'uomo teneva in mano una bottiglia di prosecco,
la donna i bicchieri e un vassoio di crostini acquistati al supermercato.
Sembravano una coppia sul punto di organizzare
una cena, il che, si rese conto Emily, si avvicinava quasi
alla verit. Le sovvenne che lei e Nic non erano mai stati di
sera nell'appartamento di Falcone. Leo e Raffaela non erano
quel tipo di persone.
Per me no disse Emily scostando il bicchiere con la mano.
Voglio restare lucida.
Io invece lavoro meglio con la mente confusa esclam
Arturo. Quindi servitevi e poi tornate al tagliere. Alcuni di
noi hanno del lavoro da sbrigare.
Peggio per voi, sciocchi mormor Raffaela uscendo.
Mentre se ne andavano, per un attimo Arturo Messina ci
rimase male.
Forse ha ragione lei disse con un sospiro dopo aver tracannato
il prosecco, gesto che Emily invidi profondamente.
Cosa diamine posso fare?
Quello che ha detto. Vada a sbucciare le patate.
L'uomo non si mosse.
Emily allung una mano per prendere il telefono.
Io, invece, devo parlare anzitutto con l'uomo che ci ha
mandato tutto questo.
Non da sola insistette, precipitandosi a collegare l'apparecchio
per le teleconferenze. Io e Leo non parliamo da quattordici
anni. Sar un piacere sentire di nuovo la sua voce insopportabile,
solo per vedere quanto rimarr sconvolto.
Lo ascolt a malapena. Si ritrov a fissare ancora una volta
le foto di Alessio Bramante, stampate insieme ai dossier.
Era un bambino dall'aspetto insolito. Bello, un po' effeminato
con i suoi lunghi capelli e gli occhi rotondi e spalancati. Era
facile capire che i giornali sarebbero impazziti per una storia
il cui protagonista era un bambino carino, intelligente, di ceto
medio, con un padre che aveva ucciso una persona a causa
sua. Sapeva grazie al periodo passato all'FBI che le vittime
fotogeniche ottenevano sempre la massima copertura della stampa.
Sa cosa mi lascia pi perplessa?
No ammise lui. Da dove vuole cominciare? Cosa fecero
al bambino? Era ancora vivo quando Giorgio cerc di estorcere
la verit a furia di botte a quel piccolo bastardo crudele di
Torchia? E perch? Perch quegli studenti si trovavano l? Perch
c'erano Giorgio e suo figlio? Ci sono cos tante domande.
Emily ne convenne. Era vero. Ma il caso Bramante era cambiato
una volta che il padre era stato accusato di omicidio. Aveva
smesso di essere un semplice mistero sul presunto rapimento
di un bambino. Si era trasformato in un dibattito pubblico in
cui ci si chiedeva fino a che punto un padre avesse il diritto di
spingersi per proteggere il figlio. Era diventata sia la storia di
Giorgio Bramante che di suo figlio. In un certo senso, pi di
Giorgio perch appariva su tutte le copertine e la sua foto veniva
mostrata in tutti i telegiornali. Era il simbolo dei genitori che
avevano guardato in fondo a una strada buia e si erano chiesti
dove fosse finito il proprio figlio o la propria figlia.
Ci che mi lascia perplessa  semplice disse Emily. Avevate
moltissime squadre di agenti. Avevate escavatori meccanici.
Qui si dice che distruggeste quasi il sito archeologico di
Bramante per cercare suo figlio. E tuttavia non lo trovaste mai.
Arturo Messina si lecc le labbra e, per un attimo, dimostr
la sua et.
 morto, Emily disse mestamente. Da qualche parte
sotto quel colle. In un punto che non trovammo o in cui gli
speleologi non osarono spingersi.
Emily sapeva che avrebbe dovuto credere anche a quello.
Ma i dubbi dovevano trasparire chiaramente dal suo viso.
Cos'altro potrebbe essere successo? chiese Arturo Messina.
...
.
...
Capitolo 28.
...
.
...
Gli sembrava di essere tornato ai vecchi tempi. Davanti a
loro, oltre la lunga finestra dell'ufficio di Falcone, adesso
sgomberato dall'ispettore provvisorio mandato altrove quel
pomeriggio da Bruno Messina, una squadra di quindici uomini
e donne lavorava al telefono e al computer, vagliando gli
archivi, seguendo piste e cercando una risposta a una semplice
domanda: dove si sarebbe nascosto nella sua citt natale
un professore universitario trasformatosi in assassino? C'era
un'altra cosa familiare. Non stavano trovando risposte semplici.
Lo scooter che Bramante aveva usato per fuggire dal
quartiere Monti era stato rinvenuto abbandonato in un vicolo
vicino alla stazione Termini. Cercare di localizzare Bramante
basandosi su informazioni simili non sarebbe stato facile.
Dal punto in cui aveva lasciato la moto avrebbe potuto
prendere la metropolitana, il tram, l'autobus, il treno...
O, pens Costa, avrebbe potuto fare ci che probabilmente
avrebbe fatto qualsiasi romano in quelle circostanze. Camminare.
In realt, la citt non era poi cos grande. Da Termini, Bramante
- a detta di tutti un uomo in forma ed energico - avrebbe
potuto raggiungere a piedi un certo numero di sobborghi
in meno di un'ora. E una volta l? Costa pens istintivamente
di sapere la risposta. Giorgio Bramante non era uno stupido.
Sicuramente sapeva che era pi facile rimanere anonimi in
mezzo alla folla. Con il passare del tempo, la polizia avrebbe
potuto setacciare le zone in cui vivevano i vagabondi, persone
senza neanche un nome tra cui un fuggiasco avrebbe potuto
sparire facilmente. Forse Bramante ne aveva perfino conosciuto
qualcuno in prigione. Magari aveva rinnovato una vecchia
amicizia o si era fatto restituire dei favori. Per un uomo disposto
a dormire dove capitava, capace di rintanarsi nelle
migliaia di grotte sotterranee, nei vicoli e nei piccoli parchi disseminati
in tutta la citt, Roma era un luogo in cui era facile nascondersi.
Falcone aveva incaricato i suoi agenti di usare i soliti
mezzi. Ma gli strumenti consueti - soprattutto le telecamere
della videosorveglianza - erano inutili. La loro portata era
troppo ampia e i dati erano troppo numerosi per essere messi
in relazione tra loro. Bramante era un uomo che giocava seguendo
regole di sua invenzione. Ci lo rendeva davvero invisibile.
La televisione trasmetteva foto d'archivio. I giornali del
mattino avrebbero ripetuto l'operazione, con l'aggiunta di richieste
d'aiuto e di un numero telefonico istituito per raccogliere
gli avvistamenti. Costa non ricordava bene l'aspetto di
Bramante durante il loro breve incontro di quella mattina. Era
troppo concentrato su Leo Falcone, troppo preoccupato che
l'ispettore si trovasse in serio pericolo, per prevedere fino a
quel punto gli sviluppi futuri.
Tuttavia, la figura che ricordava - vestita di nero, con il cappello
calcato sulla testa, la sciarpa intorno alla bocca, il volto
quasi completamente coperto - era sufficiente per convincerlo
che le foto di Giorgio Bramante in loro possesso fossero ormai
vecchissime e inattendibili. Quattordici anni prima, era
attraente, ben rasato e sfoggiava capelli lunghi e scuri. La maggior
parte delle foto scattate prima dell'arresto lo facevano
sembrare quello che era: un professore universitario intelligente
e probabilmente arrogante. Dal poco che aveva visto
quella mattina, Costa aveva capito che Bramante non corrispondeva
pi a quell'immagine. Non si poteva dare nulla per
scontato. Erano intrappolati in una sequenza di eventi che
Giorgio Bramante avrebbe potuto pianificare da anni. A differenza
loro, era preparato e agiva sulla base di conoscenze pregresse.
Tutti sapevano che era possibile che Bramante fosse
riuscito a rintracciare lo sfuggente Dino Abati con qualsiasi altro
nome si facesse chiamare. Ora Abati avrebbe avuto trentatr
anni. I genitori non avevano sue notizie da anni. Ma diciotto
mesi prima risultava che fosse rientrato in Italia dalla
Thailandia. Da allora non c'erano prove che fosse partito da
un aeroporto internazionale. Data la libert di movimento
consentita in Europa a chiunque avesse una carta d'identit
italiana, avrebbe potuto trovarsi ovunque, dalla Gran Bretagna
alla Repubblica Ceca. Costa non era l'unico a desiderare
che quell'uomo si trovasse ovunque sulla faccia della terra
tranne che a Roma.
Nella parte opposta dell'ufficio c'era trambusto. Sia lui che
Falcone distolsero l'attenzione dalla pila di rapporti sulla scrivania
dell'ispettore e guardarono il gruppo di agenti affaccendati
alle scrivanie. Gianni Peroni e Teresa Lupo stavano attraversando
i corridoi a passo di marcia lanciando panini e lattine
come una coppia di Babbi Natale a una festa per bambini.
Leo Falcone proruppe in una risata. Era un suono schietto
e sincero che Costa non sentiva da un po'. La risata di un uomo
che era tornato nel suo ambiente.
Non so perch gli dia da mangiare si lament Falcone
allegramente. Perlomeno loro possono andare a casa. Verrebbe
da pensare che siamo sotto assedio visto che dobbiamo
rimanere qui.  ridicolo.
Non per lei...
L'uomo inarc le sopracciglia grigie.
Stamattina avrebbe potuto ucciderla.
Stamattina avrebbe potuto uccidermi convenne Falcone.
Allora perch non l'ha fatto?
Non lo so. Forse pensa che anche questo sia una specie di
rito. Tutto deve essere fatto nel modo giusto. Nessuno degli
uomini che ha ucciso  morto in modo semplice. Un getto
d'acqua nel petto...
Li odiava pi di quanto odi me disse Falcone con fermezza.
Non chiedermi come faccio a saperlo. Lo so e basta. In realt...
Scosse il capo deluso dalle sue ridotte capacit.
Dio. Vorrei riuscire a pensare in modo razionale. Sii sincero.
Come me la sto cavando, Nic? Pensaci bene prima di rispondere.
Forse sono un po' sospettoso, ma Bruno Messina
potrebbe avermi affidato questo incarico per pi di un motivo.
S, si potrebbe dire che sia mio dovere. Ma se fallissi come
fall suo padre non ci vorr molto perch mi giochi anch'io la
reputazione, vero?
Costa non ci aveva pensato. Non capiva quasi mai la politica
del dipartimento.
Sono convinto che stiamo facendo tutto il possibile. Ha
molti agenti. Abbiamo seguito la procedura. Se qualcuno ha
visto Bramante...
Nessuno sa pi che aspetto abbia Bramante in realt. Eccezion
fatta per chi lo sta coprendo. Dobbiamo sforzarci di
dare il massimo, ma non nutro molte speranze. Allora, come
possiamo trovarlo?
Era la vecchia verit lapalissiana che la maggior parte dei
poliziotti cercava di dimenticare, perch tendeva a sminuire
tutta la procedura che si accompagnava a una normale indagine.
Statisticamente direi... mentre si trova in strada. Quando
 distratto. Diretto al lavoro. O...
Dovette aggiungerlo: ...sulla via del ritorno.
Falcone annu vigorosamente. Nel corso dell'inverno il testone
calvo aveva perso la solita abbronzatura. Avrebbe compiuto
cinquant'anni entro l'anno e stava iniziando a dimostrare
la sua et.
Giustissimo. Ma eccoti un'altra statistica. Anche se oggi
difficilmente lo si direbbe leggendo un giornale,  molto pi
probabile che un bambino sia in pericolo a causa dei familiari
e degli amici pi intimi che di un estraneo. Di solito non
devono temere una persona che si trova dietro l'angolo. O un
molestatore su internet. Ma coloro che gli stanno pi vicino.
Costa annu. Naturalmente lo sapeva. L'assunto, fin dall'inizio,
era che i Bramante fossero una famiglia perfetta di
ceto medio, fotogenica, la qual cosa, agli occhi di qualcuno,
significava che avvertivano la tragedia pi degli altri.
Non ci sono mai stati indizi che Bramante o la moglie
maltrattassero il bambino, vero?
No convenne Falcone stringendosi nelle spalle. Le persone
di ceto medio non fanno questo genere di cose, giusto?
Perlomeno non in modo che gli altri vengano a saperlo.
Se ritiene che debba fare qualcosa...
 gi stato fatto.
Indic alcune cartellette blu sulla scrivania, colore che la
questura non usava.
Ho richiesto i rapporti dei servizi sociali prima che tu arrivassi.
Naturalmente, non c' nulla. Avremmo dovuto comunque
controllare pi attentamente all'epoca. Ci lasciammo distrarre
dai mezzi di informazione. La linea che seguimmo
venne dettata dall'opinione pubblica, non da quanto avremmo
dovuto fare in qualit di agenti di polizia. Invece della giustizia
cercammo vendetta, e questa  una cosa orribile che non
rispetta nessuno, n i colpevoli n gli innocenti. L'aspetto strano
di tutto ci  che ebbi l'impressione che a Giorgio Bramante
non importasse. Sapeva gi cos'avrebbe fatto, ancor prima
che lo portassimo in tribunale.
Guard la stanza piena di agenti, alcuni intenti a ridere
con Peroni e Teresa, la maggior parte con il capo chino sui
computer.
E adesso che sono passati quasi quindici anni speriamo
di ottenere delle risposte da una macchina. Il progresso... Cosa
ne pensi, Nic? Come facciamo a fermarlo?
Costa aveva gi consolidato le proprie opinioni in merito.
Bramante non  un assassino comune. Probabilmente
non si aspetta di sfuggirci alla fine. Forse crede di diventare
di nuovo un eroe: il padre che aveva subito un torto tornato
per ottenere giustizia sui delinquenti che l'avevano fatta
franca.
Falcone annu.
E anche sull'agente di polizia che ritiene responsabile.
Non dimenticarti di me.
Pu darsi ribatt Costa.
Pu darsi? chiese Falcone.
L'ha detto lei stesso. Non credo che questa faccenda riguardi
lei. O Toni LaMarca. O Dino Abati, o come si fa chiamare
adesso. Riguarda Giorgio Bramante e quanto accadde
a suo figlio. Se solo riuscissimo a capirlo...
Leo Falcone rise di nuovo e si rilass sulla grossa poltrona
nera, mettendosi le mani dietro la testa.
Hai fatto progressi sotto la mia tutela, sai? Dov' finito
quel giovane innocente che ho quasi licenziato un paio di anni fa?
Non ne ho idea si affrett a replicare Costa. Probabilmente
ha fatto la stessa fine di quel vecchio cinico di un ispettore
che occupava quest'ufficio prima che arrivasse lei, signore.
Non esageriamo, agente. Mi restano ancora cinque anni
di lavoro. Non di pi. Forse molto meno. Mi piacerebbe pensare
che, quando me ne andr, sarai sulla buona strada per
prendere il mio posto.
Nic Costa si sent avvampare. Una promozione era l'ultimo
dei suoi pensieri. Era anche l'ultima cosa che un poliziotto
come Leo Falcone, che aveva passato anni difficili, era nella
posizione di offrire.
Ho saputo che il commissario Messina ti ha ricordato che
gli esami per diventare sovrintendente si terranno in estate.
Adesso dovresti studiare. In questo modo potresti ottenere
un aumento in tempo per il matrimonio.  una buona idea.
Signore...
Fu lieto che Peroni e Teresa entrassero in quel momento.
L'omone aveva i resti di quello che sembrava un gigantesco
panino con pomodoro e formaggio in una mano e un sacchetto
pieno di bibite in lattina nell'altra.
Viveri per il periodo di detenzione esclam. Io e Teresa
abbiamo controllato gli alloggi. La suite Gulag  nostra. Voi
due potete prendervi l'ala Abu Ghraib. Abbiamo sistemato
del sapone e degli asciugamani nuovi perch quelli che c'erano
erano piuttosto...
Quando si ferm, senza parole, Teresa parl per lui.
Mettiamola cos, signori. Io non li avrei toccati. Nemmeno
con i guanti.
Puah. Peroni rabbrivid. Non riesco proprio a capire
perch non possiamo tornarcene a casa...
Gianni! grid Teresa. L fuori c' un uomo che ieri notte
ha staccato il cuore a una persona con un tubo ad alta pressione.
Ha in mano le nostre fotografie.
Siamo entrati in polizia per una cosa cos stupida come
diventare famosi? chiese Peroni.
Falcone si schiar la voce rumorosamente.
Se il commissario Messina insiste affinch restiamo chiusi
in questura al di fuori del normale orario di lavoro, allora
 cos che faremo. Non voglio che nessuno se ne vada.
Peroni sollev le grosse spalle in modo evasivo.
Parlo sul serio, Gianni disse Falcone severamente. Ha
scattato quelle foto per un motivo.
Lo so, lo so. Allora, che novit ci sono?
Falcone e Costa rimasero in silenzio.
Oh, esclam Teresa con un sospiro non sar un soggiorno
prolungato, vero? Intendo dire, continuo a non capire
perch non sono potuta andare a Orvieto con le altre "signore".
Falcone sollev un lungo indice, come se avesse rammentato
qualcosa che non avrebbe mai dovuto dimenticare.
Teresa replic subito. Orvieto disse con un sorriso repentino
e condiscendente. Vuole chiamare la sua fidanzata,
Gianni. Non lo trovi tenero? Non ricordo che Leo sia mai stato
cos tenero in passato. In realt, non ricordo che sia mai stato
tenero. Nic ed Emily si sono fidanzati e aspettano un bambino.
Leo  diventato tenero. L fuori c' un pazzo con le
nostre foto e una propensione a staccare i cuori con dei tubi di
gomma. Il mondo  un luogo meraviglioso, non trovate?
A Costa non piacque il modo in cui Falcone aveva attirato la sua attenzione.
La sua espressione non era tenera. Era chiaramente colpevole.
In realt, disse a bassa voce l'ispettore  con Emily che devo parlare. Devo chiederle consiglio.
...
.
...
Capitolo 29.
...
.
...
Quattro ore dopo, quando era appena passata la mezzanotte,
l'ufficio era vuoto fatta eccezione per un unico addetto
alle pulizie con uno straccio per la polvere e una scopa all'estremit
opposta della lunga fila di scrivanie, senza volto
nell'oscurit. Costa era seduto accanto alla finestra e ogni tanto
faceva delle pause mentre spulciava altri dossier sul computer
per guardare la meravigliosa luna splendente, alta al di
sopra dei tetti del centro storico, che illuminava le strade deserte
e le serrande abbassate dei negozi e dei bar chiusi. Per
un uomo che non riusciva a dormire era il momento giusto
per pensare. A febbraio la citt non restava alzata fino a tardi.
A giugno ci sarebbero state persone che si aggiravano ancora
nei vicoli, allegre dopo cena, con i gelati in mano acquistati
nei bar che restavano aperti fino a tardi, partecipi dell'insonne
vita estiva della metropoli. Si sarebbe anche celebrato un
matrimonio e sarebbe nato un bambino. Il solo pensiero di
quei due eventi gli tolse completamente dalla testa Giorgio Bramante.
Alla fine, ci che contava era la famiglia, quel legame
indefinito e indefinibile che non esigeva spiegazioni, perch, per
le persone che ne facevano parte, era naturale come respirare,
bello come andare a letto con la persona amata. Istintivo come
il senso di responsabilit che si prova per un bambino nato
da quel rapporto d'amore.
Sapeva che era ci che era cambiato tra lui ed Emily dall'anno
precedente. Senza Leo Falcone e il modo in cui il vecchio
ispettore scaltro gli aveva aperto gli occhi, non sarebbe mai
riuscito a impegnarsi nella loro relazione come meritava. Leo
gli aveva insegnato a stare tranquillo, a convivere con le sue
emozioni, a prendere una pausa dalla missione di risolvere i
problemi del mondo per un po'. E a tornare nella mischia. Era
un dono che non avrebbe mai dimenticato.
Costa guard l'ora, trasse un profondo respiro, per un attimo
si sent in colpa, poi prese il telefono. Emily rispose con un
tono molto, molto assonnato. Costa si chiese come fossero la
villa e la camera da letto.
Quella sera, per un'ora e mezza, avevano partecipato tutti
alla teleconferenza per scambiarsi idee: Falcone e Arturo
Messina parlarono come se non fosse accaduto nulla tutti
quegli anni addietro, Teresa cerc di sfruttare al massimo le
prove scientifiche scarse e in larga misura ovvie che aveva
raccolto dal cadavere di Toni LaMarca, che avrebbe subito
un'autopsia completa il mattino dopo. Costa e Peroni erano
rimasti quasi sempre in silenzio a pensare, ad ascoltare e a
scambiarsi quello sguardo che conoscevano bene entrambi,
una specie di scrollata di spalle invisibile che sembrava dire:
"Forse domani andr meglio."
Se sei troppo stanca, si affrett a dire dimmelo pure, cos
riattacco. Non ho mai avuto la possibilit di chiederti come
stavi durante la teleconferenza. Non mi sembrava il caso.
Emily sospir. Si ud un fruscio impaziente di lenzuola.
 quasi l'una!
Lo so. Sono completamente sveglio. C' una luna splendida.
Non riesco a smettere di pensare a te. Cos'altro si pu
volere da un uomo?
Ud il suono lontano della sua risata. Avrebbe voluto allungare
una mano e toccarla, anche solo per un attimo.
I fiori potrebbero andare bene, quando avrai tempo. E lo
champagne, quando potr berlo.
Come ti senti?
Bene. Alti e bassi, se devo essere sincera. Non essere cos
preoccupato. Il dottore l'aveva detto.  normale, Nic. A quanto
pare, gli uomini pensano sempre che il loro primo figlio sia
l'unico mai esistito nell'intera storia del pianeta. Le donne la
sanno pi lunga.
Non distruggere le mie illusioni. Ti prego.
Emily rise. Costa riusc quasi a immaginarsi sdraiato accanto
a lei nel letto, tali erano i legami stretti e inespressi tra
loro.
C' qualcosa che ti tormenta afferm Emily. Dimmelo.
In tutta la sua carriera, si era occupato di un unico caso irrisolto.
Si trattava anche allora di un omicidio, sebbene meno
complesso. Un uomo di quasi settantanni era stato picchiato
a morte in casa sua in una tranquilla strada periferica nel
quartiere dell'EUR. Avevano ripreso le indagini dopo otto anni
e avevano scoperto che i vicini erano disposti ad ammettere
quanto avevano tenuto segreto in precedenza. Il figlio della
vittima era coinvolto in un piccolo traffico di droga. Era
scomparso due anni dopo la morte del padre e non si erano
mai pi avute sue notizie. Ci vollero tre mesi ma alla fine riuscirono
a incriminare per l'omicidio del vecchio e quello del
figlio il membro di una banda. Tutto a causa di un misero debito
di tremila di cocaina. Il tempo cambiava davvero la prospettiva
con cui si affrontava un crimine. Ma, nel caso Bramante,
non aveva fatto loro nessun favore. Emily aveva sollevato
solo domande. Valide ma senza facili risposte.
Hai detto che non capivi perch nessuno avesse mai trovato
un corpo disse Costa. Credi che sia cos insolito?
Gli parve di udire uno sbadiglio soffocato all'altro capo
del telefono.
Forse s. Forse no. Ma mi lascia perplessa. Hanno portato
tutte le attrezzature pesanti. Anche i dispositivi topografici termici.
Tutte le relazioni affermano che quelle grotte scendono in
profondit. Che diventano troppo strette e pericolose per essere
esplorate... Tuttavia mi sento inquieta all'idea che non ci fosse
nessun corpo. Ma se non  l, dove potrebbe essere?
Costa fiss lo schermo del computer.
Ovunque, disse se  ancora vivo.
...
.
...
Capitolo 30.
...
.
...
Il labirinto li avvolgeva, imprigionandoli nel ventre di pietra
del colle. Lucio Torchia faceva strada strattonando il braccino
di Alessio. Gli altri li seguivano, sempre pi confusi e
spaventati a ogni passo vacillante.
Pochi minuti dopo, Guerino inciamp malamente, ferendosi
le mani e lasciando il galletto di nuovo libero nell'oscurit,
dove vol stridendo e beffandoli. Abati ne fu felice, anche
se la cosa fece infuriare Lucio Torchia. C'erano problemi pi
importanti di cui preoccuparsi che sacrificare un uccello. Si
erano persi nelle profondit della terra. E l'unico uomo che
avrebbe potuto salvarli, Giorgio Bramante, sarebbe sicuramente
andato su tutte le furie come Lucio Torchia se avesse
scoperto cos'era successo.
Dino Abati sapeva anche cos'avrebbe gridato l'uomo quando
fosse arrivato. Era ovvio.
"Alessio. Alessio. Dove sei?"
E questo, di per s, sembrava strano. Per stessa ammissione
di Alessio, ormai erano passati forse trenta minuti da
quando il padre l'aveva lasciato da solo nell'atrio principale
all'entrata degli scavi. Cos'aveva fatto Giorgio in tutto quel
tempo? E perch c'era stato bisogno di coinvolgere Alessio?
Erano domande su cui non aveva tempo di riflettere. Non
si sentiva bene. La testa gli pulsava nel punto in cui Torchia
l'aveva colpito con la pietra. C'erano luci, luci colorate, che lo
irritavano all'estremit del suo campo visivo. Adesso loro sette
si addentravano in un abisso profondo e tetro, cercando di
illuminarlo con le lanterne nella speranza che, da qualche parte
in quel dedalo di corridoi, ci fosse un'altra via d'uscita verso
il mondo sovrastante, che li avrebbe aiutati tutti - forse anche
Alessio - a sfuggire all'ira inevitabile di Giorgio Bramante.
Svoltarono un altro angolo cieco, corsero, per poco non
caddero in avanti, precipitando gi per un ripido pendio.
Improvvisamente una parete rocciosa si profil davanti a loro.
Abati si guard a lungo intorno e si sent prendere dallo
sconforto. Vicino al mitreo si erano trovati in un territorio relativamente
praticabile, con gallerie e piccole stanze scavate
con cura nel tufo. Erano tornati negli scavi originari, cos in
profondit all'interno del colle che non voleva nemmeno
pensarci. Le pareti grezze, le rocce a terra, le gallerie anguste
e tortuose alte a malapena perch un uomo potesse stare in
piedi... Tutto parlava di antiche operazioni di scavo rudimentali,
non di un tempio sotterraneo per un culto che richiedeva
un po' di riservatezza. Si trovavano sicuramente all'estrema
periferia degli scavi che degli uomini avevano
effettuato nel cuore dell'Aventino. Ci che li circondava era
incerto, sconosciuto adesso come doveva esserlo stato per gli
schiavi che avevano lavorato l duemila anni prima, chiedendosi
se la galleria successiva avrebbe retto o sarebbe crollata
improvvisamente su di loro in un mortale torrente di
pietra. O se una faglia naturale - c'era dell'acqua nei paraggi,
e questo significava che il colle stesso era tutt'altro che solido,
ancor prima che arrivassero i minatori con i picconi e le pale
- li aspettasse pericolosamente dietro l'angolo.
Il bambino inciamp. Un grido in falsetto - infantile e sconcertato
- risuon negli stretti corridoi che li circondavano,
smorzandosi, cessando, aumentando di volume, sper Abati,
per irrompere alla luce del sole e comunicare a qualcuno
che si trovava l fuori di guardare oltre quel vecchio cancello
arrugginito vicino al Giardino degli aranci e di cercare di scoprire
cosa stesse succedendo l dentro.
Non ti sei ferito grid Torchia al bambino, facendolo
rialzare in piedi con la forza e cercando a tentoni la lanterna.
Alessio Bramante abbass la testa e imprec, usando una
parola che Abati non si aspettava di sentire da un bambino
della sua et. Pens che Giorgio fosse un padre insolito.
Torchia sgran gli occhi.
 un gioco, un gioco, un gioco, piccolo stronzo viziato e
insopportabile!
Il bambino rimase immobile in silenzio limitandosi a fissarli
tutti con i grandi occhi rotondi e intelligenti, quel genere
di sguardo che sembrava dire: "Vi conosco, mi ricorder di
voi, la pagherete."
Lucio, disse Abati sommessamente, con tutta la calma
possibile non  una buona idea. Non sappiamo dove ci troviamo.
Non sappiamo fino a che punto queste grotte siano sicure.
Conosco questo genere di posti meglio di te e non mi
sento al sicuro senza le attrezzature appropriate.
Gli altri lanciarono furtivamente delle occhiate speranzose
ad Abati. In attesa. Non che lui potesse fare granch. Le luci
colorate e il martellamento nella testa stavano peggiorando.
A sinistra c'era un'uscita. Presi dalla fretta l'avevano superata.
Un altro buco nero in cui immettersi. Un'altra vana speranza
di evitare di essere scoperti.
No si limit a esclamare Torchia.
Giorgio scoprir che siamo qui! Ti prego! obiett Vignola.
Il suo viso grasso era coperto di sudore. Non aveva affatto
una bella cera.
Rimasero in silenzio finch Abati non disse con fermezza:
Adesso torniamo indietro. Se incontreremo Giorgio, perlomeno
gli riporteremo il bambino. Non peggioriamo la situazione.
Torchia lo aggred di nuovo, stringendogli le mani intorno
alla gola, con il viso a poca distanza dal suo, spaventoso come
sanno essere i pazzi perch non si curano di quanto accade
loro o a chiunque altro. Abati ramment di nuovo la sensazione
della pietra sulla testa. Avrebbe potuto ucciderlo. Il
solo ricordo gli fece venire le vertigini.
Ho portato voi stronzi ingrati qui dentro sibil Torchia.
E vi ricondurr fuori.  compito mio.
Chi credi di essere? chiese Abati, allontanandosi da lui e
rendendosi conto con una punta di sollievo che non gli importava
pi molto di cosa sarebbe successo a Lucio Torchia o
a ciascuno di loro, compreso s stesso. Si erano spinti troppo
oltre. Il Pater? Sei cos fuori di testa da credere a tutte quelle
assurdit? Pensi che basti radunare quaggi sette persone e
uccidere uno stupido pollo per sistemare tutto?
Eri d'accordo!
Ero d'accordo di accertarmi che voi idioti ne usciste indenni
disse calmo Abati, voltandosi per andarsene. Adesso
voglio rivedere la luce del sole.
La mano di Vignola gli tocc la manica.
Dino, lo implor sottovoce non lasciarci qui.
Non lasciarci qui, non lasciarci qui...
Torchia aveva perso il controllo e stava quasi addosso a
entrambi, sputando mentre scimmiottava Vignola.
Certo che non se ne va, vero, Dino? Un soldato non abbandona
mai il suo battaglione. Tu non deludi i tuoi compagni.
Abati scosse il capo.
Sei pazzo mormor. Questa  la realt, Lucio. Non un'avventura
al parco giochi. Siamo gi abbastanza nei guai.
Ti sbagli. Anche se Giorgio avesse capito che c' qualcuno
qui, insistette Torchia come potrebbe sapere che si tratta di noi? Rispondi!
La pecca del suo ragionamento era evidente. Dino Abati cap
subito che non l'avrebbe menzionata, perch avrebbe solo potuto peggiorare le cose.
Poi Vignola si mise a parlare e Dino Abati avrebbe voluto
avere il tempo di prenderlo per la collottola e costringerlo a tenere chiuso quel becco iperattivo.
Anche se non lo sapesse, il bambino glielo dir, Lucio. Non credi?
...
.
...
Capitolo 31.
...
.
...
Costa aveva passato in rassegna gli altri eventi verificatisi a
Roma la settimana della scomparsa di Alessio Bramante. Non
era un periodo normale.
Accadde tutto quando la NATO era alle prese con l'ennesimo
disastro in Serbia, ti ricordi? Quello fu uno dei motivi per
cui le autorit dissero a Bramante che non poteva rendere
pubblica la scoperta. C'erano gi abbastanza massacri etnici a
cui far fronte nel presente senza portare le telecamere a testimoniare
un episodio raccapricciante del passato in cui erano
coinvolti i cristiani.
Continuo a non capire. La gente se la sarebbe davvero presa
cos tanto per un fatto avvenuto quasi duemila anni prima?
Quella che ci piace chiamare ex Jugoslavia si trova a un'ora
di aereo dall'Italia. C'erano barche piene di profughi che attraversavano
l'Adriatico per approdare sulle nostre spiagge. Era
una faccenda che ci riguardava da vicino, non si trattava solo
di foto lontane di un Paese lontano. Non lo capisci proprio?
Emily ammise che aveva ragione.
Ma, prosegu Costa in quel periodo c'era un campo di
pacifisti al Circo Massimo. Tre o quattromila persone provenienti
da tutta Europa. Persone di tutti i tipi. Hippy. L'estrema
sinistra. Anche persone comuni. E parecchi profughi che
non avevano nessun altro posto in cui andare.
Allora, cosa intendi dire, che venne rapito da uno di loro?
Quello era un po' troppo.
Sto solo formulando delle ipotesi. Supponiamo che Alessio
fosse uscito dalle grotte. Alcune di esse sboccano non lontano
da dove si trovava il campo. Supponiamo che fosse fuggito
tra le tende che si trovavano l, sconvolto, spaventato per
qualche motivo. Non voleva tornare a casa. Non sapeva cosa voleva.
Era un'ipotesi. Ne era sicuro.
Avrebbero chiamato la polizia, Nic. E quel che si fa con i
bambini scomparsi. E cosa potrebbe averlo spaventato cos
tanto da non voler vedere i suoi stessi genitori?
Non lo so. Ma non puoi dare per scontato che le persone
che si trovavano l sarebbero venute da noi in quelle circostanze.
Alcune l'avrebbero fatto. Altre non avrebbero parlato
di nulla con la polizia. Siamo i fascisti, ricordi? Forse non
erano nemmeno al corrente delle ultime notizie. Non sapevano
che era scomparso un bambino e che era cercato da centinaia di persone.
Il silenzio all'altro capo del telefono gli lasci intendere
che Emily non era convinta.
Se ho ragione, adesso Alessio Bramante potrebbe essere
ovunque e avere un'identit diversa prosegu.
Avrebbe ventun'anni o gi di l obiett lei. Mi stai dicendo
che non avrebbe ricordato chi era? Sarebbe rimasto nascosto
per tutti questi anni, mentre suo padre era in prigione?
Suo padre sarebbe rimasto in prigione, che Alessio si fosse
fatto vivo o meno. Inoltre, ti lasci guidare dall'istinto, non
dai fatti. Se consideri i veri rapimenti, non  insolito che i bambini
portati via a quell'et vengano assimilati dalla famiglia
non biologica di cui entrano a far parte. I bambini cercano di
adattarsi alla situazione che li circonda. Prendi ad esempio il
tuo Paese. I bambini rapiti dai nativi americani nel XIX secolo
divennero nativi americani. Non cercarono di rientrare
nella societ dei bianchi. Spesso si ribellavano se qualcuno
cercava di imporgliela. Non pensavano che la situazione in
cui si trovavano fosse primitiva. Per loro era cos che il mondo
avrebbe dovuto essere. Se Alessio si fosse trovato in un posto
completamente diverso, fuori Roma, magari fuori dall'Italia...
La pausa all'altro capo del telefono gli fece capire che Emily
continuava a non dare molto peso a quella teoria.
Vedi sempre il lato positivo delle cose, vero? disse dolcemente.
Sei stata tu a dire che era strano che non ci fosse un corpo.
 vero. E mi piacerebbe pensare che Alessio Bramante sia
vivo e in buona salute da qualche parte.  solo che non lo ritengo
possibile. Mi dispiace.
Bene. Adesso tocca a te fare un tentativo disse.
Dall'altro capo della linea si sent inspirare rapidamente.
Ne fu felice. Emily era sempre pronta a dimostrarsi all'altezza di una sfida.
Che ne dici di questo? Giorgio Bramante fece la scoperta
della sua vita. Tuttavia, a causa della situazione politica delicata
del periodo, nessuno era disposto a concedergli il denaro
per dargli il giusto rilievo. Nessuno gli avrebbe nemmeno permesso
di rivelare al mondo cosa si trovava laggi, il che doveva
essere perfino peggio, per il tipo arrogante che sospetto sia.
Va' avanti.
E se avesse cercato di smarrire deliberatamente Alessio
in quelle grotte? In modo da poter uscire in strada a chiedere
aiuto a squarciagola. Sarebbe arrivata la protezione civile.
E anche i mezzi di informazione. Il suo enorme segreto sarebbe
diventato di pubblico dominio senza che nessuno potesse farci nulla.
Era un'idea straordinaria, a cui nessuno di loro si era nemmeno
avvicinato quando avevano esaminato il caso quella sera.
Credi davvero che un padre sacrificherebbe suo figlio solo per orgoglio professionale?
No! E non  nemmeno una questione professionale. Da
quanto ho letto su Giorgio, era una faccenda personale. Quello scavo era la sua vita. Ma Alessio sarebbe stato al sicuro. Alla fine.
Non sono certo...
Nic. So che tieni alla famiglia, e anch'io. Il che  un bene,
date le circostanze. Ma ci sono anche delle verit sgradevoli
che devi accettare. Abbiamo visto tutti come funzionano i
mezzi di informazione. Quando si verificano avvenimenti simili,
tutta la compassione del pubblico si concentra tanto sui
genitori quanto sui figli.  cos che vanno le cose. I genitori sono
quelli che appaiono in televisione. Se sono abbastanza fortunati
da trovare i bambini, nessuno pone loro domande difficili.
Tanto per cominciare, come diamine si sono trovati in
quella situazione? Siamo solo felici che sia finito tutto bene, d
teniamo i nostri dubbi e speriamo che qualcuno vada a dire
tranquillamente a quella gente di non ficcarsi mai pi in un guaio simile.
Costa non ebbe nulla da eccepire.
Rifletti bene continu lei. Segui la logica. Scova gli errori.
Ti prego.
Non ce ne sono.  pi inverosimile della mia teoria.
Davvero? Stava a iniziando a riconoscere quel tono di
voce. Richiedeva attenzione. Laggi c'erano sei stupidi studenti
che cercavano di evocare il demonio o chiss che cosa.
Che ti piaccia o meno, accadde qualcosa di davvero inverosimile.
Lo sai. E lo sa anche Leo. Non mi avrebbe chiesto di riesaminare
quei vecchi dossier se non fosse disperato, vero?
No, Costa sapeva che Falcone non l'avrebbe fatto. Il vecchio
Leo non avrebbe mai lasciato uscire un singolo foglio di
carta dalla questura. Ma il vecchio Leo non c'era pi.
E Giorgio Bramante picchi uno di loro a morte mormor
inutilmente Costa. Perch diamine lo fece?
Per suo figlio disse Emily. Non ti saresti sentito nello stesso modo?
S, ma questo non significa che avrei fatto ci che fece lui.
Ud una lunga pausa all'altro capo del telefono, poi Emily
chiese: Come fai a saperlo, Nic? Come si fa a sapere in che
modo si reagirebbe in una situazione simile? Come puoi esserne cos sicuro?
Costa si sforz di trovare una risposta.
Lo credo disse. Lo spero. Senti,  tardi. Domani mattina
riferir tutto a Leo e vedremo cosa riusciremo a ottenere.
Se hai bisogno di accedere a qualche dossier...
Mmm, fece lei con circospezione mi sa che siamo a posto, grazie.
Emily esit.
Leo sta bene? gli chiese con una punta di agitazione. 
ancora convalescente. Avrebbe potuto dire di no.
Era da mesi che non vedevo Leo cos in forma rispose
schiettamente. Aveva bisogno di tornare al lavoro.
Digli di chiamare Raffaela ogni tanto. Non  uscita molto
da quando se n' andata da Venezia.
Sono sicuro che con te in giro superer la timidezza.
Emily rise di nuovo, e quel suono gli suscit la stessa stretta
al cuore che provava da quando si erano conosciuti. Tuttavia,
c'era una nota di preoccupazione nella sua voce.
Ormai Raffaela l'ha superata. Lei e Arturo sono ancora al
piano di sotto con il suo migliore amico a svuotare la cantina
della grappa. Se a Leo interessa...
Costa pens allo sguardo intenso e bramoso di Falcone
mentre metteva di nuovo il proprio corpo ferito dietro quella
scrivania. Era una grossa incognita...
Glielo dir. Ma... Aspetta un attimo.
Sul telefono si accese una luce: una chiamata interna. Lasci
attendere Emily in linea e premette il tasto per rispondere.
Era l'agente di turno all'ingresso. Costa ascolt, poi interruppe
la comunicazione e torn da lei.
Devo andare si affrett a dire.
 tutto a posto? gli chiese. Mi sembri preoccupato.
L'agente all'ingresso ha detto che un uomo che sostiene
di essere Dino Abati si  presentato con un'aria da vagabondo
e ha chiesto di parlare con Leo. Non voleva vedere nessun
altro.
Mi sembra una buona notizia.
Pu darsi...
Si guard intorno nell'ufficio. L'addetto alle pulizie se
n'era andato. Il posto era vuoto. Era una sala operativa, occupata
dal personale solo durante il giorno e le emergenze pi
gravi. Per quanto ne sapeva, non c'era nessun altro fatta eccezione
per lui e i tre individui che dormivano negli alloggi di
fortuna lungo il corridoio.
 successo mezz'ora fa prosegu. L'agente non ha sentito
pi nulla da quando l'ha mandato quass con un novellino
che non sapeva cosa fare.
Nic?
La luce del corridoio esterno si spense, seguita da quelle
dell'ufficio, facendo piombare nel buio quasi tutto il piano davanti
a lui. Attraverso le nuvole cariche di pioggia che correvano
nel cielo, restavano visibili solo i luminosi raggi argentei
della luna, che raggiungevano appena un terzo della stanza.
Costa si volt verso quella che avrebbe dovuto essere la porta
e sbatt le palpebre cercando di adattarsi all'oscurit improvvisa.
Poteva trattarsi solo di una coincidenza. Anche se non ci
credeva tanto.
Richiama il centralino disse piano. Digli che potrebbe
esserci un intruso. Nell'ala vecchia. Al terzo piano.
Emily tronc la chiamata senza dire una parola.
Costa riusc a vedere i numeri interni scritti sulla lista accanto
al telefono. Chiam il primo. Una Teresa assonnata rispose
prima di Peroni.
Non farmi domande le ordin. Limitati a chiudere a
chiave la porta e a non aprirla finch non arriva qualcuno.
Grida a Leo attraverso la parete di fare la stessa cosa.
Poi, giusto per essere sicuro, chiam la stanza che condivideva
con Falcone.
Nei pochi secondi che si concesse, non rispose nessuno.
Imprec sottovoce. Perlomeno, quel pomeriggio, aveva
ritenuto opportuno prendere una pistola dall'armeria. Si trovava
nella fondina regolamentare sulla scrivania davanti a
lui. Costa non sopportava di dover portare quell'affare. Prese
l'arma, controll che la sicura fosse inserita, poi, tenendola
puntata verso il basso con la mano destra, si alz e si diresse
verso la pozza nera come l'inchiostro che si allargava davanti a lui.
Riusc a figurarsi mentalmente il corridoio, con il suo intonaco
di un bianco accecante e le lampadine spoglie. Gli alloggi
di emergenza distavano solo dieci metri o gi di l dalla porta.
Costa cerc di sbrigarsi. Le scrivanie lo intralciarono, in
tutte le direzioni sbagliate. Sbatt di nuovo le palpebre, cercando
di costringere gli occhi a adattarsi, le apr e gli parve di
riuscire a scorgere la struttura dell'area che gli stava davanti.
All'esterno transit un'automobile. I fari trapassarono l'ufficio
illuminando per un attimo la stanza come un lampo. Poi
scomparve lasciandogli un'impronta visiva nella testa. Davanti
a s, Nic Costa vide il profilo allungato di una figura in
una posa familiare, che aveva imparato a disprezzare nel corso
degli anni: il braccio proteso, l'arma pronta a sparare, i movimenti
risoluti e premeditati. Quando i fari dell'automobile
proseguirono, riusc a vedere il raggio sottile della torcia montata
su un casco da speleologo allungarsi in una netta linea
gialla dalla testa della figura, fendendo l'oscurit e puntando
verso le stanze in cui Falcone, Peroni e Teresa Lupo stavano dormendo.
Fantastico borbott, poi fece un primo passo esitante verso il corridoio invisibile davanti a s.
...
.
...
Capitolo 32.
...
.
...
Basta attacc Abati, poi fece un passo avanti e si rese conto
che stava cadendo, con la testa che gli girava e le braccia che
stringevano disperatamente le piccole spalle di Sandro Vignola
solo per reggersi in piedi. Aveva bisogno di un medico.
Non poteva tener testa a nessuno in quelle condizioni, soprattutto
a Lucio Torchia che adesso, con sgomento di Abati, stringeva
il bambino intorno alla gola e lo serrava come uno scudo, come un'arma.
Aveva estratto il coltello e lo teneva contro il cuoio capelluto
di Alessio. Dino Abati guard il bambino negli occhi e si chiese
se riuscisse davvero a capire cosa stava cercando di dirgli con
un'espressione disperata, a malapena visibile nell'oscurit.
Io non c'entro, Alessio. Perdonami. Cercher di sistemare le cose.
Non voglio finire in galera, Lucio lo implor Toni LaMarca.
Posso sopportare di essere cacciato dall'universit.
Ma quello...
Nessuno finir in galera. Non lo dirai a nessuno, vero, piccolo?
Alessio Bramante rimase l, stretto nella sua morsa, senza dire una parola.
Non dir nemmeno una parola esclam Torchia in tono di sfida.
Allora, mormor Abati continuando ad aprire e chiudere
gli occhi per cercare di schiarirsi le idee dicci, Lucio, dove andiamo adesso?
Vennero raggiunti da un altro suono. Era il verso titubante
del galletto, la cui paura era mascherata da una punta di orgoglio,
e trapelava dalla piccola galleria che avevano gi superato a sinistra.
Nessuno vide dove si era recato dopo essere fuggito. Non
sembrava importare a nessuno tranne che a Lucio.
L rispose Torchia sollevando il braccio dalla gola di
Alessio Bramante per indicare l'abisso nero dietro di loro.
Abati avvert una folata d'aria fetida e irrespirabile. Puzzava
di umidit e putrefazione. La sola esistenza di una corrente
d'aria, per quanto misera, lo pervase di una debolissima traccia
di speranza. Significava che, alla fine, la galleria conduceva da qualche parte.
Dove esattamente? chiese Abati.
Torchia allung un piede e gli assest un calcio doloroso
nello stinco. Quel movimento liber Alessio. In quel momento,
il bambino sarebbe potuto scappare. Ma non si mosse.
Il colpo era diretto, come cap Abati senza guardare, verso
la galleria, scavata cos grossolanamente nella pietra umida da
sembrare non finita. Si avvicin barcollando e fiut il vapore
fetido e stagnante che aleggiava nell'aria. Da qualche parte
c'era un ruscello, forse una spaccatura nel colle, che conduceva
a un corso d'acqua naturale che fluiva sotto le persone e le
automobili sul lungotevere e riportava nel mondo reale, dritto
fino al Tevere. Aveva gi camminato, immerso fino alla vita
e infreddolito, in simili torrenti sotterranei. L'avrebbe fatto di
nuovo, con un bambino in braccio, se necessario.
Dimmelo tu, Dino.
Lucio...
Dimmelo tu!
Il suo tono di voce era cos alto che gli parve che Lucio Torchia
gli fosse entrato nella testa e ci sarebbe rimasto per cercare
di diffondere la sua infezione ovunque potesse.
Poi ud un altro rumore. Era di nuovo l'uccello. Il galletto
nero apparve impettito da una fessura nascosta pi avanti,
muovendo su e gi la testolina e camminando con un'andatura
meccanica, come se stesse cercando di togliersi dalla minuscola
testa l'idea che pi avanti potesse esserci qualcosa di
peggiore, peggiore perfino del folle Lucio Torchia che adesso
lo guardava con bramosia.
 mio sbrait Torchia, cercando di afferrare le ali e le
zampe dell'uccello che si dimenava.
Quando l'ebbe acciuffato, quando divenne evidente cosa
sarebbe successo, Dino Abati prese il bambino per le spalle e
cerc di spostarlo. Nemmeno lui voleva guardare. In quel momento,
solo gli occhi di Toni LaMarca luccicavano nella direzione
di Lucio Torchia.
Pensavo che avessi bisogno di un altare disse Abati sottovoce.
Torchia emise un grugnito animalesco, poi gli scagli contro
una sfilza di insulti.
Pensavo, avrebbe voluto aggiungere Abati ma non os farlo,
che compiere un sacrificio malriuscito, precipitoso, inopportuno,
intempestivo, fosse peggio di non farne nessuno.
Si ud un gracchiare furioso e spaventato, uno stridio acuto,
poi nulla. Un odore - fresco, pungente e familiare - li raggiunse.
Il sangue aveva quasi sempre lo stesso olezzo, a
chiunque appartenesse.
Adesso il bambino stava attaccato a lui, tremava e rabbrividiva,
nervoso e teso come una corda. Abati lo strinse, cercando
di tenere nascosto il suo fragile corpicino. Torchia riconosceva
sintomi simili. Fomentavano la sua pazzia. Prese la carcassa
dalle penne nere e pass davanti a ciascuno di loro,
versando il sangue sulle loro mani e, ad Abati, sul volto.
Arriv ad Alessio. Dino Abati lo guard, senza sapere se in
quel momento la sua testa stesse davvero funzionando.
Quanto gli parve di vedere non aveva alcun senso. Di sua
spontanea volont, il bambino protese i pugni e li affond nelle
penne lucide bagnandosi le mani con movimenti rapidi e
impazienti.
Fratelli, disse Torchia guardandolo vedete? Lui ha capito.
Perch voi no?
Ma lui  un bambino, pens Dino Abati. Un innocente
convinto che questo sia un gioco.
Adesso dove andiamo? chiese Vignola.
Nella direzione da cui proveniva questa bestiaccia.
Dino Abati guard lo squarcio all'entrata.
Certo disse.
Con circospezione si protese verso il basso e afferr la mano
sinistra del bambino, adesso appiccicosa di sangue, poi si
chin sotto gli affilati denti di pietra che sporgevano dall'alto,
inclin in avanti il raggio della lanterna e procedette con
cautela lungo il sentiero illuminato, sentendo lo strascichio
di piedi alle sue spalle e cercando di costringere la testa dolorante a pensare.
...
.
...
Capitolo 33.
...
.
...
Costa trov il corridoio e l'interruttore della corrente, lo fece
scattare su e gi sapendo che non sarebbe servito a nulla.
Giorgio Bramante aveva manomesso i contatori, interrompendo
in qualche modo l'erogazione dell'energia elettrica a
tutto il piano. Se Costa doveva credere all'agente all'ingresso,
l'uomo si trovava nell'edificio da poco pi di mezz'ora, accompagnato
solo da una recluta inesperta. Non da molto.
Poi si ricord di quanto aveva detto Falcone. Bramante era
un uomo intelligente, in gamba, abituato a stare al buio sottoterra,
a suo agio in un mondo sconosciuto dove la maggior
parte delle persone si sarebbe persa, pronto a improvvisare
una strategia mentre procedeva. Era un tipo che memorizzava
ci che vedeva e lo teneva da parte per sfruttarlo in seguito.
Su quel piano c'erano delle stanze per gli interrogatori. Ci
volevano solo un paio di minuti per arrivarci dal punto in cui
dormivano Falcone, Peroni e Teresa, passando per i vecchi
corridoi della questura fino alla cella del seminterrato in cui
Lucio Torchia era stato massacrato. Era possibile che Bramante
si affidasse ai ricordi, con un piano perfezionato negli anni
che aveva trascorso in prigione.
Giocava sempre le sue carte nei posti pi inaspettati. E,
quando si trattava di Leo Falcone, poteva semplicemente fingere
di essere qualcun altro, qualcuno che era minacciato, che
non costituiva una minaccia. Qualcuno in grado di convincere
gli altri a farlo entrare in questura dopo mezzanotte, quando
tutti erano un po' assonnati e troppo stanchi per porre le
domande giuste, perch tutta Roma, se non tutta l'Italia, aveva
guardato la televisione, letto i giornali e sapeva benissimo
che Leo Falcone stava cercando un uomo con quel nome.
Poi, probabilmente, Bramante avrebbe atteso il momento
in cui si fosse trovato da solo con un novellino che avrebbe potuto
mettere con le spalle al muro e picchiare fino a estorcergli
la verit, in fretta, prima che chiunque altro nella questura
sonnecchiante si svegliasse per quello che stava succedendo.
La verit era questa: Leo Falcone si trovava ancora nell'edificio,
profondamente addormentato da qualche parte al
piano di sopra, convinto di essere pi al sicuro l che in qualsiasi
altro posto.
L'idea era cos squallidamente banale da far sentire Costa
stupido per non averci pensato. Se fosse stato in buone condizioni
fisiche, Leo sarebbe stato sicuramente pronto per quell'evenienza.
Ma Falcone faticava a riscoprire quello che era un
tempo, e ci lo rendeva vulnerabile.
Vagliando le alternative mentre si faceva strada lentamente
e con circospezione nell'oscurit insolita della questura,
Costa si rese conto di quanto adesso fosse ovvia la situazione.
Usc al centro del corridoio - per quanto gli fosse possibile
ipotizzare dove fosse - e inizi a seguire silenziosamente la
sagoma che aveva visto superare la porta in modo furtivo, diretta
alle stanze che si trovavano pi avanti. Teneva in mano
la pistola senza serrarla. Teresa e Peroni sarebbero stati al sicuro,
ma una parte del suo cervello stava gi iniziando a ipotizzare
cosa significasse il fatto che Leo Falcone non aveva risposto
al telefono.
Venne raggiunto da un suono che fendette lo spazio nero
come la pece davanti a lui: qualcuno stava camminando lentamente
facendo pi rumore di quanto Costa avrebbe potuto
sperare. Poi, il movimento cambi direzione e anche posizione,
passando rapidamente con un'indeterminatezza esasperante
n a sinistra n a destra, in un punto che non riusc a localizzare
del tutto prima che calasse di nuovo il silenzio.
Costa stava cercando di capire cosa fosse accaduto quando
qualcosa lo fece sobbalzare per lo spavento.
Un uomo stava respirando pesantemente, con gli ansiti affaticati
e aritmici di un individuo sotto sforzo, a una distanza
di non pi di un paio di metri da lui.
Si ricord che Giorgio Bramante era solo un essere umano.
Un assassino. Un padre che aveva perso il figlio. Allo
stesso tempo un criminale e una vittima.
Si arrenda, Giorgio disse forte e chiaro, cercando di
identificare la fonte del suono e chiedendosi se si trovava abbastanza
vicino da allungare una mano e tramortirlo finch
non fossero arrivati i rinforzi. Non si muova. Non pensi
nemmeno di poter scappare da qualche parte.
Quel sinistro senso di confusione torn a farsi largo nell'oscurit,
accompagnato dalla presa di coscienza che quel
mondo indecifrabile era un luogo in cui nulla possedeva solidit
o certezza. Alla fine avvert le ultime note di una risata
soffocata e gutturale ed ebbe l'impressione che Bramante
si fosse mosso con una velocit sorprendente, nel silenzio
pi assoluto, non appena si era reso conto di quanto fossero
vicini.
Ci ha messo tanto ad arrivare per essere cos giovane, signor
Costa.  stanco? Io no. Mi piace quest'ora della notte.
Quando ud il proprio nome, Nic Costa sent un brivido
corrergli lungo la schiena.
Si ud un trambusto da un punto al di l di dove doveva trovarsi
Bramante. Le stanze. Era Peroni con un tono di voce alto
e minaccioso. Costa aspett che la sua collera si placasse, poi
url perch tutti lo sentissero: Resta dentro, Gianni. Ho una
pistola. Lo tengo sotto tiro. Stanno arrivando i rinforzi.
Prima o poi.
Dalla porta lontana si levarono ancora dei rumori furibondi,
le voci di Peroni e Teresa che stavano litigando. Poteva immaginare
quale fosse il motivo della discussione: il buonsenso
che cozzava con l'istinto. In quel momento non aveva
bisogno di una distrazione simile.
Ha una bella fidanzata. E anche una bella casa, l fuori
sull'Appia. Pu davvero permettersela con uno stipendio da poliziotto?
No. Pi Bramante parlava, pi era facile localizzarlo e
tenerlo a bada. Era di mio padre. L'ho soltanto ereditata.
Bramante non rispose subito. Quando riprese a parlare, il
suo tono era cambiato. Meno divertito. Meno umano, in qualche modo.
Volevo che Alessio ereditasse la nostra casa sull'Aventino
disse senza nemmeno una traccia di emozione. Per allora,
probabilmente avrei estinto il mutuo.
Mi dispiace. Quanto accadde fu una tragedia. C'erano
degli uomini sulle scale esterne. Riusc a sentire il chiacchiericcio
confuso e il fremito reciproco dell'indecisione. Cercheremo
di scoprire cos'accadde. Glielo prometto.
A cosa serve, in nome di dio?
La veemenza e l'intensit del suo tono lo colsero di sorpresa.
Costa fece due lunghi passi verso la parete alla sua sinistra.
Era sciocco rimanere fermi.
Pensavo fosse ci che voleva.
Si trovava di nuovo altrove.
Volevo la sua fidanzata disse la voce giungendogli con
noncuranza dalle tenebre, di nuovo quasi rilassata. Sarebbe
andata bene per uno scambio. Proruppe in un'altra risata
secca e crudele. E per il resto.
Costa non abbocc. Si chiese cosa sperasse di ottenere
esattamente Bramante provocandolo in quel modo. Che si
lasciasse cogliere da un eccesso di rabbia e di conseguenza
uscisse allo scoperto?
 questo l'effetto che fa la prigione?
Di nuovo quel suono teso e divertito. Stavolta pi lontano.
Oh, s. Tira fuori l'uomo che c' in te.
Bramante si stava spostando nel punto in cui il corridoio si
apriva in un'area pi vasta all'esterno degli alloggi di emergenza,
un luogo usato per piccole riunioni informative e incontri
durante l'addestramento. Da un lato c'erano le camere
da letto, dall'altro alte finestre oscurate. Lo segu, cercando di
figurarsi mentalmente con pi accuratezza quella parte della
questura. La stazione di polizia gli era cos familiare che pensava
di conoscerne ogni singolo angolo. Ma la memoria non
contava nulla senza un indizio visivo. Non si era mai aspettato
di dover andare a tentoni come un cieco, sforzandosi di costruire
un'immagine tramite sensi che non avevano nulla a
che fare con la vista, l'udito, il tatto e l'odorato. Dote che Bramante
doveva aver perfezionato in tutto quel tempo trascorso sottoterra.
L c'erano alcune scrivanie. Una serie di sedie pieghevoli
che venivano sistemate e risistemate a seconda dell'occasione.
Quattro o cinque porte, forse sei, due che conducevano
agli alloggi, le altre a locali pi piccoli per le riunioni.
Per quanto si sforzasse, non riusc a ricordare dove conduceva
ogni porta, o come fossero stati lasciati le sedie e i tavoli
quella sera. Bramante sarebbe potuto entrare li dentro
quando i locali erano illuminati per controllare tutto prima
di tornare alla tromba delle scale, dove, ipotizz Costa, erano
situati i contatori, e di far piombare nel buio tutto il piano.
Poi, da dietro, ud un rumore improvviso: voci maschili,
grida infuriate, il suono prodotto dal metallo contro il metallo.
Far arrivare i rinforzi non sarebbe stato facile come pensava.
Costa riusc a figurarsi la porta antincendio pi chiaramente
di qualsiasi altra cosa su quel piano. L'enorme lastra di ferro
verde in cima alle scale, usata raramente se non durante le
esercitazioni, era il risultato di una richiesta dei vigili del fuoco.
Una volta che qualcuno la chiudeva e abbassava l'enorme
chiavistello, tutto il piano era sigillato. In qualche modo, Bramante
aveva trovato il tempo di farlo, e adesso i rinforzi erano
impegnati a prenderla a martellate sbraitando tra loro per trovare
una soluzione. Alcune parti dell'edificio che ospitava la
questura avevano trecento anni. Non avevano mai installato
un ascensore in quella sezione. Non era mai parso necessario.
Quanto tempo crede che abbia, agente Costa? gli chiese
la voce divertita, proveniente da un punto che non riusc a
localizzare. Voglio solo passare un po' di tempo con il mio vecchio amico Leo.
La sua voce esit ansiosa e aspra quando pronunci il nome di Falcone.
Mi ha sentito? grid l'uomo. Un paio di minuti del suo
tempo. Non ho bisogno d'altro. Una volta non era cos prezioso.
Non ricordo che allora si nascondesse al buio.
Si stava spostando. A Costa parve di iniziare a intuire dove
poteva trovarsi Bramante. Poi gli uomini alla porta si aprirono
un varco con qualcosa di simile a delle mazze, mentre le
loro grida riecheggiavano lungo il corridoio interminabile.
Costa ud una porta aprirsi davanti a s e un rumore che
ben conosceva: era Leo Falcone che strascicava dolorosamente
i piedi con l'andatura malferma di un uomo che cercava di essere di nuovo s stesso.
Si avvert lo schiocco metallico di un accendino. Una fiammella
balen nell'oscurit dal lato opposto della stanza. Riusc
a illuminare solo il profilo aquilino di Falcone e la parte
superiore del suo corpo: la testa calva, il naso grosso e storto,
il pizzetto brizzolato e una camicia bianca aperta sul collo.
Costa serr la pistola ancora di pi, sent il sudore gelido
renderla scivolosa nella sua mano e si spost poco a poco verso
l'uomo vicino alla fiammella, conscio che Bramante stava
facendo la stessa cosa.
Quattordici anni fa disse con noncuranza il vecchio ispettore
ero indaffarato a rinchiuderla in prigione per omicidio,
Giorgio. Purtroppo adesso dovr ripetere quell'esercizio.
Falcone tenne sollevata la fiamma.
Se c' qualcosa che desidera dirmi... attacc, con un tono di voce fermo e sereno.
I rinforzi erano quasi entrati ma si trovavano ancora a parecchia
distanza. Costa inizi a muoversi, chiedendosi a cosa
potesse servirgli la pistola e quanto potesse essere pericolosa,
con cos tante persone invisibili a riempire l'ombra intorno a loro.
Poi Falcone grid. La fiamma scomparve. Un gemito
smorzato, o forse pi di uno, squarci le tenebre che avvolsero
di nuovo ogni cosa, facendo perdere l'equilibrio a Costa
e inducendolo a chiedersi cosa si trovasse davanti e cosa dietro di lui.
La porta di ferro croll sulle vecchie piastrelle della questura
con un frastuono che riecheggi nell'edificio facendo
tremare il pavimento. Adesso una squadra di agenti furiosi
brancolava verso la piccola anticamera in cui Leo Falcone era
stato inghiottito dalla notte e da qualcos'altro.
Ha preso Leo grid loro Costa. Non sparate...
Ma le parole gli si mozzarono in gola. Adesso si era accesa
un'altra luce. Di nuovo il raggio della piccola torcia assicurata
all'elmetto nero sulla testa di una figura che si stava dibattendo
contro la parete opposta, lottando con Leo Falcone,
le braccia intorno alla camicia bianca. Stava accadendo qualcosa
che Costa riusciva solo a immaginare.
Ramment il mattatoio, i coltelli e l'immagine di Toni LaMarca,
a cui avevano strappato il cuore mentre era appeso
vivo a un gancio per la carne e fissava il volto dell'uomo che
lo stava assassinando.
L'arma era viscida tra le sue dita. Sent degli uomini attraversare
il corridoio, uomini che non avevano idea di cosa si
trovavano davanti e di come affrontarla.
Nic Costa ricord con precisione la disposizione di questa
stanza nascosta, poi punt la pistola di lato, lontano dalla squadra
in arrivo, verso i vetri impolverati delle finestre oscurate.
Premette energicamente il grilletto. Il rumore che produsse
fu cos forte che parve acquistare una consistenza reale, riverberando
intorno a lui come se molteplici armi da fuoco avessero
esploso le loro munizioni in pi dimensioni contemporaneamente,
rintronandolo al punto che non riusc a pensare,
non riusc a capire cosa stava succedendo intorno a lui, in un
mare di corpi che fluttuava verso la camicia bianca sul pavimento,
a malapena visibile nel raggio della torcia che adesso si
trovava allo stesso livello di Leo Falcone.
C'era qualcosa sul tessuto bianco. Una macchia scura e liquida.
Costa gett di lato la pistola, si apr un varco tra i corpi e
avanz finch non vide Falcone.
Una torcia si accese dietro di lui.
Lo spettacolo che gli si present non era quello che si era
aspettato: Leo Falcone li stava guardando tutti di traverso,
con gli occhi lucidi come la camicia macchiata di sangue che
gli aderiva al petto. La sagoma di un uomo era ancora avvinghiata
a lui, immobile, vestita di nero, con un casco dello
stesso colore calcato sulla testa.
Sta... attacc a chiedergli Costa.
Falcone si divincol per liberare le braccia dal corpo che lo
copriva.
S! rispose con astio. Adesso toglimelo di dosso.
Costa afferr il corpo dell'uomo.
Avrai bisogno di un coltello disse Falcone inspiegabilmente.
Cosa?
Gli altri gli si accalcarono intorno. Qualcuno port delle
altre torce. Costa sent Teresa Lupo gridare perch le permettessero
di passare. Avevano bisogno di un medico. Lo sapevano tutti.
Poi, infine, qualcuno trov i fusibili e fece scattare tutti gli
interruttori che Giorgio Bramante aveva manomesso per far
piombare l'intera sezione della questura in quell'oscurit che
considerava il suo elemento.
Le luci si accesero in una profusione improvvisa e accecante.
Costa sbatt le palpebre nel tentativo di dare un senso a
quanto stava vedendo.
Tra le braccia di Leo Falcone c'era lo stesso uomo che aveva
visto nel raggio della torcia. L'elmetto da speleologo era
rotto su un lato mettendo in mostra un cuoio capelluto umido
e lucido, sporco di sangue. Qualcos'altro, forse l'osso o
una specie di materia molle, era visibile al di sotto.
Una corda spessa teneva legati intorno alla vita Leo Falcone
e la figura vestita di nero. Era assicurata con un nodo intricato
e tenuta ferma da una specie di morsetto di metallo
che Costa ricordava dai tempi in cui praticava l'alpinismo. Si
chiamava moschettone.
Non sono stato io a sparargli disse Costa a bassa voce,
quasi tra s, mentre guardava Peroni inginocchiarsi e iniziare
ad armeggiare con la corda usando un temperino senza
che Falcone smettesse di divincolarsi con impazienza. Non
sono stato io a sparargli. Ho puntato la pistola verso...
Si interruppe per guardarsi intorno. Adesso che era illuminata,
la stanza non sembrava affatto il posto che si era figurato.
In realt, Costa non aveva idea di dove avesse puntato
la pistola. Era stato stupido scaricarla al buio. Se non fosse
stato per l'immagine di Falcone, intento a lottare con un uomo
che aveva massacrato un altro essere umano non molto
tempo prima, non avrebbe mai preso in considerazione un
gesto simile.
Infine, Peroni riusc a sbrogliare la corda, poi aiut Falcone
a rimettersi in piedi. Non stava nemmeno guardando nella
direzione di Costa. Stava fissando Teresa Lupo che era china
accanto all'uomo ferito, gli tastava il polso e si stava
apprestando a togliergli l'elmetto dalla testa ferita.
Non sono stato io a sparargli, per amor del cielo disse Costa
ad alta voce, conscio del gelo che lo circondava tra gli uomini
della squadra, ormai pi di una dozzina, arrivati ad assistere
allo spettacolo.
Che importanza ha? borbott uno di loro. Quante persone
ha ucciso in ogni caso?
L'agente tacque. Falcone lo guard in cagnesco, furibondo,
simile al suo vecchio io, nonostante il dolore sul viso giallastro
e grigio.
Nessuna disse Falcone con sguardo torvo. Assolutamente.
Si chin, allung una mano davanti a Teresa Lupo e
tolse ci che restava dell'elmetto dalla testa dell'uomo morto.
Nessuna.
Il volto era invecchiato rispetto a quello che Nic Costa ricordava
dagli archivi. Ma aveva ancora una folta capigliatura
di un rosso acceso, adesso impiastrata di sangue. Ciononostante,
i lineamenti di Dino Abati sembravano pi solcati
di rughe e appesantiti di quanto si addicesse a un uomo della
sua et, perfino da morto.
Costa ripens di nuovo all'addetto alle pulizie in fondo alla
centrale operativa, una persona che era rimasta in questura
per tutta la sera senza che nessuno la vedesse e ne mettesse
in discussione la presenza.
Non sono stato io a ucciderlo ripet Costa a bassa voce,
sollevato nel profondo.
Falcone abbass lo sguardo sul corpo che giaceva sul pavimento,
piegato in una scomoda posizione fetale.
No.  stato Giorgio Bramante a sparare a quel povero disgraziato,
mentre voi correvate avanti e indietro come degli
idioti. Adesso... dove si trova? Non credo ci sia qualcuno con
un briciolo di cervello davanti alla porta.
Fu Prinzivalli, il vecchio e arcigno sovrintendente in divisa
di Milano, a trovare infine il coraggio di parlare.
Pensavamo che fosse nei guai, signore rispose calmo,
senza nemmeno una punta di ironia. Sono sicuro di parlare
a nome di tutti se dico che siamo felici di esserci sbagliati.
...
.
...
PARTE SECONDA.
...
.
...
IL DIO DELLA MEZZANOTTE.
...
.
...
Capitolo 1.
...
.
...
Arturo Messina si trovava sul ciglio del colle ai margini del
Giardino degli aranci, intento a fissare al di l del fiume, perso
nei suoi pensieri. Accanto a lui, Leo Falcone aspettava, cercando
di essere un sovrintendente deferente e sforzandosi di
trovare le parole giuste con cui comunicare all'uomo pi anziano,
un commissario affermato e rispettato in tutta l'arma,
che forse si sbagliava. Di grosso e del tutto, in un modo che
avrebbe potuto mettere a repentaglio l'intera indagine.
Signore? disse Falcone in una pausa tra i rombi dei macchinari
sottostanti, due piccole scavatrici meccaniche che
scaldavano i motori in attesa di ordini, pi o meno come lui.
Ormai era tardo pomeriggio. Erano passate cinque ore da
quando il padre aveva denunciato la scomparsa del bambino.
Quattro ore prima, Messina aveva diramato un appello
agli studenti dopo aver ascoltato la versione di Giorgio Bramante.
Bramante era il loro professore. Li conosceva bene e li
aveva notati mentre fuggivano dall'uscita del dedalo sotterraneo
quando era riemerso per vedere se il figlio fosse in
qualche modo scappato senza di lui. Nonostante le sue urla,
erano fuggiti gi per il colle in direzione del campo dei pacifisti
al Circo Massimo, nel tentativo di confondersi tra le tremila
o pi persone che vivevano l nelle tende, protestando
quotidianamente per le continue atrocit perpetrate al di l
del mare, in quella che un tempo era stata la Jugoslavia.
Adesso, tutti gli agenti che Messina aveva potuto chiamare
a raccolta si stavano occupando del caso: met di loro dava la
caccia agli studenti, il resto era alle prese con le centinaia di civili
che continuavano a presentarsi per offrire il loro aiuto nelle
ricerche del bambino. C'erano troupe televisive e gruppi di
giornalisti tenuti a distanza dallo scavo dal nastro giallo che
delimitava il piccolo parco che dava sul Tevere. Una folla crescente
di astanti silenziosi, alcuni dei quali sembravano sul
punto di innervosirsi, si stava unendo a loro. In qualche modo,
la storia degli studenti era gi trapelata. Si iniziava ad attribuire
la colpa alla polizia con una rapidit e una sicurezza che
raggel Falcone. Alcune delle persone appostate in quel momento
sull'Aventino sembravano pronte al linciaggio. Se uno
di quegli studenti fosse emerso tra loro, Falcone sapeva che sarebbe
dovuto intervenire in fretta per proteggerlo dalla folla.
La razionalit e il senso della giustizia andavano a farsi benedire
in casi simili, privando un bravo agente del punto di vista
freddo e distaccato necessario in tutte le indagini.
Mentre il padre si univa alla ricerca del bambino, quasi
guidandola, la moglie si trovava a bordo di un furgone della
polizia all'interno della zona delimitata dal nastro giallo, se
ne stava in silenzio, fissando il mondo esterno con occhi
spauriti che sembravano albergare poca speranza.
E tutto ci su cui potevano basarsi era il fatto che, quando
Alessio era scomparso, si trovava nel profondo della terra
rosso scuro di quel tranquillo colle residenziale, non lontano
da un gruppo di studenti che probabilmente non stavano
combinando nulla di buono. Studenti che il padre aveva sentito
e rintracciato, dicendo al figlio di restare al sicuro dove si
trovava, solo per tornare parecchio tempo dopo - quanto? In
realt, non gliel'aveva chiesto nessuno - e scoprire che il bambino
era sparito, senza aver nemmeno trovato gli intrusi.
In pubblico, Bramante reag esattamente come ci si sarebbe
aspettati da qualsiasi individuo in una situazione simile,
il che fu motivo di riflessione per Falcone. Cera qualcosa in
quell'uomo che lo preoccupava. Sembrava troppo perfetto,
moderatamente sconvolto, quanto bastava per consentirgli
di conquistare la compassione altrui, ma mai, nemmeno per
un attimo, al punto da perdere il controllo.
C'era anche il problema della ferita. Bramante aveva un
taglio di un rosso acceso sulla tempia destra, conseguenza,
disse, di una caduta mentre arrancava nelle grotte in cerca
del figlio. Le ferite interessavano sempre Leo Falcone e in
circostanze normali avrebbe colto l'opportunit di esaminarla
pi attentamente. Arturo Messina glielo imped. Per lui, la
soluzione risiedeva negli studenti. Falcone non credeva che
sarebbero rimasti liberi a lungo. Nessuno aveva precedenti
penali, anche se uno, Toni LaMarca, proveniva da una famiglia
nota per i suoi legami con la criminalit. Gli sembrava
che fossero giovani normali, scesi nelle grotte sotto l'Aventino
per motivi che la polizia non riusciva a capire. Messina
sembrava ossessionato dallo scoprire quali fossero. La stessa
questione interessava anche Falcone, sebbene non quanto i
problemi che riteneva pi rilevanti. Innanzitutto cosa ci faceva
l Giorgio Bramante con suo figlio? E perch aveva un taglio
rosso e livido sulla fronte, che avrebbe potuto procurarsi
facilmente sia durante una rissa che per un semplice
incidente?
Dica gli ordin l'uomo pi anziano con malcelata impazienza.
Teme che questo caso interferir con il lavoro preparatorio
per gli esami da ispettore o qualcosa del genere? Ho
sempre saputo che lei fosse un tipetto ambizioso, ma per il
momento potrebbe lasciar perdere.
"Tipetto" mi sembra un po' ingiusto, signore protest
seccamente Falcone, che era parecchio pi alto del grasso
Messina.
Allora? Che c'? Non si tratta di nulla di personale, sa.
Penso che lei sia un ottimo poliziotto. Vorrei che, a volte, fosse
un po' pi umano. In casi come questo... Lei se ne va in giro
con quell'aria meschina come se non ne fosse minimamente
toccato. Peccato che il suo matrimonio sia fallito. I bambini
fanno miracoli nel tenere a freno gli uomini.
Stiamo formulando parecchie ipotesi. Mi chiedo se sia
saggio.
Adesso mi starei comportando da stupido?
Non ho affatto detto quello, signore. Vorrei semplicemente
che non ci concentrassimo solo sulle cose pi ovvie.
Il motivo per cui le cose ovvie sono ovvie replic Messina
stizzito  che di solito sono quelle che ci permettono di
ottenere risultati. Forse, al giorno d'oggi, non  una teoria di
moda agli esami da ispettore, ma  cos.
Signore, ribatt Falcone non sappiamo dove possa essere
il bambino. Non sappiamo come o perch sia successo
tutto ci.
Gli studenti! sbrait Messina. Gli studenti! Come tutti
quei maledetti anarchici nelle loro tende che rovinano il centro
di Roma e fanno tutto quello che vogliono, anche se non
penso che la riguardi granch.
C'erano stati due arresti al campo dei pacifisti. Avevano
avuto altri problemi in occasione di eventi religiosi. Rispetto
al derby Roma-Lazio, questo non era nulla.
Non riesco a scorgere nessun rapporto con il campo dei
pacifisti... inizi a dire Falcone.
Il campo dei pacifisti. Il campo dei pacifisti? Cos'ha detto
che abbiamo trovato laggi in quelle maledette grotte? Me lo
ricordi.
Un uccello morto, con la gola tagliata, e qualche spinello.
Non era stato piacevole. Non era nemmeno un reato passibile
di impiccagione.
Non sto dicendo che non facessero qualcosa di sbagliato
laggi. Penso soltanto che ci sia una bella differenza tra un rito
di magia nera con l'aggiunta di un po' di droga e il rapimento
di un bambino. O peggio ancora.
Messina agit un dito davanti al viso di Falcone.
Ed  proprio l - l! - che si sbaglia. Ricordi le mie parole
quando diventer ispettore.
Signore, disse Falcone, con la collera che montava questa
faccenda non riguarda me.
Inizia tutto con "un po' di droga" e l'idea di poter piantare
una tenda nel cuore di Roma per dire al resto del mondo
di andare a farsi fottere. E finisce tutto agit una manona
verso la folla dietro il nastro giallo l fuori. Con un manipolo di persone che fanno affidamento su di noi per risolvere
un guaio che avremmo dovuto evitare prima. I bravi agenti
sanno che bisogna stroncare sul nascere questo tipo di comportamenti.
A qualsiasi costo. Non pu mettersi a leggere
qualche manuale mentre il mondo va in malora.
Si trattava di un punto di vista per il quale Falcone provava
un rispetto limitato, anche se in quel momento non aveva
intenzione di approfondire l'argomento.
Sto solo cercando di suggerire che ci sono strade che non
abbiamo ancora esplorato. Giorgio Bramante...
Oh, per amor del cielo! Di nuovo quella storia! Quell'uomo
ha accettato di accompagnare il figlio a scuola solo per scoprire
che gli insegnanti stavano tenendo una di quelle stupide
riunioni hippy che, senza dubbio, i tipi come lei considerano
una faccenda seria. Quindi l'ha portato al lavoro. I genitori lo
fanno, Leo. Io lo facevo e, che dio mi perdoni, adesso anche
mio figlio fa parte dell'arma.
Capisco che...
No. Non pu.
Non l'ha portato al lavoro. L'ha portato sottoterra, in uno
scavo di cui erano al corrente poche persone e che riteneva
completamente vuoto.
A mio figlio sarebbe piaciuto quando aveva sette anni.
Allora perch l'ha lasciato l?
Messina sospir.
Se ci fosse un ladro in casa sua, inviterebbe suo figlio a
guardarla mentre si occupa di lui? Allora?
Dovremmo interrogare Giorgio Bramante come si deve.
In questura. Dovremmo ripercorrere minuto per minuto
quanto  accaduto. Ha quella ferita. Inoltre...
Falcone si interruppe, conscio di essere sul punto di venir
guidato dall'immaginazione, non dal ragionamento. Ciononostante,
gli sembrava una faccenda importante ed era determinato
a renderne partecipe Messina. Quel pomeriggio, mentre
osservava Bramante unirsi alle squadre che cercavano
Alessio sull'Aventino, Falcone era sicuro che in certi momenti
quell'uomo fosse sulle tracce di una persona adulta. Era una
questione di postura. I bambini erano pi piccoli. Per quanto
illogico, a una distanza media, si tendeva a adattare lo sguardo
di conseguenza. Gli sembrava che Giorgio Bramante non
lo facesse. Il livello del suo sguardo era sempre orizzontale, come
se cercasse un adulto o qualcuno in lontananza e nessuna
delle due cose era sensata per un bambino di sette anni.
Messina spalanc gli occhi scuri per lo stupore mentre Falcone
si spiegava meglio. Indic la folla con il braccio destro.
Si aspetta che lo porti in questura per interrogarlo perch
c' qualcosa che non le quadra nell'angolazione della sua testa?
Sta parlando sul serio? Cosa crede che penserebbero?
Loro e i mezzi di informazione?
A me non interessa insistette Falcone. A lei? C' il problema
della ferita, del suo comportamento e delle lacune nella
sua storia. Per me  sufficiente.
 ridicolo. Mi dia retta, Leo. Anch'io sono padre. Il modo
in cui si comporta  esattamente quello in cui si comporterebbe
ognuno di noi in circostanze simili. Non potrebbe essere
pi disponibile, per amor del cielo. Come diamine avremmo
fatto a orientarci in quelle grotte senza di lui? Quando rintracceremo
quegli studenti, quando scopriremo cos' successo al
bambino... allora potr sedersi e seguire le sue stupide procedure.
Adesso mi dica come possiamo trovare quel bambino.
La ferita...
 stato anche lei in quelle grotte! Quella laggi  una
trappola mortale.  davvero sorpreso all'idea che qualcuno
possa inciampare l dentro? Crede che tutto il mondo sia perfetto
come lei?
Falcone non aveva una risposta valida.
Sono d'accordo rispose che laggi sia pericoloso. Anche
questo si ripercuote sui nostri sforzi per trovare il bambino. Ci
siamo spinti fin dove abbiamo potuto osare.  un luogo insidioso.
Ci sono gallerie in cui l'esercito non se la sentirebbe di
entrare. Non abbiamo sentito rumori. Abbiamo portato delle
attrezzature che si usano durante i terremoti per localizzare le
persone intrappolate. Nulla. Dovremmo seguire tutte le opzioni
possibili.
Messina si accigli.
Potrebbe essere privo di sensi, Leo. So che  scomodo ma
 un dato di fatto.
Mi hanno detto che la sua presenza dovrebbe comunque
essere rilevata dai dispositivi topografici termici se fosse privo
di sensi. Dato il poco tempo trascorso, la rileverebbero anche
se fosse morto. Ovvero, se si trovasse da qualche parte che potremmo
sperare di raggiungere.
Oh, no disse Messina, mestamente, quasi tra s, lo sguardo
fisso a terra, distante da tutto in quel momento, perfino dal
caso di cui si stavano occupando.
Per un attimo, Falcone si sent a disagio. Cera qualcosa nell'espressione
di Messina che non condivideva... Non poteva.
Un uomo che non era padre immaginare la perdita di
un figlio, provare piet o rabbia, essere determinato a raddrizzare
il torto. Ma sul volto di Messina c'era un'espressione che
Falcone poteva soltanto indovinare. Un sentimento che sembrava
dire:  rimasta ferita - forse irreparabilmente - anche
una parte di me.
Faccia in modo che non sia morto, Leo si lament Messina.
...
.
...
Capitolo 2.
...
.
...
Tale padre, tale figlio mormor Falcone mentre i tre entravano
strascicando i piedi nell'ufficio di Bruno Messina. Si
trovavano ai piani alti. Dalla stanza ad angolo del sesto piano
si sarebbe dovuto godere di una bella vista sulla piazza acciottolata
sottostante. Non videro nient'altro che una chiazza
di pietra marrone. La pioggia scendeva in strisce verticali. Le
previsioni dicevano che il periodo di tempo incerto sarebbe
durato per giorni: improvvisi temporali e pesanti rovesci interrotti
da brevi squarci di sole splendente. Si stava avvicinando
la primavera, una stagione di eccessi.
Messina era seduto su una poltrona di pelle dietro la sua
grossa scrivania ben lucidata e si sforzava di dare l'idea di avere
tutto sotto controllo. Era una messinscena di cui aveva bisogno.
Di primo mattino, Costa e Teresa Lupo avevano fatto un
giro della questura per tastare il polso della situazione dopo il
disastro della notte precedente. Il luogo brulicava di agenti.
Del posto, richiamati dalle ferie. E anche di fuori, dal momento
che Messina aveva richiesto un'indagine esterna sulle falle
nel sistema di sicurezza che avevano reso possibile l'aggressione
a Falcone, scegliendo saggiamente di sopportare l'umiliazione
di un esame minuzioso da parte di estranei prima che
gli venisse imposto. Nessuno sembrava ancora molto propenso
a incolpare Leo Falcone o quelli che gli stavano vicino. Come
avrebbero potuto? Ma l'inutile chiacchiericcio aveva iniziato
a diffondersi. Avrebbero cercato dei capri espiatori.
Il commissario aveva sospeso l'addetto alla sicurezza che
non era riuscito a capire che, in realt, il tesserino identificativo
usato da Bramante per spacciarsi per uomo delle pulizie
apparteneva a una donna a cui una settimana prima avevano
rubato la borsa mentre faceva spese a San Giovanni e che
adesso era in vacanza a Capri, fatto che sarebbe risultato ovvio
dall'agenda scomparsa insieme agli altri suoi effetti personali.
Il pivellino a cui Bramante aveva teso un'imboscata quando
aveva catturato Dino Abati adesso era a casa a riprendersi da
un grave pestaggio, spaventatissimo, sospettava Costa, per
quanto sarebbe successo quando l'indagine si fosse concentrata
su di lui. Messina stava agendo con una ferocia repentina
e spietata perch comprendeva che la sua stessa posizione
di commissario in carica solo da pochi mesi era compromessa.
Ci lo aveva portato a prendere le distanze da Falcone in qualit
di capo dell'indagine, nella speranza, forse, di far ricadere
la colpa sul suo subordinato se la situazione avesse iniziato a
precipitare.
L'effetto non era stato quello previsto. Quella mattina, la parola
sulla bocca di tutti era "negligente". I mezzi di informazione
si erano buttati a pesce su un omicidio avvenuto nel cuore
della questura del centro storico. I politici, che non perdevano
occasione per distogliere l'attenzione dai loro errori, stavano
iniziando a metterci le mani sopra. Quanto era successo, iniziavano
a sostenere gli esperti dentro e fuori l'arma, era dovuto
al fatto che adesso comandavano i giovani, Messina in particolare.
Erano troppo permissivi quando si trattava di questioni
di ordinaria amministrazione. Anteponevano la burocrazia
e i problemi procedurali agli aspetti concreti delle operazioni
di polizia vecchio stampo. Nessuno, si sussurrava,
aveva mai accusato Falcone di simili distrazioni. N avrebbero
dato adesso la colpa all'individuo in via di guarigione che si
aggirava a passo di marcia nella sua vecchia tana come un uomo
che aveva riscoperto il fuoco dentro di s.
Messina sembrava impaziente di spegnere quel fuoco riducendolo
in cenere. Il commissario guard i tre, Falcone, Costa
e Peroni, sedersi, poi afferm piuttosto seccamente: Ho coinvolto
un'altra persona nella gestione di questo caso, Falcone.
Non discuta. Non possiamo lasciare che un uomo conduca le
indagini sul suo stesso tentato omicidio. Lo stesso vale per voi
due. C' un giovane ispettore che voglio mettere alla prova.
Bavetti. Gli fornirete tutta l'assistenza...
Sta commettendo un errore disse freddo Falcone.
Non sono sicuro di voler sentire una cosa simile da lei.
Lo far comunque prosegu l'ispettore. In passato rimasi
in silenzio troppo a lungo quando un altro Messina fall.
Non intendo farlo di nuovo.
Maledizione, Falcone! Non tollero che ci si rivolga a me
in questo modo. Mi ascolti.
No! grid l'ispettore. Mi ascolti lei. Sono io quello che
Giorgio Bramante  venuto a cercare la scorsa notte, giusto?
Questi due e le loro donne sono stati fotografati da quell'uomo.
Questo non ci d dei diritti?
Messina incroci le braccia e si accigli.
No.
Allora, mi ascolti per il suo bene. Se il suo vecchio mi
avesse dato retta quattordici anni fa, non avrebbe mai lasciato
l'arma in modo disonorevole. Vuole fare la stessa fine?
Messina chiuse gli occhi. Falcone aveva colpito nel segno.
Senza perdere tempo, inizi a esporgli di nuovo le informazioni
che era riuscito a raccogliere nel corso della notte parlando
rapidamente, speditamente, senza dare minimamente a
intendere di essere rimasto traumatizzato dalle ferite subite
l'anno precedente o dalle attenzioni pi recenti di Giorgio Bramante.
Se qualcuno temeva che la sparatoria di Venezia avesse
ridotto le facolt mentali di quell'uomo, pens Costa, si sarebbe
presto ricreduto davanti al modo logico e preciso con
cui Falcone tratteggi, in pochi minuti, il quadro degli eventi
recenti e la sua reazione a essi.
Due agenti avevano passato la notte a eseguire verifiche
con i loro contatti presso i servizi sociali e gli ostelli che si occupavano
dei vagabondi. Era chiaro che Dino Abati era tutt'altro
che estraneo a quegli ambienti. Era un senzatetto ben
educato che non chiedeva mai pi che la semplice carit.
Quelli che avevano avuto a che fare con lui lo consideravano
colto, onesto e pi che smarrito. Inoltre, spiccava con quella
capigliatura fulva e la sua conoscenza della citt. Tenuto conto
dei fatti - Abati si trovava in Italia, al di fuori dei normali sistemi
di controllo dei documenti, delle tessere della previdenza
sociale e delle dichiarazioni dei redditi - la strada era il
posto pi ovvio in cui cercarlo. Si dava il caso che Bramante
fosse diversi passi avanti a loro.
Abati avrebbe dovuto trascorrere la notte prima in un
ostello gestito da un ordine di frati vicino a Termini. Alle ventitr,
dopo la cena libera e una serata trascorsa a guardare la
televisione, un membro del personale aveva trovato una lettera
anonima indirizzata a lui, lasciata alla reception da un
visitatore che nessuno aveva visto. Abati lesse la lettera e poi,
senza dire una parola, usc dall'edificio.
Avevano trovato la busta in un bidone della spazzatura nel
soggiorno comune, accanto al televisore. Diceva semplicemente:
"Dino. Oggi ho parlato con Leo Falcone. Te lo ricordi?
Pensa che sia arrivato il momento che voi due vi incontriate.
Sono d'accordo. Prima  meglio . O dovremmo discuterne
faccia a faccia? Giorgio."
Fantastico protest Messina. Quell'uomo  sempre
stato tre passi avanti a noi. Che cos'? Un sensitivo?
Diglielo ordin Falcone gelidamente.
Costa la fece breve. Aveva chiamato lui stesso la madre di
Dino Abati, dopo che la polizia del posto le aveva comunicato
la brutta notizia, poco dopo le otto di quella mattina. Tre mesi
prima, aveva ricevuto una lettera, apparentemente dallo scomparso
Sandro Vignola, in cui le si chiedeva con urgenza dove si
trovasse Abati. Conteneva dei dettagli personali che l'avevano
indotta a credere che il messaggio fosse autentico. Quando Costa
verific, scopr che si trattava del tipo di informazioni che
Bramante, in qualit di suo professore, avrebbe potuto conoscere:
date di nascita, indirizzi, luoghi di ritrovo per studenti a Roma.
Allora, ammise Messina malvolentieri avete trovato qualcosa.
C' dell'altro prosegu Costa. Stiamo eseguendo dei
controlli anche presso le altre famiglie. I Bellucci sostengono
di aver ricevuto una lettera simile, altrettanto convincente,
diversi mesi prima della morte di Raul.  ragionevole scommettere
che scopriremo che  stato usato lo stesso metodo
anche con gli altri.  cos che Bramante li ha rintracciati.
Il commissario rimase sgomento.
E non l'abbiamo mai scoperto? chiese incredulo.
L'ha detto lei stesso rispose Falcone. Erano casi distinti,
seguiti da personale di polizia diverso. Nessuno stabil un
nesso. Perch avrebbero dovuto? C' dell'altro. Nelle prime
ore di stamattina, abbiamo mandato degli uomini in tutti gli
ostelli in cui ci si aspetterebbe di trovare un vagabondo ben educato.
Costa sorrise. Era uno dei tipici tentativi di Falcone. Nove
volte su dieci non davano risultati. Poi...
Stanotte altri quattro ostelli vicino alla questura, in cui era
stato Abati, hanno ricevuto una lettera identica disse Costa.
Sono state consegnate nelle prime ore della sera. L'ostello di
Campo de' Fiori ha un filmato ripreso dalle telecamere a circuito
chiuso. Indossava una divisa da addetto alle pulizie, con
il nome della stessa impresa di cui ci avvaliamo noi. La scorsa
notte la sede dell'impresa ha denunciato un'effrazione. Sono
stati sottratti degli abiti e del denaro. Bramante aveva pianificato
di condurre Abati verso la questura. In che altro luogo sarebbe
andato? E se non fosse comparso, Bramante si sarebbe
accontentato di Leo... l'ispettore Falcone. Si chiama piano B. Messina imprec sottovoce.
Bel lavoro, agente mormor.
Mi limito a seguire gli ordini, signore.
Anche quello era vero. Quanto era accaduto recava la firma
di Giorgio Bramante, cosa che Leo Falcone aveva capito
fin dall'inizio. Tutto era stato previsto fino all'ultimo dettaglio,
con tanto di alternative se il piano originale fosse andato storto.
Ciononostante, Costa si sent inquieto. Bramante avrebbe
potuto uccidere sia Abati che Leo in quell'ultimo momento,
completando la sua lista per sempre. E l'indomani ci sarebbero
state diverse persone che, leggendo i giornali, avrebbero
provato solidariet nei suoi confronti.
Invece, Bramante aveva lasciato vivere Leo, e questo sembrava
toccare - far quasi infuriare - l'ispettore pi che mai.
Costa aveva gi scorto quel luccichio nei suoi occhi d'acciaio,
ma ormai non succedeva da un po'. Era ossessivo, e non solo
per l'implicazione personale. Tutto il mondo di Falcone era
concentrato su quel caso. Adesso non gli sarebbe importato
di nient'altro finch tutti i pezzi del puzzle - compresa la sorte
di Alessio Bramante - non fossero andati al loro posto.
Ascolti, Leo, Messina sembrava conciliante si metta nei
miei panni. Lei  coinvolto in questo caso. Lo siete tutti e tre.
Eravamo gi coinvolti ieri sottoline Falcone. Allora
non mi sembrava che ci la preoccupasse.
Messina parve scoraggiato. Non doveva essere del tutto
padrone di s, pens Costa. Doveva aver ricevuto delle pressioni
dall'alto. La carriera di un giovane commissario poteva
dipendere da come gestiva casi difficili come quello.
Ieri pensavo che sarebbe stato semplice. O arrestava
Bramante rapidamente e si copriva di gloria. Oppure mandava
tutto all'aria e - siamo onesti - sarebbe stata la fine. Sarebbe
potuto andare in pensione. Come mio padre.
Falcone rimase impassibile.
Continuo a non capire cosa sia cambiato.
Cos' cambiato? Glielo dico io! Questa bestia sanguinaria
non sta fuggendo da noi. Ha la sfacciataggine di portare le sue
manie omicide fin qui, maledizione. Questo  un gioco completamente
diverso. Non posso... Per un attimo distolse lo
sguardo da loro. Non posso basare le mie decisioni su questioni
personali. Voglio solo che tutto questo pasticcio venga
risolto. Adesso. Per sempre. Senza altri cadaveri. Tranne quello
di Giorgio Bramante. Ci ha gi causato abbastanza dolore per una vita intera.
Peroni si sporse in avanti e picchiett con forza la scrivania con il grosso indice.
Crede che non lo vogliamo anche noi?
Certo ammise Messina, arretrando sulla sua poltrona di
pelle. A nessuno piaceva l'espressione di Peroni quando si
infuriava.  solo che non intendo correre altri rischi. Cosa
ne pensereste voi tre di una bella vacanza? Alle spese ci penser
io. Basta che stiate attenti all'alcol. Magari in Sicilia. Portate
anche le vostre donne. Pure il medico legale. Per un paio di
settimane. Un mese. Non importa.
Si guardarono l'un l'altro. Fu Peroni a parlare per primo.
Con chi crede di avere a che fare?
Cosa intende dire? ribatt cautamente il commissario.
Peroni rispose subito.
Che razza di poliziotto in servizio attivo potrebbe abbandonare
un caso come questo per starsene fuori stagione in
un albergo a sbevazzare vino alle spalle dei contribuenti solo perch lei non vuole averci intorno?
Non  quello... attacc a dire Messina.
Che razza di superiore potrebbe anche solo prendere in
considerazione l'ipotesi di fare una proposta simile? soggiunse
Peroni interrompendolo.
Messina prese una penna e l'agit in direzione dell'omone.
Quel genere di poliziotto a cui non piace andare ai funerali.
Lo trovate cos grave? Cercate di capire. Non so se riuscir
a salvarvi. Tutti. Se non posso garantirvi la sicurezza all'interno
della questura, dove diamine dovrei sistemarvi? In
prigione? Come farebbe a condurre un'indagine da l, Leo?
Mi risponda.
Falcone ci pens sopra per un attimo.
Mi tengo questo caso per altri due giorni. Le do la mia parola
che non mi metter in pericolo. Per quanto riguarda i
qui presenti Costa e Peroni, dipende da loro. Penso che possano badare a s stessi.
Esatto, signore disse Costa.
Se non ci saranno progressi concreti, prosegu Falcone
se non avr rinchiuso Bramante in prigione entro quarantott'ore,
potr affidare tutta la baracca a Bavetti. Questo  il patto.
Messina rise. A giudicare dal suono sembrava non lo facesse spesso.
Un patto? Un patto? Chi diamine si crede di essere per venire
qui a propormi patti?  uno storpio che vive della gratitudine
guadagnata in passato. Non abusi della mia pazienza.
Le mie condizioni sono queste.
Messina produsse di nuovo quello strano rumore secco.
Condizioni. E se le dicessi di andare al diavolo?
Allora darei le dimissioni rispose Falcone. Poi farei
qualcosa che non ho mai preso in considerazione prima
d'ora. Uscirei subito di qui e direi a quegli sciacalli dei giornali perch.
Le dimissioni ripet Peroni. Adoro quella parola.
Poi infil la mano nella tasca della giacca, estrasse il portafogli,
tir fuori il distintivo e lo pos sulla scrivania.
Costa lo guard, fece la stessa cosa, quindi pos anche la
pistola che aveva usato inutilmente la notte prima.
Peroni guard l'arma, poi Costa.
Non ti sono mai piaciute le armi, vero, Nic?
Ci sono parecchie cose di questo lavoro che si finisce per
odiare disse Costa senza distogliere nemmeno per un attimo
l'attenzione dal superiore, che si trovava dall'altro lato
della scrivania. Si tratta solo di imparare ad accettarle.
Messina li guard in cagnesco.
Me lo ricorder, bastardi borbott, infuriato. Quarantott'ore,
Falcone. Dopodich non dovr preoccuparsi di Giorgio Bramante, ma di me.
...
.
...
Capitolo 3.
...
.
...
Fecero colazione in veranda: caff e brioche con vista sul
duomo. Il tempo era cambiato. Nuvole cariche di pioggia avevano
cinto con ali grigie la citt collinare di Orvieto. Quel giorno
non avrebbero fatto passeggiate, come avevano programmato
i due uomini. Emily si sarebbe riposata e avrebbe
pensato un po' al caso. Non troppo, per. Si sentiva ancora
stanca, scombussolata, e non solo a causa della telefonata di
Nic che l'aveva turbata e dell'ansia che era seguita. Non era andata
a letto prima delle tre, quando aveva scoperto che lui era
al sicuro. Nemmeno allora aveva dormito bene. Non riusciva
a smettere di pensare alla scomparsa di Alessio Bramante, e si
chiedeva se il solito ottimismo disinteressato di Nic potesse essere
fondato. L'istinto le diceva il contrario. A volte bisognava evitare l'istinto.
Pietro era rimasto per la notte. Sembrava risentire dei postumi
della sbornia. Anche Raffaela, a essere sinceri. Si era ritirata
in un angolo con giornale e caff dopo una breve conversazione,
un rapido scambio di convenevoli, una domanda
sulla salute di Emily e una serie di osservazioni sulla natura
prevedibile degli uomini. Nonostante il trambusto in questura,
Falcone non aveva mai telefonato. N aveva risposto alla
chiamata di Raffaela quando, in preda alla disperazione, la
donna aveva tentato di mettersi in contatto con lui intorno alle
due. Emily aveva cercato di dirle che era impegnato. Ma
non era servito a niente. Non era bastato a rassicurarla.
Poi, dopo che Arturo e Pietro ebbero riordinato le tazze e i
piatti, Emily si ritir nello studio, accese il computer e pass
mezz'ora a leggere i giornali americani ordine: il Washington
Post e il New York Times. Quei pilastri su cui poteva fare affidamento
di tanto in tanto, icone consolidate che non cambiavano
mai, erano sempre l quando se ne aveva bisogno. Non era
in cerca di notizie. Ma della loro presenza. Emily Deacon aveva
vissuto in Italia pi che nella nativa America. Tuttavia, sapeva
di non appartenere completamente al Paese che iniziava
a considerare casa sua. Era priva della spontaneit, della naturalezza
e dell'apertura dei veri romani verso la vita. Non voleva
affrontare ogni giorno il bene e il male. A volte era meglio
eludere l'argomento, fingere che non esistesse. Mentire, nella
speranza che presto, forse gi domani, la settimana successiva
o anche mai, si sarebbe potuto guardare in faccia la realt senza battere ciglio.
E quindi lesse pigramente di un mondo politico che ormai le
era estraneo, di partite di football e stelle del cinema, best seller
che non aveva mai sentito nominare e scandali societari che in
Italia non avevano nemmeno un briciolo di importanza. Dopo
un po', Arturo Messina entr con un caff, che Emily rifiut.
Poi si sedette su una comoda poltrona di pelle all'estremit della
scrivania, bevve un sorso e disse molto educatamente: Sta
consumando troppa elettricit, Emily. Ameno che non mi dica
che sta cercando qualcos'altro sul mio computer oltre ad Alessio
Bramante, giuro che spegner quel maledetto affare.
Sto leggendo dei New York Mets disse, ed era una bugia
solo per met. Era stata sul punto di approfondire i commenti
di Nic a proposito di quanto accadeva ai bambini rapiti
e di come venivano assimilati dalla cultura estranea in cui
si trovavano immersi. Ma ho finito.
Si appoggi allo schienale della sedia, chiuse gli occhi e
trasse un profondo respiro. Sarebbe stata una lunga giornata, con ben poco da fare.
Ieri sera ho parlato con il suo Nic le rivel.  un tantino
preoccupato per la sua salute. Non mi ero accorto...
Arturo indic con un cenno del capo il ventre di Emily.
Congratulazioni. Ai miei tempi avevamo l'abitudine antiquata
di sposarci e avere figli un po' pi tardi. Ma, naturalmente,
sono una specie di dinosauro, quindi, cosa ne so?
E la pi grande avventura che una coppia possa intraprendere
insieme prosegu Arturo. A qualsiasi costo. Per
quanto a volte possa essere dolorosa, e lo sar, posso garantirglielo.
Tuttavia, deve ricordarsi che i bambini danno pi di
quanto si possa immaginare. Ti riportano con i piedi per terra
e ti fanno capire che questo  il posto giusto in cui stare. Quando
li si guarda crescere, giorno dopo giorno, si capisce di essere
piccoli e mortali e di dover trarre il massimo da ci che si ha.
Ci si rende conto che ci troviamo tutti qui solo per poco tempo
e che abbiamo qualcuno a cui lasciare una parte di noi stessi
prima di andarcene. Quindi, se si  fortunati, si perde un
briciolo di arroganza. Non si  pi la stessa persona.
Me l'hanno detto.
Ma non pu capire. Nessuno di noi pu, finch non succede. E poi...
Un'ombra di preoccupazione gli attravers il volto.
Poi, non si pu pi vedere il mondo in nessun altro modo
prosegu. Sospetto che questo sia un difetto per un
agente. Emily, non voglio parlare del caso se la turba.  una
faccenda molto seria. Ho chiesto alla polizia locale di appostare
una pattuglia davanti al cancello. Non voglio che si senta
poco sicura per qualsiasi motivo. O infelice. Legga un libro.
Le porter qualcosa dalla citt se vuole. Probabilmente
posso procurarle un vero giornale americano.
Emily fiss la cattedrale bianca e nera in lontananza, che
brillava sotto la pioggia battente.
Non verr qui, Arturo. Questa faccenda riguarda Roma.
Sta mettendo in scena l'ultimo atto. Non lo farebbe da nessun'altra parte.
Messina rise.
Capisco perch Leo le ha mandato quelle carte. Magari
avessi avuto vicino una persona come lei tanti anni fa.
Emily dovette dirlo.
Aveva Leo.
Lo so replic l'uomo, con evidente rimpianto. E fui
molto duro con lui. Crudele. Non penso sia un termine esagerato.
Fu lui a indurmi a esserlo. Poche persone ci riescono.
Ma Leo era maledettamente risoluto. Come se nulla di tutto
ci lo toccasse davvero. Era solo un caso come un altro. Sa essere
cos... esasperante. Con quei suoi modi di fare freddi e distaccati.
Quello non  il vero Leo. Nel profondo del cuore  un uomo
premuroso. A volte, sente il bisogno di nasconderlo. Non so perch.
Arturo sollev un sopracciglio cespuglioso.
Mi fido di lei. Tuttavia gli devo delle scuse. Continuo a
pensare a quanto accadde allora. Al modo stupido e ostinato
in cui gestii la faccenda. Avrei dovuto dargli pi ascolto.
Ma... Non fin la frase.
Ma cosa?
Gliel'ho detto! Anch'io ero padre. Leo no. Eravamo due
uomini che consideravano gli stessi fatti da punti diversi dell'universo.
Io riuscivo a pensare solo ad Alessio Bramante,
che si trovava da qualche parte sotto quel maledetto colle.
Forse, ferito. Privo di coscienza. Lo si sarebbe potuto salvare
e questo  quanto qualsiasi padre avrebbe sperato di fare in
quelle circostanze. E una specie di inclinazione naturale,
qualcosa di genetico che si limita a balzare fuori da sotto la
pelle. Salva il bambino. Salva sempre e comunque il bambino
e tieni le domande per dopo. Tutto il resto era un problema
collaterale. Leo ha questa capacit insopportabile di
prendere le distanze dall'aspetto emotivo di un caso. Non lo sopportavo.
Fin il caff.
Se devo essere sincero, lo invidiavo aggiunse. Aveva ragione.
E io torto. Allora lo sapevo, ma ero troppo testardo per
ammetterlo. Avremmo dovuto porre molte pi domande
mentre cercavamo di trovare Alessio. Ma Giorgio Bramante
era un bravo professore universitario di ceto medio con delle
buone conoscenze. Mentre loro erano un gruppo di sudici studenti
che fumavano spinelli. Mi sembrava tutto cos ovvio. Mi comportai da sciocco.
Emily si protese in avanti e gli tocc una mano. In quel momento,
qualcosa parve muoversi dentro di lei. Come un calore
sotto la bocca dello stomaco. Era impossibile capire se fosse
una sensazione positiva o negativa, di gioia o di dolore.
Non sappiamo cosa accadde, Arturo. Non ancora. Forse
quegli studenti uccisero davvero Alessio. Magari per sbaglio.
Quelle grotte erano pericolose. Forse il bambino gli
sfugg semplicemente e cadde in qualche voragine. Ed erano
troppo spaventati per ammetterlo. O...
L'idea di Nic non voleva abbandonarla e non solo perch
era tipica del suo carattere e le ricordava in modo significativo
perch lo amava.
Magari  ancora vivo.
L'uomo la guard, poi i suoi occhi si spostarono verso la finestra,
non prima che Emily vi scorgesse una punta di tristezza.
Non l'aveva notata prima.
Non  vivo, Emily. Non si illuda. Non  quello il modo di
affrontare il problema.
Non lo sappiamo insistette Emily. Brancoliamo nel
buio per tantissime cose. Perch il bambino si trovava l? Perch
Bramante lo lasci da solo? La verit  che non capiamo
quasi nulla di quell'uomo.
 vero ammise Arturo mestamente.
Anche adesso, prosegu lei non sappiamo dove diavolo si trovi. Deve avere accesso a delle attrezzature. A del denaro.
Alle notizie. Ma non riesco a credere che sia rintanato
da qualche parte in un appartamento. Sarebbe troppo pericoloso,
e Giorgio Bramante non  un uomo che corre rischi
inutilmente. Non quando crede di avere delle questioni in sospeso.
Messina si illumin subito.
Suvvia, suvvia. E ovvio dove si trovi Giorgio, non crede?
Davvero?
Certo! Ha trascorso quasi tutta la sua vita nella Roma che
tutti noi non vediamo mai. Sottoterra. Non ci  mai stata?
Solo una volta. Ho visitato la Domus Aurea di Nerone.
Avevo la claustrofobia.
Ah! Permetta a un vecchio poliziotto di dirle una cosa. La
Domus Aurea  solo una piccola parte di quanto  rimasto.
Laggi c' un'intera citt sotterranea, vasta quasi come ai tempi
di Cesare. Ci sono case, templi e intere strade. Alcune di esse
sono state portate alla luce. Altre non erano mai state
completamente ricoperte di terra per qualche motivo. Parlai con
un paio di speleologi convocati da Leo. Veneravano Giorgio.
Quell'uomo era stato in luoghi che loro potevano solo sognare,
met dei quali non figuravano nemmeno sulle cartine. Ecco
dov', Emily. Non che adesso ci serva a qualcosa, vero? Se
volessimo trovare Giorgio oggi, la persona migliore a cui rivolgersi sarebbe... Giorgio! Fantastico!
Emily ci pens su, e lo scombussolamento nel suo stomaco
cess.
Immagino che non abbia mai tenuto in gran conto i metodi
di indagine scientifica, vero?
No, a meno che non fossi davvero disperato ammise.
Di questi tempi non si pensa ad altro, vero? Si resta seduti
ad aspettare che un civile con addosso un camice bianco fissi
una provetta, poi indichi una fila di indiziati e dica: " lui."
Che si usino pure se ce n' bisogno. Ma i crimini vengono
commessi dalle persone. Se si vogliono risposte, si deve interpellare
un essere umano. Non un computer.
Ho un'amica medico legale che dovrebbe conoscere. In
parte  d'accordo con lei.
Davvero? Sembrava perplesso.
Ho detto "in parte". Adesso posso fare una telefonata?
Arturo Messina le pass il telefono, poi, per pura curiosit,
colleg anche l'apparecchio per le teleconferenze.
Ascolt la conversazione breve, sagace e alquanto incisiva
che segu, poi osserv: Un giorno mi piacerebbe conoscere
questa dottoressa Lupo. Adesso dovrebbe riposare. Gli uomini penseranno al pranzo.
...
.
...
Capitolo 4.
...
.
...
Il vento aveva cambiato direzione durante la notte. Adesso
era una forte corrente occidentale, le cui raffiche trasportavano
umidit e freddo raggelante dalle acque calme e grigie del
Mediterraneo prima di avanzare verso l'aeroporto e le pianure
dell'estuario del Tevere per formare una pesante coltre nera
di nuvole, oscurando la luce e facendo piombare la citt in
una sfumatura monotona di grigio.
Si trovavano in piazza dei Cavalieri di Malta e tremavano di
freddo, chiedendosi da che parte iniziare. Ficcanasate aveva
detto Falcone. Per lui era un ordine eccezionalmente vago.
Peroni si era acquattato per sbirciare attraverso il buco
della serratura.
Non vedo niente protest. Ne sei sicuro? Non si tratta
solo di uno dei tuoi trucchi?
Quali trucchi? protest Costa, allontanandolo per dare
un'occhiata di persona.
Il viale di cipressi era l come ricordava, e anche il sentiero di
ghiaia, adesso lucido per la pioggia mattutina. Suo padre gli
aveva mostrato quel piccolo segreto quando Costa era poco
pi che un bambino. Quel giorno splendeva il sole. Riusciva
ancora a rammentare la cupola di San Pietro che si ergeva fiera
e maestosa sulla riva opposta del fiume, situata esattamente
al centro della cornice costituita dagli alberi e dal sentiero
sotto un cielo azzurro color uovo di tordo. Ma oggi, al di l dei
filari verde scuro del fogliame, non vedeva nient'altro che una
massa grigia e informe di nuvole, alte volute di cumuli che calavano
sulla citt oscurando tutto ci che inglobavano. Dall'angolo
dietro di loro, che conduceva verso il Circo Massimo,
provenne un suono che gli ricord il motivo per cui si trovavano
l. A scuola era l'ora della ricreazione. L'allegro brusio di
bambini si levava al di sopra dell'alta parete che li separava dal
pubblico, un vociare pieno di vita protetto dall'asprezza del
mondo dalle bianche mura di Piranesi, simili ai bastioni di un
piccolo castello delle fiabe.
Ne sono sicuro disse Costa allontanando la testa dalla
porta. I due carabinieri che erano sempre appostati l, per
qualche strano motivo incaricati di sorvegliare la villa dei
Cavalieri di Malta, li guardavano interessati.
I ricordi infantili non sono quasi mai affidabili, Nic
esclam Peroni con un assennato cenno del capo. Per anni
sono stato convinto di avere una zia Alida. Fino all'et di...
oh, dodici anni pi o meno. Quella povera donna era puro
frutto della fantasia. Il che era un peccato perch era molto
pi simpatica di quasi tutti i miei familiari.
Esit con aria imbarazzata.
Uno degli uomini in uniforme blu si avvicin e scocc loro un'occhiataccia.
Cosa volete? chiese il pi giovane dei due carabinieri.
Aveva circa l'et di Costa, era pi alto di lui e di bell'aspetto
ma con un volto arrogante e teso che gli conferiva un non so che di sgradevole.
Un piccolo aiuto cameratesco non sarebbe fuori luogo
rispose Peroni estraendo il distintivo e la foto pi recente di
Giorgio Bramante di cui disponevano. Vi prego, ditemi che
quest'uomo carismatico dorme profondamente su una panchina
da qualche parte dietro l'angolo. Dopodich, potremo occuparci noi di lui. Non c' problema.
...
.
...
Capitolo 5.
...
.
...
Leo Falcone sapeva di doverlo dire. Per necessit. E per riportare
Arturo Messina con i piedi per terra.
Potrebbe trovarsi in un posto completamente diverso
insistette Falcone. Magari hanno litigato. Il bambino  scappato...
Messina si accigli di nuovo.
Non hanno litigato. Il padre l'avrebbe detto. Vorrei che si
concentrasse sulle questioni importanti, Leo. Sul bambino scomparso.
Lo sto facendo rispose seccamente Falcone. Ci  rimasto
ben poco da fare oltre alle cose ovvie. L'esercito ha mandato
altri due esperti per appurare fino a che punto possono
spingersi. Quelle grotte non ci sono sulle cartine. Da quanto
mi hanno detto, probabilmente alcune arrivano fino al livello del suolo, poi terminano in sorgenti o corsi d'acqua. Le gallerie
potrebbero essere abbastanza ampie per un bambino,
ma troppo piccole per chiunque altro.
Messina indic con un cenno del capo le due piccole scavatrici
che erano state portate l su suo ordine personale.
Da quello che ho visto sulla cartina, possiamo scoperchiare
l'intero scavo in mezz'ora. Come se fosse un formicaio.
Potremmo guardare all'interno.
Falcone aveva sperato che non si arrivasse a quel punto.
Non  cos semplice. Questo  un sito archeologico protetto.
Lo era prima che si conoscesse la portata della scoperta di
Bramante. Adesso che l'hanno appurata, spetterebbe alle autorit
cittadine concedere il permesso. Verrebbe coinvolto lo
stesso Bramante.
Messina lo guard in cagnesco.
Qui  in gioco la vita di un bambino! E lei parla di nuovo
di questioni burocratiche?
Mi sto limitando a ricordarle i fatti.
Proprio. Vada a chiamare Giorgio Bramante. Subito!
Ci volle un quarto d'ora, durante il quale Falcone ricevette
una chiamata che si era quasi aspettato. Bramante si trovava
con una squadra di agenti in uniforme e civili a rastrellare il
bordo erboso del campo incolto che scendeva dal Giardino
degli aranci fino alla strada che conduceva al Tevere. Bramante
arriv senza porre domande e senza protestare. Ormai aveva
un'espressione scura e tetra sul volto. Ci non gli imped di
fissare i fotografi quando lo scovarono o di fermarsi brevemente
a parlare con i cronisti per rivolgere al pubblico un altro
appello. La ferita sulla fronte era un po' meno livida. Ben presto,
sarebbe sembrata una semplice ammaccatura.
Falcone attese la conclusione della breve intervista senza
rispondere ad alcuna domanda e desiderando pi che mai
chiudere Bramante da solo in una stanza per un po'. Quindi
raggiunsero Arturo Messina che si trovava ancora sopra l'ingresso
degli scavi e fissava in basso verso la galleria con il vecchio
cancello di ferro aperto. Era una piccola tacca nell'Aventino,
simile al cratere provocato da una bomba, una tasca di
terra piatta sul colle che poteva essere raggiunta tramite un
sentiero che scendeva serpeggiando dal Giardino. Le scavatrici
l'avevano seguito fin l. Adesso, gli addetti erano seduti
sulle macchine che rombavano nell'aria tiepida del tardo pomeriggio,
come bestie da soma di ferro che si riposavano prima
dell'imminente sforzo.
Ci sono novit? chiese Bramante non appena arrivarono.
No... attacc a dire Messina, poi Falcone lo interruppe.
Abbiamo trovato Lucio Torchia, signore. L'hanno scovato
in un bar frequentato da studenti a Testaccio. Era piuttosto
ubriaco. Adesso  in questura.
Sui lineamenti contriti di Messina comparve un sorriso
inaspettato.
Visto, Giorgio! Gliel'avevo detto. Stiamo facendo progressi.
L'uomo non gli stava prestando molta attenzione. Stava
fissando le scavatrici pi in basso.
Cosa state facendo? chiese Bramante cautamente.
Nulla rispose Messina senza il suo permesso.
Bramante scosse il capo.
Questo ... Gli addetti agli escavatori avevano sollevato
lo sguardo verso di loro, in attesa. Un sito archeologico.
Non potete distruggerlo... di nuovo.
Messina gli pos una mano sulla spalla.
Non possiamo scendere oltre senza quei macchinari. Se
il bambino si trova ancora l dentro, potremmo scoperchiare
lo scavo per vedere molto pi di quanto possiamo vedere
adesso.
 unico. Scosse di nuovo il capo, poi soggiunse acidamente:
Immagino che sia troppo aspettarsi che gente come
voi capisca.
Arturo Messina sbatt le palpebre, sorpreso dal suo tentennamento.
 esausto.  comprensibile. Non  necessario che lei resti
qui prosegu Messina. Vada a casa da sua moglie. Ha fatto
tutto il possibile. Adesso tocca a noi. Mander qualcuno con
lei. Falcone. O una persona meno deprimente.
Bramante li guard e si lecc le labbra.
Avete trovato Lucio disse piano. Lo conosco. Se parler
con lui, magari riuscir a farlo ragionare. Nemmeno lui
vorrebbe che questo sito venisse rovinato. Concedetemi un
po' di tempo.
Falcone muoveva i piedi nervosamente e continuava a
tossire nel pugno. I colloqui in questura erano riservati a poliziotti,
avvocati e indiziati. Non ai genitori disperati dei
bambini scomparsi.
Mi lasci pensare rispose Messina. Falcone, riaccompagni
Giorgio in questura. Tra poco verr anch'io. Voglio vedere
cosa succede qui. E inizier io l'interrogatorio. Nessun altro.
Intesi?
Falcone non si mosse.
Un colloquio condotto in presenza di un potenziale testimone,
cosa che il professor Bramante indubbiamente , non
sarebbe... molto ortodosso. Potrebbe causare problemi con
gli avvocati. Enormi problemi.
Messina sorrise, poi pos una mano sul braccio di Falcone
e strinse. Con forza.
Che vadano a farsi fottere gli avvocati, Leo disse allegramente.
Adesso se ne vada.
Falcone not l'espressione sul volto del suo superiore.
Messina voleva che loro due se ne andassero fuori dai piedi.
Non aveva intenzione di aspettare.
Signore replic Falcone, poi condusse Giorgio Bramante verso un'automobile della polizia, chiuse la portiera sul suo lato e ordin all'autista di portare l'uomo in questura ad attendere il suo arrivo.
Dopodich, si accese una sigaretta, fece due rapidi tiri, quindi la gett dietro uno degli aranci riarsi.
Il loro rapporto era gi rovinato, pens Falcone. Era impossibile peggiorare le cose.
Torn a raggiungere Messina che lo fiss infuriato.
Sta disobbedendo ai miei ordini. Come crede che reagir la commissione per le promozioni quando lo legger sul rapporto?
C' qualcosa che non va qui rispose Falcone. Lo sa. Lo so anch'io. Dobbiamo...
No! sbrait Messina. Il bambino  scomparso. Una volta che quelle macchine entreranno in azione, potrei trovarlo in qualsiasi momento. Finch non raggiungeremo il fondo, non mi importa un accidente di cosa pensa lei o di cosa combina Giorgio Bramante. Intesi?
...
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...
Capitolo 6.
...
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...
Il carabiniere pi anziano rise. Non era un suono del tutto sgradevole.
Credete che non sappiamo chi sia Giorgio Bramante?
chiese. Lavoriamo sull'Aventino. Conosciamo questa zona.
Allora, l'avete visto? chiese Costa.
I due si scambiarono delle occhiate d'intesa. Le cose non
sarebbero dovute andare in questo modo. Appartenevano a
due forze rivali, una civile, una militare. Non erano esattamente
ai ferri corti, ma non erano nemmeno amici del cuore.
Ascoltate, prosegu Peroni con il suo tono di voce pi
convincente, che strideva con il suo fisico e il suo aspetto da
delinquente possiamo rispettare le regole e fingere di non
esistere. Oppure possiamo fare una chiacchierata tranquilla
e amichevole e poi andare ognuno per la sua strada. Non dir
nulla se non volete. Che cosa c' di male?
 venuto qui due o tre settimane fa disse il pi anziano,
ricevendo in cambio un'occhiataccia dal collega. Ha posato
dei fiori nel parco laggi. Immagino dove scomparve il bambino.
Nessuno ha mai detto che fosse un cattivo padre convenne Peroni.
Ci indusse il pi giovane a parlare.
Era il miglior padre che si potesse avere, vero? Della gentaglia
ha ucciso suo figlio in quel modo. Cosa diamine vi
aspettate? Se aveste dei figli...
Lei ha dei figli? chiese Costa.
No rispose il pi giovane con un'espressione arcigna.
Allora... si stava accingendo a ribattere Costa quando Peroni
lo interruppe assestandogli una dolorosa gomitata nelle costole.
Io ho dei figli prosegu l'omone. Se qualcuno li toccasse...
Giusto convenne il pi giovane.
Non  pi tornato? chiese Costa.
I due si guardarono di nuovo l'un l'altro.
La moglie s rispose il pi vecchio. Non sapevamo chi
fosse finch una delle madri dei bambini che frequentano la
scuola non ce l'ha indicata. Nessuno riesce a mantenere i segreti
da queste parti. Ci si conosce tutti.
Cos'ha fatto? chiese Peroni.
Il carabiniere storse la bocca. Sembrava un uomo perbene.
Ha deposto anche lei dei fiori. Poi  rimasta seduta nel parco
per ore. Si  fatto cos tardi che mi sono chiesto se non sarei
dovuto andare a parlare con lei. Si gelava, per amor di dio. Ma
alla fine se n' andata.
L'agente esit, chiedendosi se fosse il caso di dire cosa gli
passava per la testa.
Pensate che potrebbe trovarsi qui in giro? chiese infine.
Dopo quanto  successo in questura ieri notte? Che disastro.
Non vi invidio per aver dovuto pulire tutto.
Peroni gli diede una pacca sul braccio e disse con estrema
sincerit: Grazie.
Negligenti disse il giovane. Del tutto negligenti. Ecco
cosa siete stati.
Il pi anziano rote gli occhi, guard il collega, poi disse,
con una triste aria rassegnata: Sai, preferirei che tenessi la
bocca chiusa un po' pi spesso. Sforna stronzate in continuazione.
Ho detto... Stava avvampando.
Non mi importa cos'hai detto. Questi uomini hanno
chiesto il nostro aiuto. Se possiamo fornirglielo, lo faremo.
L'altro non disse nemmeno una parola.
Un'ultima cosa prosegu quello amichevole, indicando
il collega con un cenno del capo. Lui ha parlato con Bramante,
vero? Gli si  avvicinato come se quell'uomo fosse un calciatore
famoso o gi di l. Ti sei fatto fare un autografo, eh, Fabiano?
Ti sei lavato la mano dopo che te l'ha stretta o cosa?
Il volto di Fabiano avvamp ancora.
Gli ho detto ci che pensavo. Che non sarebbe mai dovuto
finire in prigione per quel che aveva fatto.
Intendi dire per aver ucciso una persona? gli domand
il collega. Non mi sembra nemmeno che fosse in contrasto
con il suo carattere, vero?
Sto solo dicendo...
Non voglio sentire quello che hai da dire. Tieni, estrasse
una banconota dalla tasca e la gett all'altro carabiniere va'
in fondo alla strada e prendimi un caff. Il solito. Prendine
uno anche per te se vuoi. E due per i nostri amici.
Non abbiamo tempo, disse Costa ma grazie lo stesso.
Osservarono il carabiniere pi giovane attraversare la
strada strascicando i piedi, con la coda tra le gambe.
Sapete cosa mi preoccupa? chiese l'uomo scuotendo la
testa. Se succedesse di nuovo tutto quanto, la stessa situazione
con le stesse persone, un idiota come Fabiano commetterebbe
esattamente gli stessi errori. Penserebbe ancora di
poter sistemare tutto facendo a pugni.
Li guard in volto.
Lasciate che vi dica una cosa. Non era un eroe. Non giudico
le persone in base alle apparenze. Non sono cos stupido.
Ma c'era qualcosa di strano in lui. Ha permesso a quell'idiota
di adularlo come se fosse dio. Era... fuori luogo.
Peroni annu.
Capisco.
No. Ascolti. Non sono bravo con le parole. Incontrarlo mi
ha fatto accapponare la pelle. E successo anche con sua moglie.
Ho visto cosa accade quando si perde un figlio. Non 
facile. Ma dopo tutti questi anni, sembra ancora che sia capitato
ieri...
Costa non aveva pensato un granch a Beatrice Bramante.
Rosa Prabakaran la stava tenendo d'occhio. Se era coinvolta,
d'ora in poi sarebbe sicuramente rimasta alla larga dall'ex
marito.
Pensa che quei due si siano incontrati? La moglie e il marito?
chiese.
Io non me ne sono accorto. Sono venuti qui in giorni diversi.
Chi pu saperlo?
Sembrava che avesse bisogno di quel caff. E anche di
qualcos'altro. Come se volesse dire cosa gli passava per la
mente prima che tornasse il collega.
Per vi dir una cosa. Non  successo solo quella volta. E
tornato di nuovo. Cinque giorni o una settimana fa circa. Si 
recato in quel posto laggi.
Indic la piazza, in direzione di una porticina scura con vicino
un cartello, illeggibile da quell'angolazione.
Laggi sarebbe...? lo incalz Peroni.
Dov'era solito lavorare disse il carabiniere, come se fosse
ovvio. Dove tutti quegli archeologi stanno facendo quello
che stanno facendo.  entrato l e ce ne siamo accorti. Gridavano
e strepitavano. Li abbiamo sentiti fin qui. Stavo per andare
a chiedere se qualcuno aveva bisogno d'aiuto. Ma poi lui
 uscito di nuovo, scuro in volto, e si  limitato ad allontanarsi
lungo la strada come se niente fosse successo.
Costa guard il cartello sulla parete: il dipartimento di Archeologia
della Sapienza aveva un piccolo ufficio l, nascosto
dietro un muro, proprio come la villa dei Cavalieri di Malta.
Giorgio Bramante aveva rifiutato il suo vecchio impiego. Ma
era tornato comunque nel luogo in cui lavorava un tempo, ed
era un uomo che faceva tutto per un motivo.
Stanno ancora facendo ricerche nel sito? chiese. Il luogo
in cui scomparve Alessio?
Il carabiniere scosse il capo.
No, se hanno un briciolo di buonsenso. Quel posto  completamente
recintato. Qualsiasi cosa accadde allora trasform
l'intera area in una trappola mortale. Tutte le volte che
piove forte si forma una cascata di fango. Di tanto in tanto, i
bambini vanno l dentro a fare gli stupidi. Se li troviamo, li
cacciamo a casa a suon di ceffoni. E sottolineo a suon di ceffoni.
Non voglio che tornino.
Peroni guard Costa, si fiss le scarpe e sospir.
Cosa c' che non va? chiese il carabiniere.
Le ho appena pulite stamattina protest.
...
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...
Capitolo 7.
...
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...
Erano quasi le sette quando Arturo Messina sent di poter
lasciare l'Aventino. Un accidioso sole arancione incombeva
sul Tevere. I suoi caldi raggi serali trasformarono il fiume sottostante
in un serpente immobile e luminoso di acqua dorata,
fiancheggiato su entrambi i lati dal traffico che procedeva lentamente.
L'automobile della polizia, con il lampeggiante blu e
la sirena, si fece largo a fatica. Non aveva il coraggio di gridare
all'autista di fare pi in fretta.
Si gir a guardare il colle un'ultima volta. C'era parecchia
gente radunata sul lungotevere sottostante, e anche sul ciglio
dell'altura. Nessuno si muoveva. Perfino gli sciacalli della
stampa iniziavano a sembrare annoiati. Messina aveva fatto
l'agente di polizia per tutta la vita, in uniforme, in borghese, in
tutti i modi, prima di raggiungere i vertici. Conosceva quella
sensazione di stasi, l'impressione di avanzare faticosamente
nel fango, che attanagliava un'indagine quando la prima scarica
di adrenalina e la gamma delle possibilit erano esaurite.
Ormai rimanevano solo poche ore di luce. Le macchine si erano
date da fare nel tratto di terreno che scendeva a precipizio
sotto il Giardino degli aranci. Quello che all'inizio era sembrato
un compito semplice si era trasformato nel tentativo fallimentare
di spostare una montagnetta di terra e pietra che continuava
a sgretolarsi. Il pessimo geometra mandato dalla ditta
che aveva fornito le scavatrici sembrava irreparabilmente impreparato.
Nemmeno uno degli archeologi della squadra di
Bramante era disposto ad aiutarli; erano troppo infuriati per
l'accaduto. Adesso che Giorgio Bramante era andato in questura,
non c'era nessun esperto nei paraggi che potesse fornire
loro un parere su come procedere nel migliore dei modi.
Quindi continuarono ad avanzare a tentoni, mentre Messina
credeva ingenuamente che il lavoro sarebbe diventato pi
semplice man mano che proseguivano. Come scoperchiare
un formicaio e guardare all'interno, aveva detto a Leo Falcone.
Si stava illudendo. La realt era molto pi complicata. Il formicaio
era morto da tempo. L'interno era costituito da un labirinto
di gallerie e fenditure, pericolose, friabili, soggette a crolli.
Uno degli addetti alle scavatrici aveva minacciato di andarsene
perch era troppo pericoloso continuare. I genieri dell'esercito
si erano tirati indietro e si erano seduti per assistere agli
eventi dal monticello erboso accanto al parco fumando con
un'espressione sul volto che sembrava dire: "Dilettanti." Le
macchine avevano gi ridotto in macerie ci che, all'occhio
inesperto di Messina, sembrava un vasto tempio sotterraneo,
distruggendo manufatti visibili e rigettando il resto, e quanto
sembrava un abbondante mucchio di ossa rotte, nella terra
rossa. Sapeva che ci sarebbe stato un prezzo da pagare.
Nulla di tutto ci contava, fatta eccezione per una cosa.
Non c'era traccia del piccolo Alessio Bramante. Nemmeno un
brandello di stoffa, un'impronta nel terreno, un grido lontano,
un debole respiro o un battito del cuore rilevati dalle macchine
sensibili che Falcone aveva fatto mettere in azione.
Messina guard il traffico e disse tra s: un bambino non
pu sparire magicamente di propria iniziativa. Ormai la loro
unica speranza era estorcere una parte di verit a Lucio
Torchia. E subito. A qualsiasi costo.
Era seduto sul sedile anteriore dell'automobile come sempre.
Non gli piaceva considerarsi un superiore. Era la loro
guida. L'uomo che mostrava loro la via da seguire. Era ci di
cui le truppe - e i poliziotti erano una specie di truppa, anche
se non erano carabinieri - avevano bisogno.
L'autista era uno degli uomini in uniforme di cui si avvaleva
regolarmente: Taccone, un tizio poco brillante ma sostanzialmente
perbene sui trentacinque anni, che stava cercando
di superare gli esami per diventare sovrintendente.
Non era uno acuto, ambizioso e intelligente come Falcone.
Un commissario aveva bisogno di fantaccini tanto quanto di
un bravo agente, pens Messina.
Come reagirebbe se qualcuno facesse sparire suo figlio in
quel modo? chiese senza aspettarsi una risposta.
Taccone si volt a fissarlo. Nel suo sguardo c'era qualcosa
che Messina non aveva mai visto.
Come reagirebbe chiunque altro disse piano Taccone.
Porterei quell'individuo spregevole in una stanzetta appartata.
Mi assicurerei che non ci fosse in giro qualcuno di inaffidabile. Poi...
Era grande e grosso. Probabilmente l'aveva gi fatto in
precedenza, ipotizz Messina.
Quei tempi sono passati, amico mio. Viviamo in un'epoca
che rispetta le regole.  la procedura quello che conta.
L'impronta della legge. Operare correttamente.
Il traffico continuava a peggiorare. Il lampeggiante blu e la
sirena non conferivano loro nessun privilegio. Automobili,
autobus e camion intasavano entrambi i lati del lungotevere
mentre l'arteria si snodava oltre la piccola piazza della Bocca
della Verit. Pi in l, il campo dei pacifisti occupava quasi
tutta l'area del Circo Massimo, un esercito raffazzonato di
tende e corpi che si stendeva sotto il sole serotino coprendo
ogni centimetro dell'erba verde, brulla e spoglia, che un tempo
aveva ospitato l'ippodromo imperiale.
Taccone imprec, immise la Lancia sull'ampio marciapiede,
schiacci a fondo l'acceleratore e percorse pi di quattrocento
metri senza badare ai pedoni che gli facevano largo infastiditi.
Poi trov un varco al semaforo seguente, rientr nel
traffico in movimento e inizi ad allontanare chiunque altro
dalla strada comportandosi da prepotente.
Si trovarono davanti alla questura nel giro di pochi minuti.
Una ressa di cronisti, fotografi e troupe televisive si aggirava
intorno all'entrata. Sapevano che dentro all'edificio c'era
un indiziato, ipotizz Messina. Anche se un farabutto all'interno
dell'arma non avesse venduto per poco l'informazione,
Giorgio Bramante l'avrebbe sicuramente fatto al suo arrivo.
Era fatto cos. Dava corda ai mezzi di comunicazione,
sebbene gli consigliassero di fare il contrario. Bramante si
sentiva parte lesa, e come tale sarebbe sempre stato animato
pi da un senso di rivalsa che di normale avvedutezza.
Taccone si ferm di colpo, disperdendo i cronisti che si allontanarono disordinatamente.
Si volt a fissare Messina severamente.
Quei tempi sono passati, signore, disse piano solo se lo vogliamo.
...
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Capitolo 8.
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Quando Emily telefon, sugger che sarebbe stata una
buona idea confrontare campioni di terreno con qualsiasi altro
manufatto frantumato. Non disse: "Sto bene, non preoccuparti
e, comunque,  molto bello starsene rintanati qui in
un'elegante villa di Orvieto mentre tu tagli e cuci l'ultimo cadavere
della catena di montaggio."
Americani, esclam tra s Teresa Lupo. Avevano tutti bisogno
di un'etica del lavoro. Il problema era che ne bramavano
una anche quando non stavano lavorando.
Quindici minuti dopo, una cosa strisci fuori dalla gola
del defunto Toni LaMarca. Teresa grid quando la vide. Era
la prima volta che succedeva all'obitorio. E anche che appariva
un verme simile. Aveva visto molti oggetti strani sul lucido
tavolo d'argento che era il centro della sua vita lavorativa.
Nessuna l'aveva ancora spaventata, perlomeno non
seriamente. Ma vedere - da vicino, poich in quel momento
stava esaminando il volto del morto - una creatura pallida e
flaccida, gli occhi sporgenti, la testa triangolare e l'intero corpo
viscido lungo come un mignolo che usciva dimenandosi
dalla gola di un cadavere per poi posarsi sulle sue labbra fu
sufficiente a farla gridare, cosa che Silvio Di Capua trov
estremamente divertente.
Mezz'ora dopo, Silvio chiam l'amico di un amico che si rivel
essere Cristiano, il biologo evoluzionistico della Sapienza.
Cristiano era uno degli esseri umani pi alti che Teresa
Lupo avesse mai visto, dal momento che superava di pi di
una testa sia lei che Silvio. Era magro come un chiodo, completamente
calvo, con un volto emaciato e gli occhi fuori dalle
orbite. Avrebbe potuto avere un'et compresa tra i diciannove
e i trentasette anni e non sembrava interessarsi alle ragazze.
La notizia del verme lo eccit.
Pass mezz'ora a fissarlo da ogni angolazione attraverso
una lente di ingrandimento, poi chiese con ansia: Posso tenerlo?
 in custodia della polizia, Cristiano gli spieg pazientemente
Teresa. Non possiamo permettere a un essere simile
di andarsene in giro solo perch qualcuno si  affezionato
a lui.
Non  un lui. E sia un lui che una lei. Le planarie sono ermafrodite.
Questo piccoletto...
Teresa chiuse gli occhi e sospir, non riuscendo a credere
che si potesse parlare cos teneramente del disgustoso visciume bianco che adesso stava strisciando sul vetrino dei
campioni che Silvio aveva scovato per l'occasione.
...risale all'era glaciale. Ha l'appetito sessuale di una rockstar
degli anni Settanta.  un tipo da cinque volte al giorno se
riesce a trovare un compagno, e non bada molto nemmeno
alle circostanze. Inoltre, se lo si taglia in due, la testa o la coda
possono ricrescergli. Addirittura pi di una.
Quindi  un lui osserv maliziosamente Teresa.
Ho parlato in maniera informale per un pubblico di profani
insistette Cristiano.
 troppo gentile. Ha un nome?
Due. Lo chiamavamo Dugesia polychroa. Poi stabilirono
che un professore universitario defunto di nome Schmidt,
che aveva studiato a fondo l'argomento, aveva bisogno di
qualcosa per essere ricordato. Quindi cambiarono il nome in
Schmidtea polychroa.
Cristiano, disse Teresa stringendogli un braccio scheletrico
mi permetta di essere schietta con lei. Al momento siamo
un po' occupati da queste parti. Per esempio, questo "piccoletto"
si  fatto strada attraverso la bocca di un uomo a cui hanno
strappato il cuore con un getto d'acqua in un mattatoio, il che
non succede molto spesso. Inoltre, la scorsa notte qualcuno ha
fatto irruzione in questura, probabilmente con l'intento di ammazzare
un mio buon amico, poi ha ucciso a colpi di pistola un
testimone potenzialmente importante di questo stesso caso.
Spero di occuparmi di lui tra un po'. Il mio collega Silvio era del
parere che questa creatura potesse fornirci delle informazioni
significative. Mi farebbe immensamente piacere se potesse
darmi qualche piccolo indizio per capire se ha ragione.
Teresa fece una pausa a effetto, poi chiese: Che cos'?
Un platelminta.
Un semplice vecchio platelminta?
Silvio s'intromise nel discorso.
Non esistono "semplici vecchi platelminti", Teresa. Se
avessi dedicato un momento alla lettura di qualche saggio di
biologia evoluzionistica, lo sapresti. Questi affari...
Chiudi il becco! Teresa strinse il braccio di Cristiano. Prima
di andarsene, mi dica solo come ha fatto a finire l.  possibile
che si trovasse dentro di lui quando era ancora vivo?
Sta parlando sul serio? chiese, strabuzzando i grandi
occhi. Chi lascerebbe strisciare una creatura simile nella
propria gola?
Intendevo dire come parassita o qualcosa di simile. Come
un trematode.
Le planarie non sono parassiti!
Sembrava che Teresa avesse insultato un suo parente.
Allora cosa sono?
Perlopi saprofagi. Si nutrono di carne morta.
Quindi potrebbe essere strisciato nella sua bocca quando
era gi morto? O privo di coscienza?
L'uomo scosse il capo calvo in segno di forte dissenso.
Non mentre era privo di coscienza. Questi esseri non sono
sopravvissuti cos a lungo comportandosi da stupidi. Se ne
stanno lontano da qualsiasi cosa respiri a meno che non sia pi
piccola di loro. Se la cavano piuttosto bene a divorare piccoli
lombrichi se riescono a catturarli, ma non si spingono oltre.
Teresa ci pens su.
 tutta una questione di habitat disse. Vivono sottoterra.
Escono quando hanno fame. Quest'uomo  stato trovato in
una cripta vicino a un centinaio di scheletri risalenti al Medioevo
o a chiss quando. Immagino che sia un posto naturale per loro.
No.
Teresa avrebbe voluto non essere trattata come un'idiota
solo perch di recente non aveva trascorso un allegro pomeriggio
tra le pagine di Stili di vita di vermi ricchi e famosi.
Perch no?
Dov' il cibo? Dov' l'acqua? Hanno bisogno dell'acqua. Senza...
Questo escludeva uno dei modi in cui Toni LaMarca poteva
essersi ritrovato un platelminta bianco e viscido in gola.
Che ne dice di un mattatoio? sugger Teresa. E un luogo
pieno di carne. E anche di acqua. Potrebbero uscire di notte
dagli scarichi in cerca di avanzi.
Silvio tir su col naso.
Era un mattatoio molto pulito disse. Ho controllato attentamente
gli scarichi. Ci versano dentro tutte le sostanze
chimiche giuste. Dubito che qualcosa potrebbe sopravvivere
se gli venisse rovesciato sulla testa tutto quel disinfettante
ogni notte. Io non ce la farei.
Teresa guard Cristiano speranzosa.
Se gli scarichi vengono disinfettati adeguatamente, disse
l'uomo non possono esserci planarie. Perfino loro hanno
dei limiti.
E anch'io, pens Teresa.
La sera prima, mentre ammazzava il tempo nell'ufficio informazioni
della questura, aveva dato una lunga occhiata
furtiva ai documenti relativi alla scomparsa di LaMarca. Ci
era voluto un po' per rintracciare il ragazzo che era stato rapito
da Giorgio Bramante come esca. E un altro po' per convincerlo
a parlare. Quando lo fece, raccont loro qualcosa di
interessante. Toni LaMarca era stato portato via due notti
prima che il suo corpo comparisse in Santa Maria dell'Assunta,
non la notte che avevano ipotizzato all'inizio. Dall'autopsia
risultava anche chiaramente che era morto subito dopo
essere stato rapito, al macello, supponeva Teresa. La
chiesa era stata ispezionata dalla custode il giorno prima che
trovasse il cadavere. Non aveva notato nulla di insolito. Questo
significava che Bramante aveva nascosto il cadavere di
LaMarca da qualche parte - per un'emergenza improvvisa -
prima di trasferirlo nella destinazione definitiva. Poi, circa
trentasei ore dopo l'omicidio, Bramante aveva lasciato al Sacro
Cuore un indizio di quanto aveva fatto.
C'era della sporcizia sotto le unghie dei piedi di LaMarca e
tracce di terra sul suo corpo che la scientifica stava esaminando.
Ma il tipo di informazioni che avrebbe ottenuto da quelle
fonti poteva fornire solo una conferma. La terra non era unica
come il DNA. Se avessero nutrito dei sospetti su un luogo,
avrebbero potuto cercare un riscontro. Ma senza un punto di
partenza, tutto ci di cui disponevano era come quello stupido
verme bianco: informazioni prive di un contesto, dati che
fluttuavano nel vento senza appigli concreti che li rendessero
utili. Ci sarebbero volute delle settimane per ottenere un risultato,
ammesso che ci fossero mai riusciti.
Allora, dove? chiese Teresa.
Cristiano si strinse nelle spalle.
Come le ho detto, vicino all'acqua. Forse vicino a uno scarico
o a una fogna. Sottoterra o in superficie. Scelga lei.
Grazie mille borbott Teresa. Pu portare a casa il suo
animaletto. Purch tamburell con l'indice sul petto del fanatico
di vermi mi prometta di chiamarlo Silvio.
L'uomo esit e azzard uno sguardo all'amico.
Intende dire che non vuole che lo analizzi? Che esegua
qualche esame? Naturalmente sono mortali, ma non penso
che gli animalisti si metteranno a protestare. Intendo dire,
non  una specie in via d'estinzione.
La mente di Teresa era gi altrove. Lo voleva fuori dai piedi.
Le autopsie sui vermi non rientrano nel mio campo, Cristiano.
Ne parli con Silvio. Quando gli far comodo.
Ma...
Ma niente.
Diglielo gli ordin Silvio.
Cosa dovrebbe dirmi?
Si tratta di nuovo della faccenda del sesso rispose Cristiano.
Non ha sentito tutto quello che avevo da dire.
Teresa guard l'ora.
Trenta secondi.
Dipende se sono allopatrici o simpatrici, se sono sessuali
o partenogenetici...
Giuro che tra poco picchier qualcuno. Vada al dunque.
D'accordo. Alcune specie di planarie si incrociano e si accoppiano
tra loro. Altre restano da sole e si riproducono per
partenogenesi. Sviluppano cellule femminili senza aver bisogno
di fecondazione. Altre ancora... fanno entrambe le cose.
Picchier...
A Roma ci sono specie sessuali e partenogenetiche, entrambe
allopatriche. Questo significa che vivono in comunit
geograficamente diverse e, in sostanza, sono versioni lievemente
differenti dello stesso organismo.  importante. Ci
sono corsi d'acqua sotterranei rimasti allo stato naturale, a
volte non collegati, per duemila anni. Ci significa che nel
corso dei secoli si sono sviluppate centinaia di comunit di
planarie senza che nemmeno due di esse fossero identiche.
C' una squadra che le sta catalogando da pi di dieci anni
alla Sapienza oltre che in un paio di altre universit. Mi stupisce
che non ne abbia mai sentito parlare.
Non mi sono mai documentata sui vermi borbott Teresa.
Un altro fallimento personale. Allora, sta dicendo che se
seziona i suoi genitali al microscopio pu dirmi da dove proviene?
Da quale corso d'acqua?
Meglio ancora. Se  nel database, posso dirle il punto preciso.
Se dall'ingresso della Cloaca Massima o dall'uscita. Perch c' una bella differenza.
Teresa prese il vetrino dei campioni e scrut la creatura che vi si contorceva sopra.
Mi piacerebbe dire che far pi male a me che a te, mormor
ma non  cos. Silvio - tu, non il verme - fornisci
gentilmente a questo signore un camice bianco, un microscopio,
una scrivania e qualsiasi altra cosa di cui abbia bisogno. Ci
sono degli esseri umani che richiedono la nostra attenzione adesso.
...
.
...
Capitolo 9.
...
.
...
Judith Turnhouse non aveva le parole "stronza universitaria"
stampate in lettere dorate su una targa sopra la scrivania.
Per quanto riguardava Peroni, non ne aveva bisogno. Costa
osserv il suo linguaggio del corpo mentre entravano nell'ufficio
della donna nell'ingresso del dipartimento di Archeologia
della Sapienza sull'Aventino e si sent stringere il
cuore. Fu odio a prima vista. La Turnhouse dimostrava circa
trentacinque anni, era alta, tremendamente magra, con un
volto spigoloso incorniciato da spenti capelli castani. Era seduta
rigida e seria dietro una scrivania dove tutto - il computer,
le cartellette, i documenti e la tastiera - era stato disposto
secondo un preciso disegno simmetrico.
Prima ancora che Costa potesse finire le presentazioni,
diede un'occhiata ai loro distintivi e disse: Sbrigatevi. Sono impegnata.
Peroni trasse un profondo respiro e prese una statuetta di
pietra dalla scrivania.
Che fretta c'? chiese. Questa roba va a male?
La donna gli tolse di mano l'oggetto e lo rimise al suo posto.
Siamo a fine anno. Devo approvare un bilancio e scrivere
il rapporto annuale. Non si possono fare ricerche senza il sostegno
di una struttura amministrativa come si deve. Una
volta ci abbiamo provato.  stato un disastro.
Costa guard il collega e, senza che fosse stato detto loro,
i due uomini si sedettero su un paio di sedie davanti alla scrivania.
Judith Turnhouse si limit a guardarli, seguendo ogni
movimento con i suoi penetranti occhi grigio pallido.
Giorgio Bramante  un disastro? chiese Costa.
Avrei dovuto immaginarlo. Nel caso non ve ne foste accorti,
Giorgio non lavora pi qui. Mi hanno affidato la sua
cattedra qualche anno fa. E un lavoro impegnativo. Soprattutto
se lo si svolge come si deve.
Peroni parve perplesso.
Pensavo che Giorgio fosse una celebrit.  quanto dicono tutti.
Giorgio era un ottimo archeologo. Era il mio professore.
Ho imparato molto da lui. Ma non sapeva gestire l'amministrazione.
Non sapeva gestire nemmeno le persone. Al centro
di tutto c'era la ricerca e non i ricercatori.
Perfino un pittore ha bisogno che qualcuno gli paghi la
vernice sugger Costa.
La donna annu, sciogliendosi un po'.
Se vuole metterla in questo modo. Giorgio pensava che
tutto ruotasse intorno alla ricerca di un sacro graal chiamato
verit accademica. Il risultato? Trovammo uno dei pi grandi
tesori archeologici nascosti di Roma. Adesso sembra un
cantiere edile. E una tragedia.
A Costa parve che per Judith Turnhouse fosse pi tragico
della scomparsa di un bambino.
Era al corrente del sito segreto? chiese Peroni.
Naturalmente. Non si pu lavorare da soli in uno scavo di
quelle dimensioni. Giorgio si confid con cinque dei suoi migliori
studenti del corso di specializzazione e ci disse cosa stava
succedendo. Sgobbammo laggi per un anno. Ancora tre
mesi e avremmo potuto trovarci nella posizione di rivelare alla
gente cos'avevamo scoperto.
Cio? replic Costa.
Il mitreo pi grande e pi importante che qualcuno avesse
mai rinvenuto a Roma. Probabilmente la miglior fonte di
informazioni che avremmo mai potuto avere sul culto mitraico.
Ed  andato tutto perso.
No, sbott la donna  tutto ridotto in piccoli frammenti.
Tra cinquantanni, forse, quando tutti si saranno dimenticati
della faccenda di Giorgio, magari troveranno i fondi per cercare
di rimetterlo insieme. Pu darsi. Anche se allora non avr
pi alcuna importanza per me. Solo perch quello con cui ho
a che fare  eterno non significa che mi ritenga tale anch'io.
Peroni estrasse un blocco.
Vorremmo che ci fornisse i nomi degli altri studenti.
Per un attimo la donna pens di controbattere, poi snocciol
quanto volevano. Uno lavorava a Oxford, due negli
Stati Uniti e l'ultimo faceva il professore a Palermo. Non vedeva
nessuno di loro da anni.
Abbiamo finito? chiese.
Stiamo cercando di scoprire dove potrebbe trovarsi
Giorgio adesso rispose Costa. Stiamo cercando di capire
cos'accadde allora. Se questo possa esserci d'aiuto oggi.
Non...
Professoressa Turnhouse, intervenne Peroni stiamo
cercando di capire cos'accadde anche ad Alessio. Questo non
le interessa minimamente?
La donna esit, scocc a Peroni un'occhiataccia, poi disse:
Se volete davvero che vi aiuti, dovete piantarla con queste
stupidaggini. Non ho avuto nulla a che fare con la scomparsa
di Alessio. Non ho idea di cosa gli sia accaduto. Siete voi i
poliziotti, no? Non  compito vostro?
Costa tocc il braccio di Peroni per impedire all'omone di
reagire.
Sono d'accordo disse. Ed  per questo che siamo qui.
Com'era Giorgio a quei tempi?
La donna disse sottovoce qualcosa di breve, poi guard intenzionalmente
l'ora.
Inoltre, aggiunse Costa com' adesso? Cambiato o cosa?
La donna smise di fissarsi il polso e lo guard dritto in volto.
Judith Turnhouse non aveva paura di nulla, pens. Era
un'illustre professoressa, un ingranaggio importante di una
macchina importante, perlomeno nella sua testa. Non era
molto interessata a nient'altro.
Adesso?
 stato qui. Forse una settimana fa. Ha litigato con qualcuno.
Cos forte che l'hanno sentito perfino i carabinieri all'esterno.
Poi se n' andato infuriato. Suppongo che abbia litigato
con lei.
La donna giocherell con la penna sulla scrivania.
Davvero?
Sa, prosegu Costa solo con questa informazione potrei
rivolgermi a un magistrato. Giorgio  stato condannato
per omicidio e ha ripreso le cattive abitudini d'un tempo. Costituisce
una minaccia per la comunit. Potrei richiedere dei
documenti che mi permetterebbero di passare tutto al setaccio
qui dentro. I suoi computer. Le sue cartellette. Ogni sito in
cui lavora all'interno di quel colle...
Non stiamo lavorando da nessuna parte borbott. Di
questi tempi, tutto si svolge altrove.
Peroni sorrise e incroci le braccia enormi sul petto.
Potremmo restare seduti qui a fissarla cos a lungo che
quel rapporto di fine anno sar pronto l'anno prossimo. Se
sar fortunata.
Il suo volto pallido e ansioso era teso per la rabbia repressa.
Oppure, sugger Costa potremmo semplicemente farci
una chiacchierata amichevole, dare un'occhiata a quel sito
e andarcene di qui entro le dodici. Dipende da lei.
Judith Turnhouse prese il telefono, poi disse, con un accento
ancora marcatamente americano: Chiara? Cancella
tutti i miei appuntamenti.
Li guard di traverso.
Siete una coppia convincente, vero?
Cos dicono concord Peroni.
Lei, indic Costa che  quello educato, inizi a prendere
appunti. Le dir tutto ci che so sul caro, dolce Giorgio, passato
e presente.
Si avvicin a un armadio a muro, accanto alla finestra,
estrasse una tuta intera di un arancione intenso e se l'infil
con disinvoltura.
Dopodich, soggiunse Judith Turnhouse vi mostrer
ci che un tempo era una meraviglia.
...
.
...
Capitolo 10.
...
.
...
Entro le sette avevano trovato un solo studente, un solo indiziato:
Lucio Torchia. Falcone sospettava che ben presto
avrebbero scovato anche gli altri. Non erano tipi da restare
nascosti a lungo. Si drogavano, e soprattutto Torchia nutriva
un interesse profondo, quasi morboso, per le teorie di Giorgio
Bramante sul mitraismo. Ma nulla di quanto aveva visto
Falcone lo indusse a sospettare che fossero in grado di macchinare
la cospirazione di cui parlavano i mezzi di informazione.
Torchia era stato sistemato nell'ultima stanza per gli interrogatori
del seminterrato, un'ex cella senza finestre, dotata
solo di una bocchetta per la ventilazione e di un'illuminazione
accecante, di un tavolo di metallo e quattro sedie. Era il
luogo che riservavano ai soggetti pi difficili e a quelli che
volevano spaventare. Accanto a essa c'erano altre quattro
stanze che conducevano alla vecchia scala di metallo che
portava agli uffici del pianterreno. Quella sera non c'era nessun
altro che doveva essere interrogato. Falcone aveva intenzione
di lasciare aperte le stanze per gli altri studenti quando
li avessero trovati. Il caso Bramante era l'unico su cui era concentrata
la questura, e sarebbe rimasto tale finch non fosse
emersa una soluzione o non fosse parso chiaro che avevano
perso l'attimo, e l'indagine si sarebbe trasformata gradualmente
nell'operazione pacata e dimessa a conferma di quanto
adesso Falcone riteneva vero: Alessio Bramante era gi morto.
Dopo aver ricevuto l'ordine di attendere l'arrivo di Arturo
Messina, aveva parlato con lo studente solo per accertare lo
stretto indispensabile: il nome e l'indirizzo. Tutto il resto - i soliti
controlli e le solite procedure - doveva attendere. Sembrava
che Messina stesse improvvisando. Sembrava una reazione
pericolosa e inutile alle scene isteriche a cui si assisteva in
strada e in televisione.
Suscitando ovviamente l'ira dell'uomo, Falcone decise
anche che Giorgio Bramante avrebbe atteso altrove fino all'arrivo
di Messina. Sperava quasi di riuscire a far ragionare
il suo superiore. Poi, alle otto meno dieci, il commissario torn
in questura. Falcone lo guard in volto e cap che non valeva
nemmeno la pena di fare lo sforzo. L'uomo sembrava
arrabbiato come lo stesso Bramante, sebbene paresse anche
smarrito, cosa che Falcone non aveva notato nel padre.
Gli altri? domand Messina.
Li stiamo ancora cercando rispose Falcone. Li troveremo.
Non importa, borbott il commissario ne basta uno.
Dov' Giorgio?
Con riluttanza, consapevole che era inutile controbattere,
lui stesso and a prendere l'uomo.
Giorgio Bramante non disse nemmeno una parola quando
vide Messina. Cosa che, di per s, Falcone trov interessante.
Messina gli diede una pacca sulla spalla e lo fiss negli occhi.
Troveremo suo figlio disse con fermezza. Ci conceda
venti minuti da soli con quell'individuo. Dopodich, se non otterremo nulla... verr il suo turno.
...
.
...
Capitolo 11.
...
.
...
Era difficile credere che l ci fosse mai stato qualcosa di valore.
Al di l del Giardino degli aranci, sul ripido pendio che
conduceva gi dalla scarpata scoscesa sul lato dell'Aventino
che dava sul fiume, accanto al Clivo di Rocca Savella c'era
quella che adesso sembrava una discarica. Il suolo era irregolare,
costituito in parte da erba e in parte da terra scura. Bottiglie
di plastica vuote erano sparpagliate su cumuli di detriti
sotto basse sterpaglie rade. Costa scorse due siringhe usate
prima ancora di scendere a fatica lungo il sentiero stretto e
fangoso che partiva dal parco sovrastante, poi proseguiva,
tramite un percorso tortuoso e pericoloso, fino alla ressa sulla
strada sottostante lungo il fiume.
Incespicarono nel fango finch non si imbatterono in un
tratto di terra pi stabile. La pioggia aveva smesso di scendere,
probabilmente solo per un po'. Judith Turnhouse aveva
sollevato il cappuccio della tuta da speleologo. Si guard intorno,
fece una smorfia, poi abbass di nuovo il cappuccio.
 questo il posto? chiese Peroni.
Lo era rispose.
Costa prese a calci un paio di zolle erbose. Sotto c'era pietra,
la superficie venata di quella che sembrava una specie di
colonna.
Vennero con i bulldozer aggiunse. Demolirono tutto.
Quando la scoprimmo, tutta quest'area si trovava ancora
sottoterra. C'era un'entrata originaria a quindici o venti metri
di distanza, lass vicino al parco.
Intende dire che era stata edificata cos? chiese Peroni.
Sottoterra? Perch?
La donna si strinse nelle spalle.
Non lo sappiamo. Un posto come questo avrebbe potuto
aiutarci a capire. Il mitraismo era una specie di culto maschile,
diffuso soprattutto tra i soldati. Prevedeva codici comportamentali
severi, una serie di riti e gerarchie, con un unico capo
a detenere il potere assoluto. Fatta eccezione per poche
superficiali descrizioni contemporanee che sono sopravvissute,
possiamo solo formulare ipotesi sul resto.
Peroni guard torvo l'area che li circondava. Costa vide
quelli che sembravano i resti di gallerie ostruite e perfino alcune
piccole cavit. Abbastanza larghe per un bambino, forse,
ma non di pi.
Allora prosegu Peroni era come tutte quelle sciocchezze
sulla magia nera di cui si sente ancora parlare in campagna
di tanto in tanto?
No! si affrett a rispondere lei. Era una fede. Autentica.
Seguita molto attentamente, in segreto, da migliaia e migliaia
di persone. Il cristianesimo rimase in clandestinit per quasi
trecento anni prima di diventare la religione dominante. Il
giorno in cui accadde, il giorno in cui Costantino vinse a Ponte
Milvio, tutto qui venne distrutto per la prima volta. Da
qualche parte l dentro indic quella che sembrava essere
stata un tempo un'entrata, adesso ostruita da macerie e da
una rete metallica per tenere lontano gli intrusi rinvenimmo
i resti di pi di cento uomini che erano stati radunati e massacrati.
Dall'esercito di Costantino. Non poteva essere stato nessun
altro. Le prove si trovano ancora l dentro. Era uno dei
motivi per cui Giorgio era cos ansioso di far capire alla gente
la portata di quanto avevamo scoperto laggi. Ci sarebbero
state... ripercussioni.
Peroni guard Costa. I due ne avevano gi parlato.
Se Alessio si era perso, la faccenda sarebbe stata resa
pubblica comunque, no? chiese Costa.  possibile che Bramante
port l il bambino per quel motivo?
Turnhouse consider la domanda irrilevante.
Che ne so? Avete avuto quattordici anni per chiederlo a
Giorgio.
Allora perch  tornato da lei? insistette Costa.
La donna scoppi a ridere.
 assurdo. Voleva riprendersi tutte le sue vecchie cartellette.
I suoi rapporti. Le sue cartine. Tutto ci di cui si era occupato.
E...? chiese Peroni.
L'ho cacciato! Lavorava per l'universit. Tutto ci che
produsse durante gli anni di ricerca  legalmente nostro.
Non avevo intenzione di consegnarglielo.
Immagino che non ne sia stato contento disse Costa.
 un'abitudine che non ha perso in prigione ribatt lei.
Giorgio ha sempre avuto un caratteraccio. Ha inveito contro
di me come se fossi ancora un' ingenua studentessa. Non
lo accetto. Da nessuno.
La donna esit. C'era dell'altro.
Gli ho dato alcune copie delle cartine che voleva. Non ero
disposta a spingermi oltre. Avevo intenzione di telefonarvi
per riferirvelo quando ho letto cosa stava succedendo.
Tacque.
Peroni annu.
Quando? chiese.
Oggi pomeriggio.
Dopo il bilancio di fine anno?
Non mi tratti con condiscendenza. Judith Turnhouse
parl piano con rabbia crescente.
Costa stava ficcanasando all'estremit della radura verso il
colle. C'era una moltitudine di potenziali aperture e gallerie nei
cento e passa metri di terreno che si estendevano dalla recinzione
vicino al vicolo a strapiombo dall'altro lato del colle.
Dove sarebbe potuto andare un bambino in un posto come
questo? chiese, quasi tra s. Perch non lo trovarono?
Non lo so! esclam esasperata.
Lei scese laggi sottoline Peroni.
S! Ed  esattamente il motivo per cui non lo so. Le condizioni
qui erano le peggiori in cui mi sia mai imbattuta. Giorgio
correva rischi tali che a volte mi chiedevo se saremmo
usciti vivi da quel posto. Certe gallerie sotterranee erano cos
fragili che si poteva causare una frana solo posando una mano
sulla parete. Un incubo. Ci sono gallerie costruite dall'uomo,
fenditure naturali, scarichi... Certe parti si collegano con
almeno due diramazioni della Cloaca Massima in modi che
non comprendiamo nemmeno. Inoltre, ci sono anche passaggi
che conducono a sorgenti sul letto del fiume. Se un bambino
si perdesse l dentro potrebbe trovare un centinaio di voragini
diverse in cui precipitare, e tutte ne causerebbero la
morte. Oppure...
Li fiss.
Qualcuno avrebbe potuto gettarcelo.
Conosceva quegli studenti afferm Costa. Potrebbero
aver fatto una cosa simile?
Lucio Torchia aveva una mente contorta. Avrebbe potuto
fare di tutto. Ma credo comunque...
Judith Turnhouse pens a qualcosa. And a prendere una
delle bottiglie d'acqua vuote, con un'etichetta rosso acceso
ben in vista.
Se volete capire su cosa ci troviamo - un alveare che nessuno,
nemmeno Giorgio, si prese la briga di mappare - guardate
qui.
La donna tolse il tappo alla bottiglia, infil un po' di terra
nel collo come zavorra e si avvicin a una delle fenditure nella
roccia alle sue spalle.
 un trucco che imparammo quando lavoravamo qui.
Scommetto che succede ancora pi in fretta di allora. E scesa
pi pioggia. L'erosione  stata ancora maggiore. Guardate...
Fece loro cenno di avvicinarsi, tenne la bottiglia di plastica
sopra la voragine e la lasci cadere. Udirono l'oggetto rimbalzare
sulle rocce, sempre pi piano. Poi sentirono un tonfo
lontano nell'acqua. Poi nulla, fatta eccezione per il continuo e
debole sciabordio di una corrente distante che si muoveva
costantemente da qualche parte sotto di loro.
Pensavamo che fosse un canale naturale e che non avesse
mai fatto parte del tempio. C' una specie di corso d'acqua
che scende, s'imbatte in qualcos'altro nel colle e poi scorre fino
al fiume. Vedete laggi?
Indic la citt, in direzione di una zona di acqua schiumosa
sul lato pi vicino del ponte prima dell'isola Tiberina.
Vicino alla chiusa c' uno sbocco secondario della Cloaca
Massima, sull'ansa. Potete quasi vederlo. L'estremit risale ai
tempi di Claudio. Intorno a essa c' un arco moderno che
edificarono quando costruirono la strada e gli argini.
Costa scorse il varco in quel tratto dell'argine, in prossimit
delle acque agitate della chiusa.
L'ho visto disse.
Come noter tra un attimo, in qualche modo - e non riesco
proprio a capire come sia possibile - quel piccolo canale laggi
si fa largo attraverso diverse centinaia di metri di roccia orizzontale
e sfocia l. Quella su cui ci troviamo  pietra porosa,
piena di fratture, buchi e passaggi nascosti che non possiamo
nemmeno sognarci di registrare. Se un bambino cadesse in un
luogo simile...
Sospir e guard l'ora.
Allora, come ci vedete? Io non molto bene di questi tempi.
Purtroppo era l'unico trucco a effetto che conoscevo.
Molto bene rispose Costa guardando come un falco i
detriti che spuntavano all'improvviso.
Attesero cinque minuti. Non apparve nessuna bottiglia
rossa.
Quando l'ha provato l'ultima volta? chiese Peroni. Prima
o dopo la scomparsa di Alessio?
Non ricordo. Credo dopo.
Quindi sono passati degli anni? prosegu Peroni. Probabilmente
il canale  ostruito.
La donna scosse il capo.
No.  impossibile. Sappiamo quando c' un problema di
scarico da queste parti. Ci sono siti che si allagano subito. Dobbiamo
fare qualcosa. Non accade nulla di simile da parecchio
tempo. In una giornata come questa indic la schiuma vicino
alla chiusa, piccole onde bianche, vivaci e agitate senza
un'occlusione l'acqua dovrebbe scorrere pi liberamente del solito. Il
canale  ancora aperto qui. L'avete sentito voi stessi. Non so...
Per la prima volta da quando l'avevano conosciuta, Judith
Turnhouse parve insicura, vulnerabile, sfiorata dall'idea che
magari nel suo mondo potesse esserci qualcosa che non era
stato scoperto, etichettato e archiviato al sicuro per il futuro.
Potr sembrarvi stupido ma credo ci sia qualcosa che
non va disse cos sommessamente che parve non gradire il
suono della mancanza di fiducia in s stessa.
Costa abbass lo sguardo. C'era un sentiero angusto e scivoloso
che conduceva al vicolo del Clivo di Rocca Savella.
Poi bastava fare pochi passi per attraversare il trafficato lungotevere
e raggiungere alcuni gradini che terminavano vicino alla chiusa.
Le acque sembravano gelide, grigie e impetuose.
Forse ho bisogno della sua tuta osserv Costa, e non ud nulla in risposta, n proteste n obiezioni.
...
.
...
Capitolo 12.
...
.
...
Aveva ventun'anni ma, agli occhi di Falcone, non sembrava
del tutto adulto. Lucio Torchia aveva il ghigno sciocco e ingannevole
di un adolescente che aveva fatto qualcosa di male
e adesso li stava sfidando a scoprire di cosa si trattasse di
preciso.
Messina era seduto davanti a lui. Falcone occup una sedia
in un angolo ed estrasse un blocco.
Non ne abbiamo bisogno si affrett a dire Messina.
Falcone ripose il blocco e chiuse gli occhi per un attimo. Da
quanto aveva gi notato di Torchia, lo scontro era esattamente
ci che quello strano giovane desiderava.
Fa' un favore a tutti noi, figliolo attacc Messina. Conosci
il professor Bramante. Conosci suo figlio. Dicci dove si
trova Alessio. Non peggiorare la situazione.
Torchia ridacchi e ricambi lo sguardo. Puzzava di vino
da quattro soldi.
Inizi a tormentarsi le unghie.
Non parlo con la feccia come voi. Perch dovrei farlo?
Messina sbatt furiosamente le palpebre e riusc a calmarsi.
Questa faccenda riguarda la polizia disse con i denti serrati.
Quando ti pongo una domanda, esigo una risposta.
Torchia si protese al di sopra del tavolo, guard il commissario
negli occhi e rise.
Non ho sentito nessuna domanda, idiota.
Dov' il bambino? sbrait Messina.
Non lo so rispose, poi torn a tormentarsi le unghie.
Dicci perch ti trovavi in quel posto intervenne Falcone
ignorando lo sguardo caustico che gli lanci Messina.
Sono uno studente di Giorgio Bramante rispose come
se stesse parlando con un bambino. Ho il diritto di visitare
tutti i siti a cui sta lavorando per l'universit.
Falcone si sforz di interpretare l'atteggiamento di Torchia.
Era pieno di risentimento, aggressivo, poco disponibile.
Ma era anche a suo agio, il che sembrava strano.
Intendi dire che  stato Bramante a portarti l? chiese.
No!
Infine, la rabbia imporpor le guance di Torchia.
Ho dovuto trovarlo da solo. Chiedete a lui perch. Avremmo
dovuto essere una famiglia. Gli studenti. La facolt. Tutti
insieme. Gli unici segreti avrebbero dovuto essere quelli che
condividevamo.
Non si tratta del sito. Si tratta del bambino! gli sbrait in
faccia Messina, sporgendosi al di sopra del tavolo e sputando.
Torchia non trasal nemmeno. Falcone aveva gi visto tipi
simili. Anche se Torchia fosse stato picchiato, probabilmente
non gliene sarebbe importato granch. Ci non faceva altro
che confermare quello che pensava fin dall'inizio: si trovava
in compagnia del nemico.
Ero l a vedere ci che era mio di diritto disse lentamente.
Una cosa che Giorgio avrebbe dovuto mostrarci molto tempo
fa.
Falcone accost la sedia al tavolo e guard Torchia negli
occhi.
 scomparso un bambino, Lucio disse. Da qualche parte
in un posto pericoloso. Ti hanno visto uscire di l. Sei fuggito...
A nessuno piace la polizia si affrett a dire. Perch dovrei
aiutarvi?
Perch pu aiutare Alessio!
Non so nulla.
Siete fuggiti ribad Falcone. Tutti. C'era un motivo se
l'avete fatto. Dobbiamo sapere qual era. Se ad Alessio  successo
qualcosa di brutto, capisci di certo che verrete incolpati
voi. A meno che tu non ci dica...
Non ho visto il bambino.
Stava mentendo. Come se si trattasse solo di un gioco. A
Falcone parve che Lucio Torchia li stesse prendendo in giro
semplicemente perch gli andava.
Chi altro c'era? chiese Messina. Voglio i nomi.
Non tradisco i miei compagni disse, poi torn a fissarsi
le unghie.
Messina sembrava stremato. Torchia pareva irremovibile.
Tutte le emozioni che provava erano saldamente trattenute e
soffocate all'interno della sua corporatura scheletrica.
Non era nemmeno stata attuata nessuna delle procedure
consuete, tutto secondo le direttive di Messina: Torchia non era
stato sistemato in una stanza a cuocere nel suo brodo. Le formalit,
le parole che avrebbero dovuto essere lette... Tutti i passaggi
indispensabili per interrogare un indiziato erano stati saltati.
Un bravo avvocato sarebbe andato a nozze con le lacune
che si erano gi lasciati dietro. Messina si era fatto ossessionare
dal bambino, senza pensare alle possibili conseguenze. Agli
occhi di Falcone, era stupido e pericoloso. Di recente la questura
aveva perso due casi di alto profilo, in cui il colpevole l'aveva
fatta franca solo a causa delle falle nella procedura. Sarebbe
potuto accadere di nuovo con estrema facilit.
Non era stata svolta anche un'incombenza pratica: una perquisizione.
Vuota le tasche disse Falcone.
Un lampo di paura balen nei suoi occhi. Lucio Torchia si
era ricordato qualcosa.
Vuota le tasche, Lucio ripet Falcone. Voglio vedere
tutto. Posa il contenuto lentamente davanti a te, un oggetto
dopo l'altro. Non tralasciare nulla.
Il ragazzo imprec. Poi infil una mano nella tasca dei
pantaloni ed estrasse alcuni fazzoletti, qualche banconota e
delle monete. Un mazzo di chiavi. Un accendino e alcune sigarette.
I dorsi delle mani erano ricoperti di graffi. Segni lasciati da
unghie, pens Falcone, riflettendo mestamente sul fatto che,
se fosse stata seguita la procedura corretta, ci sarebbe stato
notato e sottoposto a un'indagine scientifica.
Sei ferito osserv.
Torchia si guard le mani e si strinse nelle spalle.
La mia ragazza si  presa delle libert stanotte. Sa come
sono fatte.
Non credevo avessi una ragazza.
Rise.
Anche la giacca gli ordin Falcone.
Non c' nulla.
Messina gir intorno al tavolo e si avvent su di lui stringendo
con i grossi pugni il tessuto dozzinale. Torchia si lament,
spaventato ma ancora spavaldo.
Ho detto... strill lo studente, cercando di divincolarsi
dalle braccia forti di Messina.
Il commissario estrasse qualcosa dalla tasca destra della
giacca e lo pos sul tavolo. Falcone fiss l'oggetto. Si trattava
di un paio di occhiali giocattolo, del tipo che si vedeva nei luna
park. Le lenti erano semiopache, divise in sezioni luccicanti.
Alessio ne aveva un paio simile quando  scomparso
disse Falcone a bassa voce. Ce l'ha riferito suo padre. Erano
un regalo di compleanno. Ieri ha compiuto sette anni.
Per un attimo, non parl nessuno. Poi Torchia protese una
mano, prese gli occhiali e li indoss, spingendoli sul naso
quando scivolarono in avanti.
Li ho trovati da qualche parte. Tutto qui. Cristo. Adesso
vedo un milione di brutti bastardi come voi. Che razza di giocattolo
schifoso da regalare a un bambino per il compleanno!
Se li stava togliendo quando Messina gli assest il primo
pugno. Colp Torchia alla nuca, facendogli battere con violenza
il volto contro il tavolo di metallo. Gli schizz del sangue
dal naso.
Messina gli appiopp altri cinque o sei colpi quando Falcone
li raggiunse. Lucio Torchia era rannicchiato a terra, e si
copriva il viso con le braccia. Falcone non pot fare a meno di
notare che stava ridendo.
Signore esclam Falcone, invano. Signore.
Messina gli sferr un ultimo calcio, poi si lasci allontanare
verso la fredda e umida parete di mattoni della cella.
 inutile insistette Falcone. Se il bambino  vivo, non ce
lo riveler. Se  morto e glielo estorcer a furia di botte, non potremo
portarlo in tribunale. Questo... pronunci lentamente
le parole ...non... funzioner.
Torchia stava ancora ridendo. Si pul il sangue dalla bocca.
Sembrava che un paio di denti fossero gi stati rotti dai piedi
di Messina.
Continui pure a scalciare, vecchio ciccione sibil Torchia.
Non vi dir un accidente, stronzi. Mai.
Messina indietreggi. C'era un'espressione stravolta nei
suoi occhi, che Falcone non riconobbe. Non sapeva come procedere.
E Falcone era consapevole che c'era un solo modo di
farlo. Si sarebbero dovuti attenere al lavoro paziente e perseverante
della polizia. A interrogatori lenti e implacabili. Nessuna
delle due cose sembrava appropriata alla luce dell'unica
certezza che adesso aveva l'impressione si stesse diffondendo
all'interno e all'esterno della questura: Alessio Bramante si trovava
da qualche parte, gi morto. Si trattava solo di recuperare
il corpo.
Lo consegni al padre gli ordin Messina.
Gli occhi di Torchia scintillarono di un misto di paura e interesse.
Cosa?
Se non parli con me, parlerai con Giorgio Bramante!
sbrait Messina.
Torchia si asciug il sangue dal volto e mormor: Non ho
nulla da dire a nessuno di voi. Voglio un avvocato. Non potete
picchiare le persone in questo modo. Voglio un avvocato.
Subito.
Messina si alz e spalanc la porta della cella. Bramante
era gi l in piedi in attesa, immobile come una statua, le
braccia possenti incrociate sul petto.
Lucio disse semplicemente.
No esclam subito Falcone. Non  possibile. Ci troviamo
in questura...
Non abbiamo fatto nessun progresso sbott Messina,
prendendo Falcone per un braccio.
Falcone non riusc a credere alle sue orecchie.
Signore, se qualcuno venisse a saperlo...
Non mi importa nulla di questo idiota disgustoso! grid
il commissario. Voglio solo il bambino.
Potrei assistere sugger.
Messina lo spinse fuori, ignorando le sue proteste.
Le concedo un'ora, Giorgio. Senza che nessuno la disturbi.
Mi ha sentito, Falcone?
Bramante li super senza dire una parola, entr nella cella e
chiuse con forza la porta di ferro alle sue spalle.
Qualche notte prima, nel corridoio all'esterno, si era rotto
un neon che aveva lasciato il luogo nella semioscurit. Falcone
si avvicin il pi possibile alla luce. Voleva che Messina lo
guardasse in viso.
Mi dissocio completamente dalla sua decisione disse a
bassa voce. Se mi chiederanno cos' accaduto, lo dir.
Faccia pure, Leo ribatt Messina. Spero che l'aiuti a
dormire la notte. Ma se metter piede in quella stanza prima
che sia passata un'ora, gliela far pagare. Non diventer mai
ispettore. Glielo garantisco. Non mostrer mai pi il suo volto compiaciuto in questura.
Poi si allontan. Giorgio Bramante e Lucio Torchia rimasero
soli nella celletta nelle viscere buie della questura, in fondo
a un corridoio del seminterrato, lontano dagli occhi di tutti.
Falcone entr nella stanza vuota degli interrogatori l accanto,
prese una piccola sedia di metallo, la sistem vicino alla parete e attese.
Ci vollero a malapena pochi minuti perch i primi rumori si facessero strada sotto la porta di metallo. Non molto dopo, iniziarono le grida.
...
.
...
Fine Parte 1.